Una terribile ingiustizia
La prima cosa che Fizzlebop notò uscendo dall’uovo fu che il mondo era decisamente troppo rumoroso, troppo luminoso e troppo pieno di cose che non soddisfacevano immediatamente i suoi bisogni. Una terribile ingiustizia, davvero.
Batté gli enormi occhi azzurri e stiracchiò le ali tozze con un sospiro esasperato. Il nido era vuoto. I fratelli erano nati prima di lui, lasciandosi alle spalle soltanto gusci spezzati e un tepore residuo. Tipico. Non lo aspettavano mai.
«Uff», borbottò, trascinando la codina sul muschio morbido. «Abbandonato alla nascita. Tragico».
Fizzlebop tentò di alzarsi e cadde in avanti, raspando il terreno con i piccoli artigli. «Oh sì, molto maestoso. Il futuro sovrano dei cieli, eccolo qui», brontolò, rotolandosi sulla schiena. «Tanto vale lasciarmi qui a morire».
Il cielo sopra di lui era un vortice di colori pastello, con stelle che scintillavano come se avessero qualcosa di cui vantarsi. «Non state lì a fare le misteriose», sbuffò verso di loro. «Aiutatemi!»
Le stelle, come previsto, non prestarono soccorso.
Con un grande sforzo riuscì a sedersi, spalancando teatralmente le ali per tenersi in equilibrio. Scrutò la luce del fuoco lì vicino, dove gli altri cuccioli stavano già banchettando con la madre. Uno degli occhi dorati di lei restava puntato sul nido. Fizzlebop, impegnato a fulminare l’universo con lo sguardo, non se ne accorse.
«Naturalmente hanno cominciato senza di me», borbottò. «Perché mai non avrebbero dovuto?»
Poi, tanto per verificare se la vita ce l’avesse davvero con lui, tentò un unico passo deciso. Il piede incontrò una pietra particolarmente subdola e lui finì subito a faccia in giù.
«Oh, ho capito come funziona», ringhiò, lasciandosi cadere sul fianco. «Va bene. Resterò qui. Solo. Per sempre. Probabilmente mi mangerà qualcosa di grosso e dentuto».
Una forza della natura, per poco
Qualcosa frusciò lì vicino.
Fizzlebop si immobilizzò.
Lentamente, con cautela, girò la testa e si ritrovò faccia a faccia con una volpe.
Una volpe dall’aria molto affamata.
La volpe inclinò la testa, chiaramente perplessa davanti a un cucciolo di drago che la fissava con un’espressione di profonda irritazione.
Fizzlebop socchiuse gli occhi. «Ascoltami bene, roditore troppo cresciuto», disse con voce piena di presuntuosa sicurezza. «Sono un drago. Una creatura leggendaria. Una forza della natura». Gonfiò il petto. «Ti sputerò fuoco addosso».
Silenzio.
La volpe rimase poco impressionata.
Fizzlebop inspirò a fondo, pronto a liberare la sua terribile fiamma… e starnutì.
Una miserabile scintillina sfrigolò nell’aria.
La volpe batté le palpebre.
Fizzlebop batté le palpebre.
Poi sospirò, si lasciò cadere sulla schiena e gemette. «Va bene. Mangiami e facciamola finita».
Invece di attaccare, la volpe lo annusò una volta. Dalla luce del fuoco arrivò un basso brontolio e una coda argentata si mosse sul terreno alle spalle del draghetto. La volpe sbuffò senza impressionarsi e trotterellò via. Fizzlebop vide soltanto la ritirata.
«Sì, proprio così», le gridò dietro. «Scappa, vigliacca!» Rimase disteso ancora un momento, poi borbottò: «Tanto non volevo essere mangiato».
Quindi, brontolando fra sé, si rimise in piedi e si diresse a passi pesanti verso il fuoco, pronto a un ingresso teatrale e a reclamare il posto che gli spettava al banchetto.
Perché, se doveva soffrire in quel mondo ingiusto, il minimo era far soffrire anche tutti gli altri.
La famiglia deve rispondere
Fizzlebop marciò — anzi, traballò — verso il bagliore del fuoco, borbottando di tradimento, incuria e dell’assoluta ingiustizia di essere nato per ultimo. Gli artigli minuscoli scricchiolavano sul terreno brinato e la coda scattava teatralmente a ogni passo esagerato.
«Oh sì, lasciate pure indietro il piccolo», brontolò. «Dimenticatevi del povero, indifeso Fizzlebop. Non è mica che avrei potuto essere mangiato o qualcosa del genere». Si fermò e rabbrividì. «Da una volpe. Proprio una volpe, fra tutte le cose».
