Captured Tales

The Gumdrop Newt Who Got Caught Tongue-First

Gumdrop Newt è convinto che una sola leccata elegante non possa causare guai. Poi la lingua gli resta saldamente attaccata al fiore luminoso più ricco del giardino, si raduna un pubblico e il suo tentato furto di nettare diventa un'indagine pubblica, un salvataggio pericoloso e la minaccia più appiccicosa mai corsa dalla sua reputazione.

Bill and Linda Tiepelman{Commenti
The Gumdrop Newt Who Got Caught Tongue-First: un tritone fantastico turchese con enormi occhi sorpresi e una lunga lingua rosa attaccata a una goccia luminosa di nettare dorato, all’interno di un fiore lavanda luminoso.

La leccata di troppo

Tutti nei giardini di zucchero sapevano che Gumdrop Newt aveva un debole per il nettare, ma Gumdrop preferiva definirlo curiosità raffinata. Era convinto che una creatura dovesse assaggiare la vita. Gustare la brezza. Leccare, di tanto in tanto, un fiore traboccante di luce. Infilare la lingua là dove il destino sembrava morbido, profumato e irresponsabilmente luminoso. Quello, a suo parere, non era un vizio. Era cultura.

Le api, bisogna ammetterlo, non lo stimavano.

Neppure le falene, che lo consideravano appiccicoso nei pensieri e teatralmente poco serio.

E nemmeno i coleotteri della rugiada, secondo i quali aveva l'autocontrollo morale di un cucchiaio caduto in una cantina di marmellate.

Ma Gumdrop possedeva qualcosa che i suoi detrattori non avevano: faccia tosta. Minuscola, luccicante e assai discutibile faccia tosta.

E la mattina in cui ebbe inizio tutto quel pasticcio, fu proprio quella a condurlo dritto al fiore più ricco dell'aiuola orientale.

Si innalzava dal terreno come un calice di seta, tutto pieghe color lavanda e calda luce rosa, e custodiva al centro un bulbo di nettare dorato così maturo e radioso da sembrare più un miracolo senza senso del limite che nutrimento per fiori. Perle di rugiada aderivano ai petali interni. I filamenti scintillavano come stoppini zuccherati. Perfino l'aria sopra di esso aveva un profumo denso e luminoso di miele.

Gumdrop si immobilizzò sull'orlo del petalo e fissò il fondo del fiore con entrambi gli occhi sporgenti, enormi e tremanti.

«Ecco», sussurrò a nessuno in particolare, «questa è indecenza.»

Guardò a sinistra.

Niente api.

Guardò a destra.

Nessuna pattuglia in vista.

Sbirciò sopra una spalla, poi sopra l'altra, quindi si schiacciò teatralmente contro una piega del petalo mentre un moscerino gli passava accanto senza notarlo. Quando fu certo che la strada restava libera, Gumdrop si sfregò i palmi anteriori, sistemò le zampe posteriori per la massima furtività e si addentrò nel fiore come un ladro di gioielli in una cattedrale costruita interamente di dolci.

Aveva delle regole.

Ci teneva a precisarlo.

Non era certo uno di quegli ingordi sconsiderati che si tuffano a faccia in giù nel primo fiore luccicante. No, Gumdrop andava fiero della propria disciplina. Prima di ogni leccata si ripeteva sempre le stesse tre cose.

Primo: soltanto un assaggio.

Secondo: niente pasticci.

Terzo: nessuna prova.

Era un sistema che lo aveva tradito abbastanza spesso da diventare una tradizione.

In equilibrio sul ricciolo vellutato all'interno del fiore, si chinò verso il bulbo e sentì accelerare il battito. Il nettare pendeva lì in tutta la sua gloriosa, tremante perfezione: tondo, dorato e debolmente luminoso, come un segreto che il mattino non aveva ancora deciso se custodire. Gumdrop deglutì a fatica. La lingua gli fremette. Le pupille diventarono smisurate.

«Una leccata», soffiò. «A puro scopo scientifico.»

Poi lasciò partire la lingua.

Scattò fuori con l'entusiastica determinazione di qualcosa che non aveva consultato il resto del corpo. Lunga, rosa e umiliantemente zelante, centrò il bulbo di nettare con un piccolo, umido fwop.

Per mezzo battito di cuore, tutto fu perfetto.

Il sapore gli esplose dentro in un tripudio di zucchero caldo, fuoco floreale e sole liquido. Le dita delle zampe si arricciarono. Un brivido gli percorse la spina dorsale. Gli occhi si rovesciarono così indietro che quasi rassegnarono le dimissioni dalla sua faccia. L'intero giardino sembrò risuonare. Era più ricco del nettare di trifoglio sommesso, più brillante dello sciroppo di campaneluna, più vellutato della linfa mielata dopo la pioggia. Gumdrop emise un suono che, ripensandoci, avrebbe categoricamente definito una reazione spirituale, e per nulla il genere di rumore che dovrebbe echeggiare dentro un fiore prima di colazione.

Poi provò a ritrarsi.

Non accadde nulla.

Sbatté le palpebre e tirò di nuovo, stavolta con più decisione.

Il bulbo di nettare si allungò.

La sua lingua si allungò insieme a esso.

Gli occhi di Gumdrop presero direzioni opposte.

«Mmff?»

Piantò entrambe le mani anteriori contro la parete del petalo e spinse. Il bulbo dorato ondeggiò. La lingua si tese, lunga come un nastro appiccicoso. Il corpo scivolò indietro di poco più di un centimetro, poi scattò di nuovo avanti con un molle, vergognoso sobbalzo.

«No», disse, o tentò di dire. Ne uscì un «Ngggh».

Fece forza sulle zampe e tirò ancora più forte.

Il bulbo brillò di più.

La lingua si allungò ancora.

Un filo di nettare luminoso colò lungo un lato e cadde al centro del fiore, come un verbale ufficiale acquisito agli atti.

Gumdrop ansimò dal naso e si guardò intorno disperato. «Ancora tutto bene», borbottò tra sé, con le parole impastate attorno alla terribile situazione che gli pendeva dalla bocca. «Ancora riservato. Ancora dignitoso.»

Fu allora che i petali esterni frusciarono.

Stavano arrivando i raccoglitori del mattino.

La prima fu Dabble, un'ape bottinatrice con un'etica del lavoro talmente aggressiva da rasentare l'ostilità. Atterrò sull'orlo del fiore, sistemò le cestelle delle zampe e sbirciò dentro. La sua espressione non cambiò. Si indurì semplicemente in una forma più concentrata di giudizio.

Gumdrop si pietrificò.

Il bulbo di nettare gli penzolava dalla lingua come una confessione luminosa.

Dabble esaminò la scena: le dita spalancate, gli occhi fuori dalle orbite, la lingua rosa tesa e la sfera dorata che tremava all'estremità. Poi parlò con una calma terrificante.

«Be'», disse, «ha proprio l'aria di una colpa.»

Gumdrop tirò d'istinto, facendo rimbalzare il bulbo. «Nff!»

Dabble si ritrasse e chiamò da sopra la spalla: «Venite a vedere, prima che pretenda di farlo passare per qualcosa di istruttivo.»

«No!» tentò di gridare Gumdrop.

Ne uscì uno strillo umido e soffocato, seguito da un risucchio così compromettente che persino lui dovette chiudere gli occhi per un istante di disperazione.

In pochi attimi l'orlo del fiore si riempì di facce.

Due coleotteri della rugiada si issarono insieme, già entrambi sogghignanti.

Una crisopa rimase sospesa a mezz'aria, deliziata dallo scandalo.

Una falena del nettare si posò accanto a Dabble con l'espressione solenne di chi aveva sempre previsto proprio quel crollo morale.

Poi arrivò il vecchio Bristlehop, un saltatore dei fiori tanto rugoso e impiccione che avrebbe fiutato pettegolezzi perfino in un vaso vuoto. Guardò dentro, emise un fischio basso e ammirato e disse: «Ecco, questa è dedizione.»

