Il fungo che aveva sentito troppo
Sir Sprinklesworth non aveva deciso di diventare un confidente. Di certo non intendeva diventare il confidente. Eppure eccolo lì, appollaiato sul solito fungo dripcap lucido, la superficie viscida che brillava sotto di lui come una specie di umido trono fungino, a fissare il vuoto mentre un'arvicola tremante gli singhiozzava direttamente nel peduncolo oculare sinistro. «…e poi ha detto che ero emotivamente indisponibile», piagnucolò l'arvicola, stringendo un petalo del giardino sulla schiena di Sprinklesworth come un antistress. «Ma io sono disponibile. È solo che… lei non mi piace così tanto».
Sprinklesworth sbatté lentamente le palpebre. Una volta. Due. «Non è indisponibilità», disse piatto. «È onestà con un marchio migliore». L'arvicola si fermò a metà singhiozzo. «…Oh». «Prego». L'arvicola scappò via, visibilmente più leggera, lasciando un fiore leggermente piegato e un tenue residuo emotivo che Sprinklesworth era assolutamente certo sarebbe tornato a tormentarlo. Succedeva sempre. Perché il problema era questo, be', uno dei tanti: tutto ciò che veniva raccontato a Sir Sprinklesworth… non restava raccontato a Sir Sprinklesworth. Non esattamente. Filtrava. Non con un'esplosione magica e teatrale. No, sarebbe stato più facile. Persino rispettabile. Invece era lento. Sottile. Inquietante come soltanto informazioni profondamente personali hanno il diritto di essere.
Si insinuava nel suo giardino. Sulla sua schiena. I fiori, quegli scrocconi vivaci, troppo entusiasti e aggressivamente belli, avevano cominciato a ripetere le cose. All'inizio era innocuo. Piccoli echi. Frammenti. Un mormorio di passaggio portato da una brezza profumata. «Ha detto che era solo polline…» sussurrò una volta un fiore, con una voce decisamente non sua. Sprinklesworth si era bloccato. «…cosa?» borbottò, torcendosi per fulminare il gruppo di petali colpevole. Il fiore tremò innocente. «Niente», trillò allegro. «Siamo solo decorativi». Quella, si scoprì, era una bugia.
Una bugia audace e profumata. Adesso? Adesso tutto il giardino aveva opinioni. E non si vergognava di condividerle. «Oh, guarda», borbottò un fiore viola all'avvicinarsi di un riccio, «ecco il signor “Piango solo durante i temporali”». Il riccio si bloccò a metà passo. «…come fate a saperlo?» Sprinklesworth gemette. «Io non lo so», disse in fretta. «Assolutamente no. Il mio giardino, invece, è un collettivo di pettegolezzi profondamente immorale». «Preferiamo appassionati della verità», corresse una margherita. «Preferite essere insopportabili», scattò Sprinklesworth. «È la stessa cosa», rispose compiaciuta la margherita. Il riccio arretrò lentamente, rivalutando visibilmente tutte le scelte di vita che lo avevano portato lì.
Sprinklesworth sospirò e sprofondò sulla superficie viscida del fungo. La situazione era sfuggita di mano. Completamente. E la parte peggiore? Non poteva nemmeno fermarla. Perché ogni volta che qualcuno veniva da lui, ogni confessione, ogni segreto, ogni disastro sentimentale mal ponderato, nutriva il giardino. Lo alimentava. Lo incoraggiava a diventare più rumoroso, più maleducato e fin troppo interessato alle faccende private altrui. E la gente continuava ad arrivare. Come se fosse una specie di punto di riferimento emotivamente solidale. «Sembri uno che ascolta», dicevano. «Sembri sicuro».
«Non giudichi». Il che, francamente, era offensivo. Giudicava continuamente. Dentro di sé. Con grande entusiasmo. Semplicemente non lo diceva ad alta voce. Lui non lo faceva, almeno. «L'ultimo avresti proprio dovuto giudicarlo», trillò un gruppo di fiori rosa. «L'arvicola? Un disastro. Una cattiva decisione ambulante». «Siete voi il motivo per cui non posso avere pomeriggi tranquilli», borbottò Sprinklesworth. «Siamo noi il motivo per cui sei interessante», ribatterono i fiori. «…Ero interessante prima di voi». Ci fu una pausa. Poi, in coro: «Discutibile». Sprinklesworth tornò a fissare il vuoto. A lungo. Lentamente. Profondamente stanco.