Il fuoco tremolava più avanti, circondato dai fratelli che si rotolavano in un mucchio di avanzi di carne, da bestie incivili quali erano. La madre, una grande dragonessa argentata dagli occhi d’oro fuso, era sdraiata lì vicino a sistemarsi le ali e sembrava, in mancanza di una parola migliore, compiaciuta.
Fizzlebop socchiuse gli occhi.
Si erano accorti della sua assenza. Semplicemente non gliene importava. Questa era la conclusione ufficiale di Fizzlebop, raggiunta senza considerare l’occhio dorato vigile, il brontolio d’avvertimento o lo spazio caldo accanto alla madre che nessun altro aveva potuto occupare.
Be’.
Questo non era tollerabile.
Inspirò a fondo, raccogliendo ogni briciola di ingiustizia e rabbia nel suo corpicino, e lanciò un grido di battaglia:
«COME OSATE».
L’intero nido si immobilizzò.
I fratelli lo fissarono sbattendo le palpebre, con la carne che penzolava dalle loro stupide mandiboline. La madre inarcò elegantemente un sopracciglio.
Fizzlebop avanzò pestando i piedi. «Avete una QUALSIASI idea di quello che ho passato?» pretese di sapere, spalancando le ali. «Conoscete le DIFFICOLTÀ che ho affrontato?»
Silenzio.
A Fizzlebop non importava. Gliele avrebbe raccontate lo stesso.
«Prima di tutto, sono stato abbandonato», dichiarò. «Cacciato, lasciato a soffrire, costretto a nascere in solitudine come un eroe tragico in una leggenda dimenticata». Si portò un artiglio al petto, guardando il cielo. «E poi! Come se non bastasse…»
La madre espirò rumorosamente dal naso. «Fizzlebop, sei nato con venti minuti di ritardo».
Fizzlebop sussultò. «Venti minuti? Oh, capisco. Quindi dovrei essere grato che la mia stessa famiglia mi abbia lasciato a morire nella natura crudele e insensibile?!»
La madre lo fissò.
I fratelli lo fissarono.
Uno di loro, un draghetto paffuto di nome Soot, si leccò un occhio.
Fizzlebop gemette. «Siete dei perfetti buffoni». Marciò dritto al mucchio di carne, vi piazzò il fondoschiena minuscolo e gelato e afferrò il pezzo più grande che trovò. «Siete tutti terribili e vi odio», dichiarò prima di ingozzarsi.
La madre sospirò e distese le ali. «Sei fortunato a essere carino».
Fizzlebop agitò un artiglio con sufficienza. «Sì, sì, sono adorabile, sono una gioia, sono un dono per questa famiglia». Diede un altro morso, masticando pensieroso. «Ma dovreste anche soffrire tutti per i vostri crimini».
La madre sbuffò una nuvola di fumo, che lui scelse di interpretare come profonda vergogna e rimorso.
Con la pancia ormai piena, Fizzlebop si accoccolò nel caldo mucchio dei fratelli, che accettarono la sua presenza con quella placida inconsapevolezza di cui sono capaci soltanto i draghi e le persone molto stupide.
E mentre scivolava nel sonno, con la coda della madre avvolta intorno a loro per scaldarli, si concesse un piccolo sorriso soddisfatto.
Nonostante tutte le sue giuste sofferenze… far parte di una famiglia non era la cosa peggiore del mondo.
Probabilmente.
Fai spazio a un’opinione molto piccola
Fizzlebop potrà considerare l’intero mondo un inconveniente personale, ma quel broncio spettacolare merita un posto dove venga apprezzato come si deve. La stampa su acrilico di Lost in a World Too Big porta nella tua stanza le squame perlacee, le ali rosa e gli enormi occhi azzurri: un piccolo promemoria quotidiano del fatto che sentirsi minuscoli e provare emozioni grandissime spesso vanno di pari passo.
Per una compagna nelle commissioni meno maestose, la borsa di Fizzlebop porta nel mondo la stessa faccia meravigliosamente offesa. Oppure lascia che un biglietto d’auguri con il cucciolo di drago tenga il broncio per qualcuno che avrebbe bisogno di ridere. Esplora la pagina dell’opera nel negozio e scegli il formato adatto al tuo piccolo angolo d’universo.


The Snail Who Looked Twice at Trouble
The Gnome Who Swore the Mushroom Was Listening
The Seedpod That Fired Before Anyone Was Ready