«Non è come sembra», sbottò Gumdrop.

Il problema era che sembrava proprio un tritone turchese chino sul fiore più ricco dell'aiuola, con la lingua saldata al bulbo centrale di nettare, come se avesse tentato di baciare una lanterna alla francese.

Nessun giro di parole poteva battere quell'immagine.

Dabble incrociò le braccia. «Prego. Ti ascoltiamo. Spiega pure il valore investigativo dell'essere attaccato a una colazione rubata.»

Gumdrop si raddrizzò per quanto poteva un criminale appiccicoso. «Stavo svolgendo un'ispezione di sicurezza.»

Uno dei coleotteri sbuffò così forte che quasi rotolò giù dall'orlo.

«Una cosa?» chiese l'altro.

«Un'ispezione di sicurezza», ripeté Gumdrop con più enfasi, il che purtroppo strattonò il bulbo, il che purtroppo lo fece trasalire, il che purtroppo non migliorò la situazione.

«Mhmm», disse la falena. «E cosa stavi ispezionando, precisamente, con la lingua?»

Gumdrop aprì la bocca, la richiuse, poi sollevò un palmo e indicò vagamente il bulbo di nettare ancora attaccato a lui. «L'adesione.»

Quello fu il colpo di grazia.

I coleotteri scoppiarono a ridere. Dabble sembrava offesa a nome della verità stessa. Perfino Bristlehop esplose in una risata e batté un piedino rinsecchito sull'orlo del petalo.

«L'adesione!» ansimò Bristlehop. «Viscido imbecille, ti hanno beccato con la lingua dentro e adesso compili rapporti.»

«Non mi hanno beccato», ribatté Gumdrop. «Sono rimasto temporaneamente coinvolto.»

«Con un fiore?» chiese la crisopa.

«Con una procedura!»

«Sembra una cosa intima», disse un coleottero.

«Sembra una cosa disperata», disse l'altro.

«Sembra imponibile», mormorò Bristlehop.

La gola di Gumdrop si strinse. Andava male. Malissimo. L'aiuola orientale chiacchierava. Quella occidentale esagerava. E se la notizia fosse arrivata alle aiuole del muretto entro mezzogiorno, sarebbe diventato lo zimbello di tutti prima che il sole raggiungesse il fiore più alto. Non poteva permettere che la leggenda di Gumdrop Newt, agile degustatore, scaltro assaggiatore e imbattuto predone dei petali, si riducesse a una storiella appiccicosa e ammonitrice raccontata da coleotteri incapaci di cogliere le sfumature.

Gli serviva il controllo.

Gli serviva una versione dei fatti.

Gli serviva, possibilmente, riavere la lingua dentro la bocca.

Si schiarì la gola e tentò la posa più autorevole che conoscesse, anche se la sfera luminosa che gli penzolava sotto il mento rendeva l'autorevolezza difficile da raggiungere.

«Calmatevi tutti», disse. «È un malinteso reso visivamente infelice dall'architettura del fiore.»

Le antenne di Dabble fremettero. «Il fiore ti ha costretto a infilarci la lingua?»

«Sto dicendo», rispose Gumdrop, «che le apparenze sono prive di contesto.»

«Il contesto ti cola dalla bocca», disse la falena.

In effetti, una goccia brillante di nettare scivolò lentamente lungo la lingua e cadde nel fiore.

La crisopa arrivò ad applaudire.

Gumdrop ritentò. «Mi sono avvicinato soltanto perché avevo notato delle irregolarità.»

«Irregolarità?» chiese Dabble.

«Sì. Sospetta concentrazione di luminosità. Possibile eccesso di maturazione. Instabilità etica.»

«Instabilità etica», ripeté Bristlehop, estasiato. «Questa vale la pena portarla in paese.»

«Non osare portare nulla in paese», sbottò Gumdrop.

Troppo tardi. Erano già arrivati altri due raccoglitori. Un'ape lanuginosa atterrò, bisbigliò, fissò la scena e subito riprese a bisbigliare con maggiore fervore. In alto, due insetti svolazzanti rallentarono quanto bastava per restare a bocca aperta. Da qualche parte, oltre i petali, Gumdrop udì chiaramente qualcuno dire: «No, sul serio, devi vederlo con i tuoi occhi.»

La pelle gli si gelò sotto il luccichio pastello.

Non era più soltanto una scoperta. Era un raduno. Un pubblico. Un fenomeno in crescita.

E il pubblico, Gumdrop lo sapeva per amara esperienza, voleva sempre una storia migliore della verità.

Deglutì e aggiustò la presa sul petalo. «D'accordo», disse. «Volete la verità? Ho puntato questo fiore, sì. Deliberatamente. Perché credevo di poter dare una sola leccata pulita, elegante, irrintracciabile e andarmene prima del vostro arrivo. Ecco. Contenti?»

Seguì una pausa.

Dabble lo fissò.

I coleotteri sbatterono le palpebre.

La falena inclinò il capo.

Poi Bristlehop disse: «Quindi la tua difesa è l'incompetenza?»

Gumdrop si ritrasse. «La mia difesa è l'onestà.»

«Ti è venuta addosso con una fretta insolita», disse Dabble.

Si pentì subito della confessione. Gli era sfuggita in un momento di tensione, fame e umiliazione. Ora avevano movente, metodo e perfino quello stupido dettaglio specifico: intendeva essere elegante. Quella parola da sola lo avrebbe perseguitato per settimane.

Così Gumdrop fece ciò che faceva sempre quando le conseguenze lo mettevano all'angolo.

Raddoppiò la posta con un'invenzione sconsiderata.

«A dire il vero», disse, indicando il bulbo ancora legato alla lingua, «questo potrebbe dimostrare qualcosa di molto più grande.»

«Oh, bene», sospirò Dabble. «Siamo entrati nel territorio delle sciocchezze.»

«Riflettete», insistette Gumdrop. «Perché un fiore così ricco dovrebbe diventare tanto adesivo? Perché il nettare dovrebbe restare attaccato? Perché la luce dovrebbe intensificarsi sotto pressione? Perché non dovrebbe liberare un semplice assaggiatore dal gusto raffinato e dall'equilibrio eccellente?»

«Perché hai leccato troppo forte?» suggerì un coleottero.

«Perché sei un idiota?» suggerì l'altro.

«Perché il fiore», disse Gumdrop, abbassando la voce per dare enfasi, «potrebbe intrappolare apposta le creature.»

Silenzio.

Perfino l'aria sembrò fermarsi.

Poi la crisopa scoppiò a ridere così bruscamente che sbuffò polline dal naso.

«Credi che il fiore ti abbia teso un'imboscata?»

«Sto dicendo che forse non sono io il colpevole», disse Gumdrop. «Forse sono il primo testimone.»

Dabble si massaggiò la fronte. «Ti sei intrufolato in un fiore e adesso pretendi di essere un sopravvissuto.»

«Sono entrato in buona fede in una zona di pericolo attivo.»

«Ci sei entrato con la lingua fuori.»

«Essere preparati non è un crimine.»

Ormai la folla sull'orlo era raddoppiata. Le creature si sporgevano, bisbigliavano, indicavano e reagivano con quel piacere esagerato che solo gli spettatori innocenti sanno provare quando il disastro capita a qualcun altro. Gumdrop sentiva quasi il pettegolezzo formarsi in tempo reale, gonfiandosi per affrontare il viaggio attraverso il giardino:

Avete sentito? Gumdrop ha puntato il grande fiore luminoso. È rimasto incollato. Con la lingua dentro. Da perfetto idiota.

Inaccettabile.

Non avrebbe permesso che «perfetto idiota» diventasse la versione dominante.

Non finché aveva ancora delle opzioni.

Non finché aveva ancora una voce.

Non finché possedeva ancora, seppure contro la propria volontà, una delle prove visivamente più spettacolari mai viste nel giardino.