Era diventato un confessionale. Un confessionale umido, ricoperto di zuccherini, con fiori sulla schiena, problemi di confini personali e una dipendenza dai pettegolezzi. E come evocata dall'audacia stessa di quella scoperta, un'altra ombra strisciò sul fungo. Passi. Esitanti. Pesanti. Emotivamente carichi in un modo che irrigidì tutto il corpo di Sprinklesworth. «…no», sussurrò. «No, no, no. Siamo chiusi. Emotivamente. Spiritualmente. Fisicamente. Chiusi». La figura non si fermò. Una volpe stavolta. Elegante. Teatrale. Il tipo di creatura che aveva assolutamente una storia complicata e l'avrebbe raccontata tutta.
«…Ho solo bisogno di qualcuno con cui parlare», disse piano la volpe. «Prova letteralmente con chiunque altro», rispose subito Sprinklesworth. «Ho sentito che non ripeti le cose». Tutto il giardino diventò molto, molto immobile. Poi: «OH, QUESTA SARÀ BELLA», strillò un tulipano. Sprinklesworth chiuse gli occhi. «…Siamo incredibilmente spacciati».
Il giardino senza filtro e dal tempismo ancora peggiore
La volpe non se ne andò. Naturalmente. Non lo facevano mai. Entrò completamente nella luce morbida e sciropposa della radura del dripcap, il pelo che catturava il bagliore come se fosse stato curato personalmente per ingressi teatrali. Si sedette con una grazia lenta e deliberata che gridava ho una storia e ti rovinerà la giornata. Sprinklesworth non si mosse. Non batté ciglio. Valutò brevemente di scivolare dal fungo e sparire nel muschio come una creatura rispettabile con dei limiti. Purtroppo non era né l'una né l'altra cosa. «…Va bene», borbottò. «Di' quello che devi. Ma se poi il giardino comincia a citarti, la responsabilità è tua».
«Posso conviverci», disse la volpe. «Lo dici adesso». «Oh, taci», trillò un gruppo di orchidee. «Lascia parlare quella alta e tormentata». «Siete il motivo dei miei problemi di fiducia», scattò Sprinklesworth. «Li avevi già prima di noi», risposero dolcemente le orchidee. «…Giusto». La volpe si schiarì la gola. «Frequentavo qualcuno», cominciò. «Ma certo», borbottò una margherita. «Era una cosa seria», continuò la volpe, ignorando l'interruzione con ammirevole autocontrollo. «O almeno, così pensavo». Sprinklesworth sospirò dentro di sé. Sarebbe stata lunga.
«Avevamo progetti», proseguì la volpe. «Tane condivise. Migrazioni stagionali. Scorte comuni di spuntini». «Oh no», sussurrò una rosa. «Non le scorte. Quello è praticamente matrimonio». «È matrimonio», corresse un giglio vicino. «Non sminuire l'impegno della logistica alimentare condivisa». Sprinklesworth si pizzicò il ponte del naso inesistente. «Continua pure», disse, già pentendosi di tutto. «E poi», disse la volpe, con la voce che si stringeva, «ho scoperto che… frequentava qualcun altro». Il giardino si sporse in coro. Perfino il fungo sembrava luccicare d'attesa. «…Un procione», aggiunse amaramente la volpe.
Un istante di silenzio. Poi: «CERTO CHE ERA UN PROCIONE», strillò il tulipano. «Amano il caos e le cose lucide», aggiunse una calendula. «E le decisioni discutibili», disse un narciso. «Siete tutti insopportabili», sibilò Sprinklesworth. «Siamo accurati», corresse il narciso. La volpe sbatté le palpebre. «…È sempre così?» «Peggio», disse Sprinklesworth. «Molto peggio». «Continua, ti prego», sollecitò un gruppo di fiori all'unisono, vibrando letteralmente d'impiccioneria. La volpe esitò, poi riprese. «Ho affrontato la questione», disse. «Ho chiesto se fosse vero».
