Il reclamo di un cucciolo
Pioveva da ore e, se aveste chiesto un parere al draghetto — cosa che nessuno fece, dato che nessun altro era abbastanza coraggioso, o sciocco, da rivolgere la parola a un drago appena nato — vi avrebbe detto che era il tempo più maleducato che avesse mai incontrato. Si chiamava Ember, un nome che trovava al contempo appropriato ed estremamente ingannevole. Certo, suggeriva calore, fuoco e minaccia. Ma in quel momento fradicio significava soprattutto che l’universo trovava esilarante inzupparlo ogni volta che cercava di fare impressione. Le sue squame dovevano scintillare come gemme alla luce del fuoco, non gocciolare come una spugna da cucina bagnata.
«I temporali sono irrispettosi», annunciò Ember a un coleottero di passaggio, che saggiamente si affrettò via. «Niente preavviso, niente cortesia, nessun riguardo per le mie ali delicate. Sai quanto ci vuole per asciugare bene le ali? No, perché sei un coleottero. Ma ti assicuro che ci vuole un’eternità!»
La verità era che Ember era uscito dall’uovo soltanto pochi giorni prima e, pur avendo già imparato a fissare le nuvole con teatrale disprezzo, non era ancora riuscito a volare davvero. Le ali le sbatteva, sì, ma più come un fan entusiasta a un concerto rock medievale che come una creatura di potenza e grazia. Eppure si considerava una futura minaccia. Un terrore infuocato dei cieli. Una leggenda. E le leggende non si facevano piovere addosso senza lamentarsene molto rumorosamente.
«Quando sarò grande», continuò Ember, soprattutto fra sé — anche se sperava che il coleottero ascoltasse ancora da un posto sicuro — «il mondo mi temerà. Scriveranno ballate sulle mie fiamme e racconti sui miei artigli. Brucerò villaggi, ruberò capre e… oh, guarda, un’altra goccia nell’occhio. Maleducata! Maleducata!»
La sua tirata capricciosa fu interrotta da una goccia particolarmente grossa, che gli cadde proprio sulla punta del naso e vi rimase sospesa come una perla di cristallo. Ember incrociò gli occhi per fissarla, sbuffò indignato e poi starnutì. Dalle narici minuscole salì uno sbuffo di fumo con un vago odore di cannella e pane bruciato. Non era esattamente terrificante, ma era il tipo di starnuto che avrebbe potuto far dubitare un fornaio della temperatura del forno. A Ember piaceva pensare che fosse un progresso. Da qualche parte oltre gli alberi brontolò un tuono. Ember socchiuse gli occhi. «Non cominciare», avvertì il cielo. «Sarò piccolo, ma ho del potenziale».
E così, appollaiato sul tronco muschioso e gocciolante come una spugna alata contrariata, Ember mise il broncio. Lo fece con convinzione, con stile e con quella grazia capricciosa che soltanto un drago appena nato sa sfoggiare. Se i draghi potessero alzare gli occhi al cielo contro l’universo, Ember sarebbe già un maestro.
Il monello incontra il mondo
Il temporale si trascinò fino al tardo pomeriggio e il broncio di Ember raggiunse nuovi vertici di arte drammatica. A un certo punto provò a lasciarsi cadere di pancia sul suo posatoio muschioso, come un grande martire dell’ingiustizia meteorologica. Il risultato fu uno squelch umido e uno squittio ben poco dignitoso. Guardò storto il tronco, come se lo avesse tradito di proposito, poi si ricompose con un’annusata altezzosa. Chiunque lo avesse osservato avrebbe capito che non era semplicemente bagnato: era vittima di un sabotaggio cosmico. E non se ne sarebbe dimenticato.
Ma il destino, come spesso accade, decise di offrirgli una distrazione. Dal sottobosco arrivarono un fruscio, un tramestio e infine… un coniglio. Un coniglio assolutamente normale, tranne per il fatto che era grande quasi il doppio di Ember. Aveva pelo marrone liscio, orecchie scattanti e un’espressione di lieve curiosità. Ember, naturalmente, lo interpretò come una sfida. Gonfiò il petto minuscolo, allargò le ali appesantite dalla pioggia e tentò il ringhio più terrificante che conoscesse. Purtroppo ne uscì qualcosa di sospettosamente simile al singhiozzo di un gattino asmatico.