Alzò il mento e prese una decisione.

Se non poteva uscirne pulito, avrebbe cambiato rotta in modo magnifico.

Avrebbe trasformato il disonore in teatro.

Avrebbe salvato la reputazione nell'unico modo possibile per un piccolo dipendente dal nettare senza vergogna: ostentando sicurezza con tale veemenza da far dimenticare brevemente a tutti quanto fosse ridicolo.

«Ascoltate bene», dichiarò. «Nessuno disturbi il fiore. Nessuno tocchi il bulbo di nettare. Nessuno spalmi, sorseggi, assaggi, punga, annusi, lecchi, stuzzichi, documenti o comprometta in qualsiasi altro modo questa scena.»

Dabble strinse gli occhi. «Questa scena.»

«Esatto. Finché non avrò stabilito se si tratta di un incollamento isolato o di un vero schema di comportamento floreale predatorio, questo fiore è sotto osservazione.»

«Da parte di chi?» chiese la falena.

«Mia.»

«Di quello che ci è attaccato?»

«Soprattutto mia.»

Brindle, uno dei coleotteri della rugiada, diede una manata sulla spalla dell'amico e quasi si piegò in due dalle risate. «Ha sequestrato la prova con la propria bocca!»

La battuta si diffuse tra gli spettatori sull'orlo a velocità allarmante.

«Ha sequestrato la prova!»

«Con la propria bocca!»

«Questa girerà tutto il giorno», sussurrò qualcuno, e Gumdrop seppe con una pesante certezza nello stomaco che sarebbe stato proprio così.

Continuò ugualmente.

«Schernite pure, se dovete», disse pomposamente, «ma la storia raramente sa apprezzare i coraggiosi nell'immediato.»

«Penzoli da un fiore come una decorazione per dolci riuscita male», disse Dabble.

«Eppure», rispose Gumdrop, «resto l'unico ad avere un contatto diretto.»

Questo suonava meglio. Perfino importante. Per mezzo battito di ciglia sentì tornare un briciolo di potere.

Poi il fiore emise una piccola pulsazione luminosa e il bulbo all'estremità della lingua oscillò con abbastanza forza da farlo strozzare con la propria dignità.

La folla fece «Oooh».

Qualcuno in fondo disse: «Sta reagendo a lui.»

«Certo che sì», borbottò Dabble. «Probabilmente si vergogna.»

Gumdrop ritrovò l'equilibrio, respirando affannosamente dal naso. La verità che non avrebbe detto ad alta voce era semplice: aveva dato una leccata di troppo. Ora lo sapeva. Lo aveva saputo nell'istante in cui il nettare era rimasto incollato. Quel fiore non era stato un assaggino casuale. Era stato una sfida, una scommessa ingorda, un delizioso eccesso. Aveva visto il bagliore più succulento dell'aiuola e creduto che il solito fascino, il tempismo e la lingua elastica lo avrebbero aiutato a superare un'altra pessima idea.

Invece era in mostra.

Umiliato, sì.

Ma non finito.

La stessa ostinazione che lo aveva portato fin lì ricominciava a crescergli dentro, calda, brillante e pericolosa. Se il giardino voleva uno spettacolo, lo avrebbe avuto. Se volevano spiegazioni, li avrebbe sepolti di spiegazioni. Se volevano ridere, benissimo. Ma alla fine avrebbe fatto in modo che ridessero su un terreno scelto da lui.

Prese lentamente fiato, socchiuse gli enormi occhi davanti al gruppo di testimoni e disse: «Molto bene. Dato che nessuno qui sembra capace di trattare la questione con la serietà che merita, me ne occuperò io. Riabiliterò il mio nome, svelerò esattamente cos'è successo in questo fiore e dimostrerò senza ombra di dubbio che sono molte cose.» Sollevò una mano appiccicosa per sottolineare il punto. «Ma pasticcione non è una di queste.»

Dabble lo guardò con pura, esausta incredulità. «Ti sta letteralmente colando la bocca.»

Un'altra goccia luminosa scivolò dalla lingua e cadde.

Gumdrop chiuse brevemente gli occhi. «Questo», disse, riaprendoli con dignità ferita, «non è il punto.»

La folla si sporse ancora.

Il pettegolezzo viaggiava già.

L'aiuola orientale aveva trovato lo svago del mattino.

E Gumdrop Newt, aggrappato a un fiore lavanda con il nettare rubato che gli pendeva dalla lingua come una lanterna dorata della vergogna, capì che la giornata non riguardava più la fuga.

Riguardava la reputazione.

E intendeva difenderla con tutto ciò che aveva.

Il processo alla lingua

Il primo errore di Gumdrop era stato leccare il fiore.

Il secondo, annunciare un'indagine prima di pensare a cosa potesse richiedere un'indagine.

Il terzo, lasciare che Bristlehop si offrisse di tenere il verbale.

Nel giro di pochi minuti il vecchio saltatore dei fiori aveva trascinato un largo petalo di magnolia in mezzo alla folla, lo aveva appiattito sull'orlo e aveva iniziato a inciderci appunti con la punta affilata di una spina. Curvo sul lavoro, era deliziosamente concentrato e ogni tanto leccava la spina, nonostante Dabble gli ripetesse che nessun verbalizzante competente leccava lo strumento di scrittura.

«Inizio del resoconto ufficiale», annunciò Bristlehop. «Soggetto: Gumdrop Newt. Condizione: attaccato. Atteggiamento: sulla difensiva, umido, sempre più teatrale.»

«Scrivi “composto”», disse Gumdrop.

Bristlehop incise un'altra riga. «Il soggetto richiede una modifica fraudolenta.»

«Ti piegherò dentro un baccello.»

«Minacce al verbalizzante», mormorò Bristlehop. «Eccellente. Molto ufficiale.»

La folla crebbe ancora.

La notizia della situazione di Gumdrop aveva attraversato l'aiuola orientale più in fretta dello sciroppo caldo su un piatto inclinato. I coleotteri abbandonavano la colazione. Le falene interrompevano i sonnellini. Una famiglia di topolini dei boccioli si arrampicò su uno stelo vicino e si dispose in ordine decrescente di altezza per vedere meglio. Arrivarono perfino tre formiche del nettare con una briciola grande il doppio di tutte loro insieme, la posarono e vi salirono sopra come spettatori in tribuna.

Gumdrop guardò tutte quelle facce impazienti e sentì lo stomaco stringersi.

Voleva controllare il racconto.

Aveva ottenuto un pubblico.

Non era la stessa cosa.

«Cominciamo», disse, alzando una mano, «con una ricostruzione.»

Dabble lo fissò. «Sei già nella posizione.»

«Una ricostruzione controllata.»

«Di te che lecchi il fiore?»

«Delle circostanze che hanno portato al contatto.»

Uno dei coleotteri sussurrò: «Vuol dire leccare.»

L'altro sussurrò di rimando: «Non vuole sentirsi accostare la parola.»

Gumdrop li ignorò. «Mi sono avvicinato dal petalo esterno approssimativamente alla prima luce. Visibilità buona. Vento trascurabile. Tentazione...»

Si interruppe.

«Tentazione?» lo incoraggiò Dabble.

«Presente ma gestibile.»

La falena abbassò lo sguardo sulla lingua tesa. «Gestibile.»

«In quel momento.»

Bristlehop incise con vigore. «Tentazione descritta come gestibile dopo il completo fallimento nel gestirla.»

Gumdrop lo indicò. «Quel petalo non è un foglio satirico.»

«Tutti i petali diventano fogli satirici, se trattati nel modo giusto.»

«Continua», disse Dabble, ormai con il tono esausto di chi presiede un'udienza mai richiesta.

Gumdrop cambiò presa. «Ho osservato il bulbo di nettare da una distanza rispettosa.»

«Quanto rispettosa?» chiese la crisopa.

«Molto.»

«A portata di lingua?»

La folla rise.

