Tre secoli e una colazione interrotta
Poche cose suscitano tanta meraviglia quanto la nascita di una leggenda. Ma le leggende, proprio come i draghi, raramente vengono al mondo in silenzio.
L’uovo poggiava su un piedistallo di pietra. La sua superficie era un capolavoro di intagli elaborati, che sembravano meno opera del tempo e più di un artigiano con un debole per la bellezza e la fantasia. Tralci di fiori delicati e volute avvolgevano il guscio, come se la natura stessa avesse deciso di proteggere il tesoro al suo interno. La stanza era silenziosa, tranne per il lieve ronzio della magia che pulsava nell’aria: un ritmo antico, lento e regolare, come se il mondo trattenesse il respiro.
Poi accadde. Una crepa.
Cominciò con un sussurro sonoro, il più tenue degli scatti, mentre una sottilissima incrinatura attraversava la superficie dell’uovo. Dalla fenditura iniziò a filtrare una luce dorata e soffusa, che illuminò la camera di un bagliore caldo ed etereo. La crepa si allargò e poi, con uno scatto improvviso, un artiglio — minuscolo, ma inequivocabilmente affilato — perforò il guscio.
«Be’, era ora», borbottò una voce nell’ombra. A parlare era un mago antichissimo, con una barba che aveva visto troppi anni e una veste che aveva visto troppo pochi lavaggi. Si avvicinò all’uovo. «Tre secoli d’attesa, e decidi di fare il tuo ingresso mentre sto facendo colazione. Tipico tempismo da drago».
Il drago non badò alle lamentele del mago. Aveva un unico obiettivo, istintivo: la libertà. Un altro artiglio ruppe il guscio, seguito da un musetto delicato coperto di squame rosa e bianche scintillanti. Con un’ultima spinta, il draghetto emerse, dispiegando le ali in uno spruzzo di polvere dorata. Batté le palpebre una volta, poi due: gli occhi spalancati erano colmi di quella meraviglia che appartiene soltanto a chi è appena nato.
Un nome su cui starnutire
«Ah, eccoti qui», disse il mago, addolcendo il tono suo malgrado. «Un po’ più piccolo di quanto mi aspettassi, ma suppongo che anche i draghi debbano pur cominciare da qualche parte». Scrutò il drago, che stava esaminando l’ambiente con un misto di curiosità e lieve disprezzo, come se l’arredamento del mago non lo impressionasse affatto. «Non guardarmi così. Sei fortunato a essere nato qui e non nel covo di qualche bandito. Questo posto ha una storia!»
Il drago starnutì e dalle narici gli sfuggì uno sbuffetto di fumo. Il mago fece un rapido passo indietro.
«Bene, non c’è bisogno di cominciare dal fuoco. A quello arriveremo più tardi», borbottò, scacciando il fumo con la mano. «Vediamo, ti servirà un nome. Qualcosa di grandioso, che incuta terrore nel cuore dei nemici… o almeno renda meno probabile che gli abitanti del villaggio ti tirino sassi. Che ne dici di… Flameheart?»
Il drago inclinò la testa, per niente colpito.
«Va bene, d’accordo. Troppo scontato. E allora… Blossom?»
Il drago sbuffò e una minuscola brace cadde pericolosamente vicino alla veste del mago.
«Va bene, va bene! Non c’è bisogno di fare scene. Che ne dici di Auriel? Un po’ di eleganza, un tocco di mistero. Sì, hai proprio l’aria di un Auriel».
Le grandi imprese possono aspettare la fine della colazione
Come se stesse valutando quel nome, Auriel allargò le ali. Brillavano nella luce dorata, un arazzo di sfumature delicate che sembravano mutare e scintillare a ogni movimento. Per un istante, persino il mago rimase senza parole. Il drago, grande appena quanto un gatto domestico, dominava in qualche modo la stanza con la presenza di qualcosa di molto più grande. Era come se l’universo si fosse fermato a riconoscere quella vita piccola ma importante.
«Farai grandi cose», disse piano il mago, con una sincerità rara nella voce. «Ma non oggi. Oggi mangi, dormi e cerchi di capire come volare senza rompere tutto ciò che vedi».
Come per assentire, Auriel emise un ruggito minuscolo: un suono adorabile e penosamente debole in egual misura. Il mago ridacchiò, una risata profonda e piena che echeggiò nella camera. Per la prima volta dopo secoli, provò speranza. Non quella fugace che arriva e se ne va insieme a un pensiero passeggero, ma quella profonda e incrollabile che si insedia nelle ossa e si rifiuta di andarsene.
«Avanti, allora», disse il mago, voltandosi verso la porta. «Troviamoti qualcosa da mangiare. E per l’amor della magia, cerca di non incendiare nulla».
Il drago gli trotterellò dietro, con passi leggeri ma decisi. Alle loro spalle, l’uovo infranto giaceva dimenticato: il guscio finemente lavorato testimoniava in silenzio l’inizio di qualcosa di straordinario. Quando lasciarono la camera, una luce dorata rimase sospesa nell’aria, come se la magia stessa sapesse che quello non era un giorno qualsiasi.
Le leggende, dopotutto, non nascono: si costruiscono. Ma ogni leggenda comincia da qualche parte. E per Auriel cominciò lì, con una crepa, un respiro e la promessa di un mondo ancora da conquistare.
Un piccolo inizio, un po’ di meraviglia quotidiana
Auriel è appena uscito dal guscio, eppure quel bagliore corallo e quell’uovo meravigliosamente elaborato riempiono già la stanza. Una stampa su tela di A Dragon's First Breath lascia respirare quei fiori intagliati e quelle ali luminose: una presenza calda per un angolo lettura dove c’è sempre una nuova storia in attesa.
Se preferisci lasciare che questo piccolo drago trovi posto nella vita di ogni giorno, il cuscino con l’opera porta la tavolozza rosa cipria e oro sulla tua poltrona preferita. Il puzzle invita a osservare con calma ogni ricciolo del guscio, mentre un biglietto d’auguri offre un piccolo pensiero perfetto per chi sta iniziando qualcosa di nuovo. Senza dover aspettare tre secoli.


Sir Grumblethorn and the Mushroom That Disagreed
The Wink That Got Away With Everything
The Dewdrop He Swore He Could Handle
Commenti
{Come
Love this little dragon. When it ended I wanted more, it felt like there could continue with like a chapter book making the suspence of the story unfolding. I love the artwork.