Il coniglio sbatté le palpebre. Poi abbassò la testa e cominciò a masticare del trifoglio lì vicino, del tutto indifferente. Ember rimase a bocca aperta. «Scusa!» abbaiò. «Ti sto minacciando. Dovresti raggomitolarti, magari tremare un po’. Un urletto di paura non guasterebbe. Sinceramente, sei la preda meno collaborativa che abbia mai visto». «Non fai paura», disse il coniglio fra un boccone e l’altro, con il tono disinvolto di chi ha visto molte stranezze nel bosco e ha archiviato quella alla voce “non vale la pena agitarsi”. «Non faccio paura?» Le ali di Ember sbatterono indignate, spruzzando gocce dappertutto. «Non vedi il fumo? Le squame? Gli occhi traboccanti di caos indicibile?»
«Vedo una lucertola bagnata con manie di grandezza», rispose il coniglio. Masticò altro trifoglio, fissandolo con intenzione. «E forse un problema ai seni nasali». Ember ansimò, offeso. «LUCERTOLA?!» Batté un artiglio minuscolo sul tronco, che produsse un tonfo molle invece del boato che aveva previsto. «Sono un DRAGO. Il futuro flagello dei regni. L’incubo dei cavalieri. Il…» «La creatura più fradicia della radura?» suggerì il coniglio. Ember sputacchiò fumo. Lo avrebbe arrostito sul posto, se solo la sua ghiandola del fuoco non fosse ancora in fase di riscaldamento. Ne uscì un patetico sbuffo di fumo e una sola scintilla, che si spense nella pioggia come una candelina di compleanno su cui qualcuno avesse sputato.
Il coniglio inclinò la testa, impassibile. «Ferocissimo. Davvero. Devo svenire adesso o dopo la merenda?» Ember si abbandonò a un capriccio ancora più grandioso, sbattendo le ali, agitando gli artigli e sbuffando fumo a intervalli irregolari. Immaginava di apparire come una terribile tempesta di rovina. In realtà sembrava un bambino bagnato che cercava di scacciare una mosca insistente. Il coniglio sbadigliò. Ember si fermò a metà battito d’ali, furibondo. «Va bene», sbottò. «È chiaro che il temporale complotta contro di me, smorzando le mie fiamme e sabotando la mia aura minacciosa. Ma ti assicuro che, quando crescerò, quando queste ali si asciugheranno e questi artigli si affileranno, rimpiangerai questo giorno, Coniglio. Lo rimpiangerai con ogni fibra del tuo soffice essere».
«Mmhmm», fece il coniglio. «Lo segnerò sul calendario». E con questo saltellò pigramente fra i cespugli, sparendo come un prestigiatore a cui non interessa l’applauso. Ember lo fissò andare via, a bocca aperta e con il petto ansante di indignazione. Poi borbottò pianissimo: «Stupido coniglio».
Di nuovo solo, Ember si afflosciò sul tronco, con la coda penzolante. Per un momento si sentì terribilmente piccolo. Non soltanto nelle dimensioni, ma anche nel destino. Era questo che il mondo pensava dei draghi? Soltanto lucertole umide? Future crocchette di pollo con le ali? Odiava quell’idea. Odiava la pioggia, il muschio, il coniglio. Più di tutto, odiava il sospetto crescente di non essere neanche lontanamente spaventoso quanto immaginava. Gli occhi ambrati luccicavano: non di lacrime, naturalmente, perché i draghi non piangono, ma di gocce di pioggia. O almeno così avrebbe detto Ember a chiunque avesse osato chiedere.