Gumdrop attese che il rumore calasse. «Poi ho eseguito un unico test preciso.»

«Leccata», disse Dabble.

«Test.»

«Leccata.»

«Breve valutazione orale.»

«Leccata», disse la folla in coro.

La palpebra di Gumdrop ebbe uno scatto.

«Va bene», sbottò. «L'ho leccato. Una volta. Elegantemente.»

L'intero fiore esplose.

Le creature si piegarono in due. La crisopa roteò di lato a mezz'aria. Una delle formiche del nettare cadde dalla briciola e le altre due dovettero aiutarla a risalire.

Gumdrop attese, ribollendo di rabbia, che le risate si placassero.

«Abbiamo finito?» chiese.

«No», rispose Bristlehop, asciugandosi un occhio. «Ma continua lo stesso.»

«Al contatto», disse Gumdrop a denti stretti, «il bulbo di nettare ha manifestato un comportamento adesivo anomalo.»

Dabble si avvicinò. «L'hai morso?»

«No.»

«Succhiato?»

«No.»

«Ci hai avvolto la lingua intorno?»

Gumdrop esitò esattamente un secondo di troppo.

Dabble socchiuse gli occhi.

La folla si sporse.

Bristlehop sollevò la spina.

«Dipende», disse Gumdrop, «da quanto è ampia la tua definizione di “avvolgere”.»

La reazione fu immediata.

«Eccolo», disse Dabble.

«Mettilo a verbale», gridò un coleottero.

«Già fatto», disse Bristlehop.

«È stato istintivo», protestò Gumdrop. «La lingua ha incontrato una curvatura e ha reagito.»

«Ora la tua lingua giudica autonomamente?» chiese la falena.

«Ha dei riflessi.»

«Sembra avere delle ambizioni.»

Gumdrop abbassò lo sguardo sulla striscia rosa traditrice che gli univa il viso al bulbo dorato. «Al momento non ci parliamo.»

Questo suscitò un'altra ondata di risate, ma più contenuta. Gumdrop lo notò. Aveva sempre avuto fiuto per il pubblico, soprattutto quando si trovava in bilico tra scherno e affetto. Se insisteva troppo, ridevano di lui. Se cedeva quanto bastava, ridevano con lui.

Forse esisteva ancora una via d'uscita.

Non verso l'innocenza, magari.

Ma verso qualcosa a cui potesse sopravvivere.

Si raddrizzò. «Ora, la domanda importante è perché il nettare non si sia staccato.»

«Perché hai la lingua incollata», disse Dabble.

«Questo descrive la condizione, non la causa.»

«La causa sei tu.»

«È un'accusa, non un'analisi.»

«L'analisi è che l'hai causato tu.»

«Stai saltando dei passaggi.»

«Tu hai saltato il permesso.»

Dalla folla si levò un sommesso mormorio di approvazione.

Dabble aveva assestato un colpo netto, e lo sapevano tutti.

Gumdrop gonfiò le guance. «Il permesso è complicato negli ecosistemi a petalo aperto.»

«No, non lo è.»

«I fiori espongono pubblicamente il nettare.»

«Per gli impollinatori.»

«Io ho trasportato polline.»

«Sulla faccia, dopo esserci caduto dentro.»

«Il trasporto è trasporto.»

Dabble aprì la bocca, la richiuse e guardò brevemente il cielo, come a chiedere al mattino un po' di forza.

Poi il fiore pulsò di nuovo.

Stavolta la luce attraversò i petali interni in un anello visibile, partendo dal centro e propagandosi sotto la superficie lavanda. Ogni goccia di rugiada lampeggiò d'oro. I filamenti si sollevarono. Il bulbo di nettare si serrò sulla lingua di Gumdrop con una lieve stretta elastica.

Gumdrop squittì.

La folla ammutolì.

Perfino Dabble si avvicinò.

«Sei stato tu?» chiese.

Gli occhi di Gumdrop si riempirono di lacrime. «Non provocherei mai volontariamente una sensazione simile mentre mi guardano.»

Un'altra pulsazione attraversò il fiore.

I petali si incurvarono appena verso l'interno.

I topolini sullo stelo smisero di ridere.

La falena distese le ali.

Bristlehop abbassò la spina.

Per la prima volta dall'inizio dello spettacolo, le creature radunate apparivano più preoccupate che divertite.

Gumdrop se ne accorse e colse l'occasione.

«L'avete visto tutti», disse, con voce distorta ma trionfante. «Costrizione floreale indipendente.»

Dabble non rispose subito. Si sporse verso i filamenti centrali e annusò.

Poi ne sfiorò uno con la punta di un'antenna.

Il fiore sussultò.

Dabble scattò indietro.

«Questo non è normale», disse.

La folla mormorò.

Il cuore di Gumdrop fece un balzo di rivalsa tanto potente che quasi dimenticò di essere ancora attaccato alla prova. «Precisamente.»

«Non sembrare contento», lo ammonì Dabble.

«Non sono contento. Ho ricevuto una conferma professionale.»

«Ti sei inventato la professione dieci minuti fa.»

«Ogni professione comincia dal coraggio.»

«La maggior parte comincia dalla formazione.»

Bristlehop alzò un dito rinsecchito. «Per la cronaca, io non ho mai ricevuto formazione.»

«Lo sappiamo», dissero tutti.

Dabble si mosse con cautela lungo l'orlo, studiando il fiore. «Qualcuno l'aveva già visto aperto prima di oggi?»

Diverse creature scossero il capo.

La falena aggrottò la fronte. «Ieri sera era chiuso.»

«È troppo presto nella stagione per una luminosità piena», disse uno dei coleotteri.

«Ed è troppo grande», aggiunse la crisopa. «Mi era sembrato gonfio.»

«A tutti voi sembrava delizioso», borbottò Gumdrop.

«Noi però possediamo anche autocontrollo», disse Dabble.

«A quanto dichiarate.»

Dabble lo ignorò. «Potrebbe essere un fiore-serratura.»

Il nome attraversò la folla come un brivido.

I topolini salirono più in alto.

Le formiche raccolsero la briciola.

L'entusiasmo di Bristlehop tornò all'istante. «Un fiore-serratura? Non ne vedo uno da quando la macchia occidentale inghiottì quel grillo cantante.»

La falena fece una smorfia. «Non lo inghiottì.»

«Scomparve dentro e il fiore ruttò.»

«Più tardi uscì.»

«Senza cappello.»

«Non portava un cappello.»

«Appunto. Sospetto.»

Dabble guardò Gumdrop. «I fiori-serratura usano nettare concentrato per intrappolare visitatori troppo grandi. Di solito piccole mosche o moscerini della frutta, non...»

Indicò tutto il suo corpo.

«Non cosa?» pretese di sapere Gumdrop.

«Non una quantità simile di pessima decisione.»

Il fiore pulsò una terza volta.

I petali si richiusero ancora un poco.

Le zampe anteriori di Gumdrop scivolarono più in basso lungo la piega vellutata. Le dita posteriori cercarono freneticamente appiglio. Il bulbo di nettare si tese verso il basso, trascinandogli il viso più vicino al centro.

«Fate qualcosa», strillò.

«Stiamo pensando», disse Dabble.

«Pensate più in fretta.»

«Hai insistito che nessuno disturbasse la scena.»

«Sto rivedendo il protocollo.»

«Mettilo a verbale», disse Bristlehop.

«Posa quella spina!»

Dabble volò sul lato opposto del fiore e ispezionò il punto in cui i petali interni si univano allo stelo. «I fiori-serratura si chiudono per fasi. Forse abbiamo tempo.»

«Forse?» disse Gumdrop.

«Sì.»

«Quanto?»

Dabble osservò la luce percorrere le venature. «Non è chiaro.»

«Preferivo quando era un'umiliazione pubblica.»

«Anche noi», disse un coleottero.

«Tiratelo fuori», gridò qualcuno dal fondo.

«Potremmo strappargli la lingua», disse la falena.

«Tagliate via il bulbo», disse un altro.

«Potrebbe far scattare il fiore.»

«Fate il solletico alle radici», suggerì Bristlehop.

Tutti lo guardarono.

«Che c'è?» disse. «Con i funghi funziona.»

«Questo non è un fungo», sbottò Dabble.

«Con questo atteggiamento, certamente no.»

Il fiore ebbe un sussulto più profondo.

I petali esterni si sollevarono.

L'apertura si restrinse.

La folla si disperse all'indietro in un turbinio di ali, artigli e piedini terrorizzati. Gumdrop rimase dov'era, perché il fiore gli aveva negato il lusso della ritirata.

«Dabble», disse.

Per una volta, nella sua voce non c'era traccia di scherzo.

Lei se ne accorse.

«Tieniti forte», disse.

«A cosa?»

«A qualsiasi cosa.»

«Mi sto già aggrappando a tutto!»

Dabble impartì ordini secchi. «Falena, prendi il petalo sinistro. Crisopa, quello destro. Coleotteri, puntellate la piega inferiore. Topolini, state lontani dallo stelo finché non ve lo dico. Bristlehop...»

«Verbalizzante?»

«Renditi utile.»

Bristlehop sembrò deliziato. «Finalmente un incarico vago adatto alle mie doti.»

Il gruppo si mosse.

La falena e la crisopa afferrarono petali opposti e tirarono verso l'esterno. I coleotteri si incastrarono sotto un bordo che si stava arricciando. Dabble rimase in volo sopra Gumdrop, passando lo sguardo dalla lingua al bulbo ai filamenti luminosi.

«Riesci a rilassare la lingua?» chiese.

Gumdrop la fissò.

«È già rilassata.»

«È così tesa che potremmo suonarci della musica.»

«Sono sotto pressione.»

«Provaci lo stesso.»

Gumdrop chiuse gli occhi e cercò di distendere il muscolo. Tutto il corpo tremava. Il bulbo allentò la presa di una frazione minuscola.

«Ancora», disse Dabble.

Lui respirò lentamente dal naso.

La folla guardava.

La lingua si rilassò ancora un poco.

Il bulbo scivolò in avanti.

Si accese una speranza.

Poi qualcuno in fondo sussurrò: «Sembra che lo stia baciando più delicatamente.»

Gumdrop spalancò gli occhi.

La lingua si tese.

Il bulbo tornò di scatto al suo posto.

«Chi l'ha detto?» strillò.

Nessuno rispose.

«Ti ho sentito!»

Dabble si portò entrambe le zampe anteriori al viso. «Smettila di esibirti per il pubblico.»

«Continuano a intervenire.»

«Ignorali.»

«Non ho mai ignorato un pubblico in vita mia.»

«Questo spiega molte cose.»

Il fiore-serratura si richiuse di altri due centimetri.

Il ventre di Gumdrop premette contro la cresta del petalo.

Le zampe posteriori scalciarono impotenti.

«Basta», disse Dabble. «Ci serve una leva.»

Bristlehop le comparve accanto con un lungo viticcio ricurvo.

«Utile?» chiese.

Dabble sbatté le palpebre. «Sì. Davvero.»

Bristlehop si gonfiò d'orgoglio. «Lo annoterò.»

«Dopo.»

Gli passarono il viticcio intorno alla vita, sotto le braccia e sopra la schiena. I topolini scesero per reggerne l'estremità lontana. I coleotteri cambiarono posizione. La falena puntellò le ali contro una piega del petalo.

Dabble si fermò in volo davanti al viso di Gumdrop.

«Al tre, rilassa la lingua mentre loro tirano.»

«Mi sembra medicalmente irresponsabile.»

«Preferisci rimanere dentro?»

Gumdrop guardò il fiore che si richiudeva attorno a lui.

«Ritiro l'obiezione.»

Dabble alzò una mano.

«Uno.»

Il viticcio si tese.

«Due.»

Gumdrop strizzò gli occhi.

«Tre.»

Tirarono tutti.

Per un glorioso istante non accadde nulla.

Poi Gumdrop si allungò.

Non il viticcio.

Non la lingua.

Gumdrop.

Il suo corpo si stirò tra il bulbo che non mollava la presa e i soccorritori che tiravano da dietro. Gli occhi gli sporgevano in avanti. Le guance si appiattirono. Le zampe anteriori schizzarono dritte ai lati, mentre quelle posteriori gli ondeggiavano dietro come nastri.

La folla grugnì per lo sforzo.

Gumdrop emise un suono sempre più acuto.

Il bulbo tenne.

Il viticcio tenne.

Il tritone diventò, per un istante, un ponte turchese tra il cattivo giudizio e lo sforzo collettivo.

«Basta!» gridò Dabble.

Tutti lasciarono andare nello stesso momento.

Gumdrop scattò in avanti e sbatté contro il petalo con un umido plap.

Per parecchi secondi non si mosse.

«È vivo?» sussurrò un topolino.

Gumdrop alzò un dito tremante.

«Non tirate più.»

Bristlehop incise una riga sul petalo del verbale. «Il soggetto respinge il metodo dell'allungamento.»

«Il soggetto ti perseguiterà da morto.»

Dabble esaminò il bulbo. «L'adesione aumenta sotto sforzo.»

«Saperlo sarebbe stato utile prima dello stiramento», borbottò Gumdrop.

«Lo sappiamo soltanto grazie allo stiramento.»

«Non mi piace la scoperta.»

Il fiore-serratura pulsò di nuovo, ma stavolta la luce si raccolse sotto il petto di Gumdrop anziché intorno al bulbo. Un gruppo di filamenti interni si sollevò e gli sfiorò il ventre.

Lui sobbalzò.

«Qualcosa mi ha toccato.»

«Non farti prendere dal panico», disse Dabble.

«Non puoi dirlo dopo “qualcosa mi ha toccato”.»

I filamenti si avvolsero intorno ai suoi polsi anteriori.

Gumdrop urlò.

La folla urlò perché lui aveva urlato.

Bristlehop urlò perché lo facevano tutti, poi si guardò intorno sperando che qualcuno gli spiegasse il motivo.

Dabble si precipitò in basso e recise un filamento con un morso. Quello si ritrasse, liberando uno sbuffo di polvere dorata. La falena e la crisopa colpirono gli altri. I coleotteri liberarono le braccia di Gumdrop tirandole via.

Il fiore si serrò.

I petali si sollevarono attorno a loro come pareti che si chiudono.

«Fuori!» gridò Dabble. «Tutti fuori tranne la squadra di recupero.»

La folla fuggì dall'orlo. I topolini corsero lungo lo stelo. Le formiche abbandonarono del tutto la briciola. Gli insetti svolazzanti schizzarono in aria. In pochi secondi lo spettacolo diventò un'emergenza, e l'aiuola orientale riscoprì che il coraggio cambia molto aspetto quando i petali cominciano ad afferrarti.

Rimasero soltanto Dabble, Bristlehop, la falena, la crisopa e i due coleotteri.

Gumdrop li fissò, ansimando.

«Siete rimasti», disse.

Un coleottero scrollò le spalle. «Ormai siamo coinvolti.»

L'altro annuì. «E sarà una storia migliore se sopravvivi.»

«Confortante.»

Dabble rimase sospesa sopra il centro luminoso. «Il bulbo potrebbe lasciarti se il fiore crede di aver completato la trappola.»

«Completato come?»

Lei guardò nelle pieghe sempre più strette.

Gumdrop seguì il suo sguardo.

«No», disse.

«Non ho ancora suggerito nulla.»

«L'ha suggerito la tua faccia.»

«Potremmo doverlo lasciare chiudere ancora un poco.»

«No.»

«E poi interrompere la fase finale.»

«No.»

«E tirarti fuori durante il rilascio.»

«Erano tre orrori distinti che fingevano di essere un piano.»