Ma poi accadde qualcosa. Da qualche parte nel suo cuoricino minuscolo e imbronciato, guizzò un calore. Non la scintilla umida della frustrazione, ma un calore vero, che risaliva dal ventre attraverso il petto. Ember sbatté le palpebre, sorpreso. Ebbe di nuovo il singhiozzo, ma stavolta al fumo si accompagnò un lieve soffio di fiamma, appena sufficiente a ridurre una foglia in cenere. Gli occhi di Ember si spalancarono. Il broncio fu dimenticato all’istante. «Oh», sussurrò. «Oh, sì».
Per la prima volta dall’inizio della pioggia, Ember sorrise. Era un sorrisetto impertinente, di quelli che promettono guai. Guai per i conigli, per i temporali e soprattutto per chiunque pensasse che un drago appena nato fosse soltanto una lucertola con problemi nasali. Le ali fremettero, la coda scattò e gli occhi brillarono della pura audacia delle possibilità. Il temporale forse non era ancora finito, ma Ember non aveva più il broncio. Stava tramando. E da qualche parte, nel cuore delle nubi temporalesche, sembrò che la tempesta rispondesse con una risatina.
Scintille contro il temporale
Quando il temporale arrivò alla sera, il capricciometro di Ember aveva raggiunto livelli da record. Era umido, infangato e oltraggiato oltre ogni ragione. Un coniglio lo aveva deriso. Il cielo gli aveva starnutito addosso. Perfino il muschio sotto gli artigli schioccava come se ridesse di lui. Ember decise che l’universo stesso si era unito a una cospirazione per rovinare il suo debutto come “Cucciolo Più Terrificante di Sempre”. E per un piccolo drago la cui intera immagine di sé dipendeva da una sovracompensazione teatrale, questo era inaccettabile. «Basta», mormorò, camminando sul tronco come un minuscolo generale intento a pianificare la caduta delle nuvole. «Il temporale si crede feroce? Gli faccio vedere io la ferocia. Friggerò il tuono. Arrostirò il fulmine. Io…»
Si fermò, soprattutto perché non era del tutto certo di come si arrostisse un fulmine. Ma il concetto restava valido. Gonfiò il petto, e il calore nel ventre risalì di nuovo, più forte stavolta. Gli solleticava la gola, sfidandolo a liberarlo. Ember sorrise, con le ali frementi. «Guarda e impara, mondo», proclamò, «perché io sono Ember, Cucciolo della Tempesta!» Ciò che seguì fu… be’, chiamiamolo “un lavoro in corso”. Ember inspirò profondamente, richiamò ogni briciola del suo fuoco interiore ed eruttò un eroico getto di fiamma, che però somigliava più a un lanciafiamme sputacchiante col singhiozzo. La fiamma esplose, vacillò, scoppiettò e bruciacchiò una felce così accuratamente che ora sapeva di spinaci stracotti. Ember sbatté le palpebre. Poi rise sguaiatamente.
«Sì! Sì, così!» Saltò su e giù sul tronco, con gli artigli che scivolavano e le ali che spruzzavano gocce ovunque. «Hai visto, Temporale? SONO ALLA TUA ALTEZZA!» Come in risposta, il cielo ringhiò con un tuono così profondo da scuotere i rami. Ember si immobilizzò, il corpicino vibrante per il rombo. Deglutì a fatica. «…D’accordo, notevole», ammise. «Ma anch’io so fare rumore».
Provò a ruggire. Ne uscì più uno squittio glorificato seguito da un colpo di tosse che un vero ruggito. Eppure Ember rifiutò di ammettere la sconfitta. Ci riprovò, più forte, finché la voce gli si spezzò come a un adolescente. Il tuono rombò di nuovo, prendendolo in giro. Ember strinse gli occhi. «Ah, quindi ti credi divertente? Pensi di potermi affogare, scuotere, inzuppare finché mi raggrinzisco come una prugna? Be’, sai che c’è, Temporale? Sono un DRAGO. E i draghi sono monelli perseveranti.»