Dabble gli afferrò il mento. «Ascoltami. Il fiore si stringe perché sente resistenza. Se smetti di lottare, potrebbe allentare il bulbo abbastanza a lungo da permetterci di staccarti.»

«Potrebbe?»

«Sì.»

«Continui a usare quella parola con troppa disinvoltura.»

«Hai un'idea migliore?»

Gumdrop aprì la bocca.

Non ne uscì nulla.

Per una volta, nemmeno lui aveva pronta una bugia, una messinscena o una rielaborazione eroica che lo salvasse.

Il fiore si ripiegò verso l'interno.

I petali lavanda torreggiavano intorno a lui, con i bordi soffusi di luce. La folla al di là era diventata un insieme di ombre e facce spaventate. Il bulbo dorato lo attirava verso il centro. Le mani gli tremavano.

La voce di Dabble si addolcì.

«Fidati di noi.»

Gumdrop la guardò.

Poi guardò Bristlehop, che aveva finalmente messo da parte il petalo del verbale.

La falena.

La crisopa.

I coleotteri.

Lo avevano deriso tutti.

Tutti avevano visto esattamente com'era.

Eppure erano ancora tutti lì.

Gumdrop deglutì.

«Va bene», sussurrò. «Ma se vengo mangiato, descrivetemi come un bel tipo.»

Bristlehop si portò una mano sul cuore. «Magnifico oltre ogni ragione.»

«Troppo.»

«Eroicamente umido.»

«Peggio.»

«Rivedremo dopo», disse Dabble. «Ora lascia andare.»

Gumdrop chiuse gli occhi.

Distese le dita delle zampe.

Lasciò il petalo.

Rilassò le braccia.

E, mentre ogni istinto gli gridava di lottare, permise al fiore di trascinarlo giù.

I petali si chiusero.

La luce esterna scomparve.

L'ultima cosa che la folla sentì prima che il fiore-serratura si sigillasse intorno a lui fu la voce soffocata di Gumdrop: «Questo mi rovinerà tutta la mattinata.»

La reputazione di un eroe ridicolo

Dentro il fiore-serratura, il buio non era del tutto buio.

I petali sigillati splendevano dall'interno, le pareti lavanda percorse da venature di oro tenue e blu. Gumdrop pendeva al centro di quella camera luminosa con il bulbo di nettare ancora attaccato alla lingua, il corpo sospeso tra filamenti ricurvi che gli sfioravano la pelle con la delicatezza esplorativa di dita intente a decidere dove posare il tovagliolo.

Cercò di non muoversi.

Cercò di non respirare troppo forte.

Cercò di non pensare a Bristlehop là fuori, intento a comporre l'espressione eroicamente umido per diffonderla pubblicamente.

Il fiore emise una lenta pulsazione interna.

Il bulbo si strinse.

Gli occhi di Gumdrop si incrociarono.

«Fermo», chiamò debolmente Dabble attraverso i petali. «Non resistere.»

Gumdrop emise un verso strozzato.

«Era un sì?» chiese lei.

Con il bulbo attaccato non poteva rispondere come si deve, così sollevò una mano e fece un gesto che nessuno fuori poteva vedere.

Un filamento gli si avvolse intorno alla caviglia.

Un altro gli sfiorò il sottogola.

Gumdrop rabbrividì.

«Mi sta toccando in certi posti», disse.

«Resta calmo.»

«Smettila di dirlo quando la situazione diventa meno calma.»

La camera di petali si restrinse.

Il caldo profumo di nettare si addensò intorno a lui. I filamenti centrali del fiore-serratura si sollevarono in un anello irregolare, le punte sempre più luminose mentre si avvicinavano al suo corpo. Gumdrop sentiva il fiore esaminarlo, percepirne peso e movimento, decidere se fosse preda, impollinatore, ladro o soltanto l'oggetto più scomodo che avesse mai inghiottito.

Poi qualcosa cambiò.

Il bulbo di nettare si ammorbidì.

Solo appena.

Ma Gumdrop lo sentì.

La presa sulla lingua passò da spietata a semplicemente umiliante.

Il cuore gli sobbalzò.

Fuori, Dabble doveva aver visto mutare il bagliore, perché gridò: «Ora. Preparati.»

Il viticcio intorno alla vita di Gumdrop si tese.

«Non strattonate», avvertì lui.

«Lo sappiamo.»

«Lo sapevate anche l'altra volta.»

«Rilassa la lingua.»

Gumdrop chiuse gli occhi e ci provò.

Immaginò acqua immobile.

Muschio morbido.

Uno stagno tranquillo al crepuscolo.

Immaginò Dabble che non gli rinfacciava quella storia per tutto il resto della sua vita naturale.

Era un'immagine troppo irrealistica, così tornò allo stagno.

La lingua si rilassò.

Il bulbo di nettare allentò la presa.

Il fiore-serratura pulsò ancora e i filamenti intorno al corpo gli si incurvarono addosso, come se si preparassero a ripiegarlo completamente nel centro.

«Ora!» gridò Dabble.

La squadra di recupero si inclinò all'indietro.

Il viticcio si tese gradualmente intorno alla vita di Gumdrop.

Lui salì di poco più di un centimetro.

Il bulbo si allungò.

La lingua si allungò.

Ma stavolta, anziché stringere più forte, l'involucro dorato di nettare scivolò.

Gumdrop lo sentì staccarsi dalla punta della lingua con la lenta, orrenda suzione di uno stivale che emerge dal fango profondo.

Spalancò gli occhi.

Si stava muovendo.

Si stava muovendo davvero.

«Continuate», gridò.

Il viticcio tirò.

I filamenti gli si strinsero intorno alle gambe.

Gumdrop scalciò una volta, poi ricordò che doveva restare calmo.

Il fiore si serrò.

«Smettila di lottare», gridò Dabble.

«Mi stanno afferrando!»

«Lasciagli credere di averti preso.»

«Mi ha preso davvero!»

«Allora smettila di annunciarlo.»

Costrinse le gambe a restare immobili.

I filamenti si rilassarono appena.

Il bulbo scivolò ancora lungo la lingua.

A metà.

Poi oltre.

Fuori, i soccorritori grugnirono all'unisono.

I petali tremarono attorno a Gumdrop.

Sopra di lui comparve luce, là dove stavano forzando le pieghe chiuse.

Una sottile giuntura lavanda.

Poi una fessura più luminosa.

Poi il viso di Dabble, incastrato nell'apertura e fin troppo serio per rassicurare Gumdrop.

«Ci siamo quasi», disse.

«L'hai detto anche prima che il fiore mi mangiasse.»

«Non ti ha mangiato.»

«Stiamo conversando dentro di lui.»

Il bulbo raggiunse la punta della lingua.

Gumdrop sentì cedere l'ultima aderenza.

Tutto il corpo si tese d'istinto.

«Rilassati», disse Dabble.

«Sono rilassato.»

«Ti vibrano gli occhi.»

«È eleganza naturale.»

«Al tre.»

Gumdrop gemette.

«Uno.»

Il viticcio si tese.

«Due.»

I petali si aprirono di altri due centimetri.

«Tre.»

Tutti tirarono.

Il bulbo di nettare si staccò con il rumore di un tappo estratto da una bottiglia bagnata.

Gumdrop schizzò verso l'alto.

La lingua gli scattò indietro verso il viso.

Il corpo attraversò l'apertura tra i petali, colpì l'orlo, rimbalzò una volta e volò nella folla in una vorticosa macchia turchese di arti, rugiada, polline e imprecazioni sorprese.

Atterrò di pancia sul petalo del verbale di Bristlehop.

La spina usata come stilo volò in aria.

Bristlehop si abbassò.

La spina atterrò di punta nella briciola abbandonata dalle formiche del nettare.

Per un attimo sospeso nessuno si mosse.

Poi il fiore-serratura si richiuse di colpo alle loro spalle.

L'intero fiore sussultò.

Un gorgoglio soffocato scese lungo lo stelo.

Tutti lo fissarono.

Bristlehop lo indicò.

«Ha inghiottito la sua dignità.»

Gumdrop sollevò la testa dal petalo del verbale. Aveva la faccia appiattita. La lingua gli pendeva inutilmente su una guancia, gonfia in punta e debolmente dorata.

«La mia dignità», borbottò, «non è mai stata dentro il fiore.»

«Osservazione corretta», disse uno dei coleotteri.

La folla esplose.

Alcuni esultarono.

Altri risero.

Qualcuno fece entrambe le cose.

I topolini si precipitarono giù dallo stelo. Le formiche tornarono a prendere la briciola, si fermarono alla vista della spina conficcata e iniziarono una sommessa disputa di competenza. La falena aiutò Gumdrop a rimettersi seduto, mentre la crisopa gli svolazzava intorno controllando che non mancassero pezzi.

Dabble atterrò proprio davanti a lui.

«Hai sensibilità nella lingua?»

Gumdrop incrociò gli occhi e guardò in basso.

Provò a ritirarla in bocca.

Si mosse fino a metà, tremò e ricadde fuori.

«Purtroppo», disse.

Dabble ne toccò delicatamente la punta.

Gumdrop squittì e si tappò la bocca con entrambe le mani.

La folla rise più forte.

«Sensibile», concluse Dabble.

«Brillante deduzione.»

«Nessun danno permanente.»

«Tranne socialmente.»

«Quel danno era preesistente.»

Gumdrop la fulminò con lo sguardo, ma senza grande efficacia, perché la sua faccia conservava ancora una vaga forma di petalo.

Bristlehop recuperò il foglio del verbale da sotto di lui. L'atterraggio aveva sbavato parecchie righe, ma quasi tutto il resoconto restava leggibile.

«Eccellente», disse Bristlehop. «L'impatto ha aggiunto consistenza.»

«Distruggilo», ordinò Gumdrop.

Bristlehop lo strinse protettivamente al petto. «Questa è storia.»

«Questa è diffamazione macchiata di polline.»

«Contiene osservazioni dirette.»

«Contiene la frase “sulla difensiva, umido, sempre più teatrale”.»

«Osservazioni dirette accurate.»

Gumdrop si lanciò verso il petalo.

Bristlehop saltò indietro.

Gumdrop si lanciò di nuovo, dimenticò di avere ancora la lingua fuori, ci mise un piede sopra e si ribaltò in avanti sulla faccia.

La folla crollò dalle risate.

Perfino Dabble si voltò, con le spalle tremanti.

Gumdrop rimase a faccia in giù per un lungo momento.

«Nessuno», disse contro il petalo, «parlerà di questo.»

«Forse è la cosa più ambiziosa che hai detto stamattina», rispose Dabble.

Gumdrop si rimise diritto raccogliendo tutta la dignità disponibile nelle immediate vicinanze. Con entrambe le mani arrotolò accuratamente la lingua dentro la bocca, poi tenne le labbra serrate finché rimase al suo posto.

Il risultato gli conferiva guance gonfie e voce impastata, ma almeno la prova non strisciava più sul fiore.

Guardò verso il fiore-serratura.

I petali si erano sigillati completamente. Il bagliore dorato era svanito in una tranquilla pulsazione sotto le pieghe lavanda. A chi fosse arrivato tardi sarebbe sembrato un normale fiore chiuso.

Gumdrop sapeva che non lo era.

Lo sapevano anche tutti gli altri.

Dabble volò sullo stelo e lo ispezionò con attenzione. «Dobbiamo segnalare questo fiore prima che si avvicini qualcun altro a nutrirsi.»

«D'accordo», disse la falena.

«Bloccate il sentiero dei petali», disse un coleottero.

«Mettete un avviso», disse l'altro.

Bristlehop sollevò la spina. «Posso scriverlo io.»

Tutti esitarono.

«Breve», disse Dabble.

Bristlehop trovò una foglia fresca e vi incise un messaggio. Quando la mostrò, c'era scritto:

ATTENZIONE: FIORE-SERRATURA.
NON LECCARE.
GUMDROP HA GIÀ CONTROLLATO.

La folla ruggì.

Gumdrop fissò il cartello con orrore.

«Assolutamente no.»

«È informativo», disse Bristlehop.

«Togli il mio nome.»

«La tua esperienza conferisce credibilità.»

«Conferisce pettegolezzo.»

«Il pettegolezzo è soltanto informazione con gambe migliori.»

Gumdrop si rivolse a Dabble. «Diglielo.»

Lei studiò il cartello.

«Io toglierei l'ultima riga.»

Gumdrop tirò un sospiro di sollievo.

«E la sostituirei con “Confermato da Gumdrop Newt durante test orali non autorizzati”.»

La folla esplose di nuovo.

Il sollievo di Gumdrop morì all'istante.

«Siete tutte creature terribili.»

«Creature terribili che ti hanno tirato fuori», disse Dabble.

Quello lo fermò.

Le risate si attenuarono.

Gumdrop si guardò intorno.

Il bordo dell'ala della falena si era strappato mentre teneva fermo il petalo. La crisopa aveva il viso coperto di polvere dorata. Entrambi i coleotteri ansimavano per lo sforzo. Il petalo del verbale di Bristlehop era raggrinzito e ammaccato dall'atterraggio di Gumdrop. Le antenne di Dabble erano piegate ad angoli strani, e una delle sue cestelle era andata perduta da qualche parte dentro il fiore.

Erano rimasti.

Non perché lo meritasse.

Non perché quella ridicola indagine li avesse convinti.

Non perché la sola sicurezza ostentata fosse riuscita a renderlo ammirevole.

Erano rimasti perché lui era nei guai.

E nonostante gli scherni, le prediche e le tante osservazioni accurate sulla sua mancanza di giudizio, si erano rifiutati di lasciarlo lì.

Gumdrop si guardò le mani.

«Grazie», disse.

Le parole uscirono soffocate dalla lingua gonfia.

Nessuno rise.

Dabble inclinò il capo. «Come hai detto?»

Gumdrop alzò bruscamente lo sguardo. «Hai sentito.»

«Non ne sono sicura.»

«Non farmelo ripetere.»

Bristlehop si avvicinò. «Era una confessione?»

«No.»

«Una scusa?»

«Certamente no.»

«Gratitudine?»

Le guance di Gumdrop passarono dal turchese a un verde acqua imbarazzato.

«Prego a tutti», disse.

Dabble sbatté le palpebre. «Per cosa?»

«Per l'opportunità di partecipare a un salvataggio riuscito.»

I coleotteri gemettero.

La falena rise.

Dabble scosse la testa. «Eccolo qui.»

Gumdrop si alzò e si spazzolò il polline dal ventre. «Chiariamo cosa è successo. Ho identificato un pericoloso fiore-serratura, ne ho testato la risposta adesiva, richiamato l'attenzione pubblica sul rischio, sopportato la cattura e contribuito allo sviluppo di una procedura di salvataggio.»

«Hai rubato nettare e sei rimasto incollato», disse Dabble.

«Questa è la versione rozza.»

«È la versione con meno bugie.»

«La storia merita sfumature.»

«La storia merita la colazione.»

La folla cominciò a disperdersi.

I topolini corsero a casa per raccontarlo a tutti.

Gli insetti svolazzanti volarono verso l'aiuola occidentale: la storia sarebbe quindi arrivata laggiù spogliata dei dettagli ma ingigantita nello scandalo.

Le formiche portarono via la briciola, spina compresa.

I coleotteri della rugiada se ne andarono insieme, già intenti a discutere se Gumdrop si fosse allungato del doppio o del triplo.

La falena promise di tornare con un vero nastro di segnalazione.

E Bristlehop si infilò il verbale ufficiale sotto un braccio, nonostante Gumdrop insistesse che venisse bruciato, sepolto, inzuppato, fatto a pezzi, inghiottito o comunque rimosso dall'archivio storico.