Sbatté furiosamente le ali, traballante ma determinato, e si lanciò giù dal tronco. Atterrò a faccia in giù in una pozzanghera di fango. Seguì una lunga pausa, interrotta soltanto dal plop dell’acqua che scivolava dalle corna. Ember si mise seduto, con il fango che colava da ogni squama, e fissò il vuoto. «Questo», ringhiò, «va benissimo.»
Poi accadde qualcosa di miracoloso. Il temporale cambiò. La pioggia divenne pioggerella, le nuvole si assottigliarono e strisce d’oro cominciarono ad aprirsi nel cielo. Ember alzò gli occhi alla luce, spalancandoli. Il tramonto dipingeva la foresta di fuoco arancione e accendeva le sue squame, facendolo sembrare meno un monello fradicio e più una gemma ardente nel crepuscolo. Per una volta Ember smise di mettere il broncio. Per una volta rimase in silenzio.
In quella quiete lo sentì: potere, potenziale, destino. Forse il coniglio aveva ragione. Forse in quel momento era soltanto una lucertola fradicia con un problema nasale. Ma un giorno, un giorno, sarebbe stato di più. Lo vedeva nello scintillio delle squame, lo sentiva nelle basse fusa del fuoco che si avvolgeva dentro di lui. Non era soltanto un cucciolo. Era una promessa. Una piccola brace in attesa di divampare.
Naturalmente questa commovente scoperta di sé durò esattamente tre secondi, prima che Ember inciampasse nella propria coda e ruzzolasse di nuovo nel fango. Riemerse sputacchiando, coperto di sporco dal naso alla punta delle ali, e gridò: «UNIVERSO, SEI UN TROLL!» Si scrollò furiosamente, spruzzando fango in ogni direzione, poi marciò in cerchio con tutta la dignità di un bambino a cui hanno negato il dolce. Infine si lasciò cadere sul tronco, sbuffò teatralmente e dichiarò: «Va bene. Domani. Domani conquisto tutto. Stasera metto il broncio. Ma domani… attenti».
La foresta non rispose. Il temporale svaniva e il cielo si accendeva di stelle. Ember sbadigliò, con le ali cascanti. Si raggomitolò in una pallina, la coda avvolta stretta e le gocce ancora appese come perline. Lo sguardo capriccioso si addolcì, diventando piccolo, stanco e quasi tenero. Nonostante tutta la teatralità, era ancora soltanto un cucciolo: minuscolo, pasticcione e assolutamente prezioso nella sua ridicolaggine. Mentre il sonno lo attirava a sé, sussurrò un’ultima minaccia al mondo: «Quando sarò grande, vi pentirete tutti di questo fango». Poi gli occhi si chiusero, il fumo uscì pigramente dalle narici e la ninnananna del temporale lo portò in sogni in cui era già enorme, terrificante e molto, molto asciutto.
E da qualche parte nell’oscurità l’universo ridacchiò con affetto. Perché anche i draghetti più capricciosi meritano la loro leggenda.
Un po’ di fuoco per le giornate piovose
Ember preferirebbe un monumento al suo terrificante potere. Noi pensiamo che un posticino tranquillo accanto alla tua poltrona da lettura gli si addica di più. In una stampa incorniciata di Hatchling of the Storm, le squame arancioni e ramate e le gocce brillanti portano un po’ di calore nella stanza, mentre gli occhi enormi suggeriscono che stia ancora aspettando qualcuno che prenda sul serio il suo reclamo sui tuoni. È un piccolo promemoria: anche un inizio disordinato può appartenere a una bellissima storia.
Se le tue avventure prevedono più commissioni che leggende di draghi, la borsa coordinata permette a Ember di accompagnarti anche nelle spedizioni ordinarie. Oppure manda un biglietto d’auguri con il drago a chi sta affrontando una settimana difficile: una creaturina umida dalla fiducia irragionevole può rivelarsi un’ottima compagnia. Esplora stampe e regali dell’opera per scegliere dove accogliere questo piccolo sopravvissuto alla tempesta.

Sir Grumblethorn and the Mushroom That Disagreed
The Wink That Got Away With Everything
The Dewdrop He Swore He Could Handle