A mezzogiorno la storia aveva attraversato i giardini di zucchero.

Nel pomeriggio era cambiata.

Nelle aiuole delle rose, pareva che Gumdrop avesse combattuto da solo contro un'orchidea carnivora.

Vicino allo stagno, era stato inghiottito intero e si era aperto la strada a morsi.

Nel quartiere del muschio, si diceva che il fiore gli avesse chiesto di sposarlo dopo il bacio.

La versione dell'aiuola occidentale sosteneva che Gumdrop avesse invocato urlando sua madre, tre santi e un cucchiaio.

Le aiuole del muretto insistevano che il fiore lo avesse scelto come regina.

Gumdrop trascorse il resto della giornata a rincorrere le voci con successo sempre minore.

«Non sono mai stato inghiottito», gridò a un gruppo di moscerini dei semi.

«Solo parzialmente», rispose uno.

«Dopo il contatto iniziale non l'ho baciato volontariamente.»

«Quindi ci sono stati dei baci.»

«Non è quello che ho detto.»

«Hai gridato per avere un cucchiaio?»

«Perché mai avrei dovuto gridare per un cucchiaio?»

«È questo che lo rende memorabile.»

Al tramonto, Gumdrop capì che la verità non era più sua da gestire.

Sedette da solo su una larga foglia blu accanto allo stagno, tenendo un fresco cappello di rugiada contro la lingua gonfia. Il suo riflesso lo fissava dall'acqua: occhi stanchi, guance paffute, dignità ammaccata ma tecnicamente viva.

Dabble atterrò accanto a lui.

Per un po' nessuno dei due parlò.

Le lucciole si muovevano tra le canne.

Il giardino si addolciva nella sera.

Infine Dabble disse: «Sai che ti definiscono coraggioso?»

Gumdrop la guardò sospettoso.

«Chi?»

«Le creature che ti hanno visto entrare nel fiore.»

«Non ci sono entrato. Si è chiuso intorno a me.»

«Lo sanno.»

«Allora perché dicono che ci sono entrato?»

«Perché suona meglio.»

Gumdrop fissò lo stagno.

«Mi chiamano anche idiota.»

«Le due cose possono essere vere insieme.»

«Mi sembra ingiusto.»

«Mi sembra preciso.»

Si risistemò il cappello di rugiada contro la lingua. «Ho davvero scoperto il fiore-serratura.»

«Sì.»

«Nessun altro si è fatto male.»

«Vero.»

«E adesso c'è un cartello di avvertimento.»

«Vero anche questo.»

Gumdrop si rianimò un poco. «Quindi la mia indagine ha avuto successo.»

Dabble lo guardò.

Lui ricambiò lo sguardo.

Lei lasciò che fosse il silenzio a lavorare.

Gumdrop sospirò.

«Va bene. Il mio furto ha prodotto informazioni utili.»

«Meglio.»

«Il mio furto altamente qualificato.»

«Peggio.»

«Il mio furto elegante.»

«Non c'è stato nulla di elegante in nessuna fase.»

«Tu non hai provato il primo mezzo secondo.»

Dabble rise suo malgrado.

Gumdrop sorrise.

La lingua gli faceva male, ma sorrise lo stesso.

«La storia verrà dimenticata?» chiese.

Dabble guardò i sentieri luminosi del giardino, dove le creature continuavano a riunirsi in piccoli gruppi e a ricostruire il suo lancio dal fiore con esagerazioni fisiche sempre maggiori.

«No.»

Gumdrop gemette.

«Ma», continuò lei, «prima o poi potrebbe piacerti.»

«Impossibile.»

«Ti piace ogni storia di cui sei il centro.»

«Non quando il centro è attaccato alla mia lingua.»

«Aspetta una settimana.»

Ci vollero tre giorni.

La quarta mattina Gumdrop si presentò nell'aiuola orientale, accanto al cartello, dove una folla lo stava già aspettando. Si era annodato un minuscolo nastro al collo, lucidato la pelle fino a far brillare il turchese e sistemato su un petalo a distanza sicura dal fiore-serratura.

Bristlehop era lì vicino con il verbale ufficiale.

Dabble arrivò mentre Gumdrop si schiariva la gola.

«Che stai facendo?» chiese.

«Fornisco il resoconto accurato.»

«Hai tentato di distruggere il resoconto accurato.»

«Quel resoconto manca di interpretazione scenica.»

Gumdrop si voltò verso le creature radunate.

«Ora», annunciò, «avete sentito tutti versioni distorte dell'incidente del fiore-serratura. Alcuni dicono che mi sia avvicinato senza prudenza. Alcuni dicono che abbia urlato. Alcuni dicono che ci sia stato del romanticismo.»

Una falena in fondo alzò un'ala. «C'è stato?»

«No.»

«Nemmeno per un attimo?»

«No.»

«L'aiuola occidentale dice...»

«L'aiuola occidentale non saprebbe individuare un fatto nemmeno con due mani e una lanterna.»

La folla rise.

Gumdrop alzò un dito.

«Ecco cos'è successo davvero. Mi sono avvicinato a un fiore sospettosamente radioso durante un consueto sopralluogo mattutino. Riconoscendo il potenziale pericolo, ho stabilito un contatto diretto con il meccanismo del nettare.»

Dabble incrociò le braccia.

«L'hai leccato.»

Gumdrop si fermò.

La folla attese.

Lui guardò il fiore.

Il cartello.

Le creature che lo avevano liberato.

Poi sorrise.

«Sì», disse. «L'ho leccato.»

La folla esultò.

Gumdrop si inchinò.

«Una volta», aggiunse.

Dabble tossì.

«Una volta con successo», si corresse.

Bristlehop sollevò il petalo del verbale. «Il resoconto indica un contatto prolungato.»

«Il resoconto è ostile.»

«Il resoconto è appiccicoso.»

«Questo non dimostra nulla.»

Le risate si diffusero per l'aiuola orientale.

Gumdrop le lasciò fare.

Per la prima volta non si affrettò a correggere ogni dettaglio o a trascinare la storia verso qualcosa di più grandioso. Rimase dentro la battuta e permise che appartenesse a tutti.

Quasi.

«Vorrei che venisse annotato ufficialmente», disse, «che sono rimasto estremamente bello per tutta l'emergenza.»

Bristlehop incise una riga sul petalo.

«Cosa hai scritto?» chiese Gumdrop.

«Affermazione non verificata.»

Gumdrop lo inseguì intorno al fiore mentre la folla ululava.

E così il Gumdrop Newt, sempre convinto di potersela cavare con un altro assaggio, trovò finalmente la sua leccata di troppo.

Lo intrappolò.

Lo stirò.

Lo umiliò davanti a mezzo giardino.

Ma rivelò anche un fiore pericoloso, regalò all'aiuola orientale la sua storia preferita della stagione e dimostrò che perfino un ridicolo ladruncolo di nettare può diventare coraggioso quando non resta nessuna alternativa dignitosa.

Gumdrop non leccò mai più un fiore-serratura.

Continuò però a leccare quasi tutto il resto.

Solo che adesso ispezionava prima i petali.

Di solito.

Porta a casa il piccolo disastro appiccicoso di Gumdrop

Gumdrop avrà anche perso la discussione, quasi perso la lingua e perso definitivamente il controllo del verbale ufficiale, ma resta spettacolare su qualunque oggetto non possa testimoniare contro di lui. Porta la sua espressione gloriosamente incriminante nei tuoi spazi con una colorata stampa su tela, una luminosa stampa su metallo, un classico poster oppure un arazzo da parete di grande formato.

Per un atterraggio più morbido di quello di Gumdrop, scegli un cuscino decorativo. Porta in giro la prova su una borsa in tela, invita tutta la scena appiccicosa in bagno con una tenda da doccia, ricostruisci l'incidente con un puzzle oppure invia un avvertimento meravigliosamente discutibile con un biglietto d'auguri.

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