«E?» sussurrò il giardino. «…Ha detto che “è successo e basta”». La reazione fu immediata. «NON SUCCEDE MAI “E BASTA”», scattò un girasole. «Richiede pianificazione», disse una peonia. «E scarso controllo degli impulsi», aggiunse una viola. «E TOTALE DISINTERESSE PER LE CONSEGUENZE EMOTIVE», gridò il tulipano, ormai deciso a essere la voce più forte dell'ecosistema. Sprinklesworth gemette. «Giuro su tutto ciò che appiccica, se non vi calmate…» «Ha detto che non significava niente», continuò la volpe, con la voce che si spezzava appena. Il giardino tacque. Non un silenzio rispettoso.
Un silenzio pericoloso. «…Oh», disse piano un fiore. «…Oh no», aggiunse un altro. Sprinklesworth lo sentì prima che accadesse. Quella tensione sottile e strisciante. Il modo in cui i petali si muovevano. L'aria che si addensava con la promessa di qualcosa di profondamente inappropriato. «Non fatelo», avvertì. «Lo faremo», rispose il giardino. «Vi prego, no». «Assolutamente sì». La volpe li guardava, confusa. «…Che succede?» Sprinklesworth aprì la bocca per rispondere. Non ne ebbe la possibilità. «L'HA DETTO AL TASSO LA SETTIMANA SCORSA», sbottò il tulipano. Tutto si fermò. La volpe si gelò.
«…Cosa?» Sprinklesworth sentì l'anima tentare di lasciare il corpo. «Ignora quello», disse in fretta. «Era…» «E ALLO SCOIATTOLO DUE GIORNI PRIMA», aggiunse premurosa la calendula. «E QUALCOSA SUL “ERA SOLO UNA FASE” A UN GUFO MOLTO CONFUSO», trillò una margherita. L'espressione della volpe cambiò. Lentamente. Pericolosamente. «…Mi state dicendo», disse con voce immobile, «che è un comportamento ricorrente?» «Ti stiamo dicendo», rispose il giardino in un gioioso coro, «che facevi parte di una rotazione». Sprinklesworth emise un rumore descrivibile soltanto come urlo esistenziale, ma più piano.
«…Non ho autorizzato questa divulgazione». «Tu l'hai ospitata», rispose il giardino. «Noi l'abbiamo curata». La volpe si alzò. Lentamente. Molto lentamente. «…Una rotazione», ripeté. «Gestita male», aggiunse una rosa. «Con una programmazione terribile», disse un giglio. «E zero responsabilità emotiva», trillò il tulipano, ormai nel suo elemento. La volpe si voltò verso Sprinklesworth. «…Lo sapevi?» «No», disse subito. «E se l'avessi saputo, l'avrei assolutamente tenuto per me come una creatura normale, rispettabile e con confini funzionanti». «…Ma il tuo giardino lo sapeva».
«Il mio giardino sa tutto», scattò lui. «È questo il problema». Ci fu una lunga pausa. Il tipo che si allunga. Si incrina. Minaccia di diventare qualcosa di molto, molto più rumoroso. «…Devo andare», disse infine la volpe. «Tu e tutti gli altri», borbottò Sprinklesworth. La volpe esitò. «…Grazie». «Non ringraziare me», disse. «Ringrazia la vegetazione aggressivamente invasiva attaccata alla mia colonna vertebrale». «…Grazie», disse la volpe, annuendo al giardino. «PREGO», risposero in coro. E la volpe se ne andò. Così. Lasciando silenzio. Pesante. Denso. Sospettosamente temporaneo.
Sprinklesworth non parlò per un lungo momento. Poi: «…Non potete continuare così». «Possiamo», rispose il giardino. «Non dovreste continuare così». «Moralmente? Discutibile». «…Legalmente?» «Poco chiaro». Sprinklesworth fissò di nuovo il vuoto. Era tanto stanco. Tanto, tanto stanco. «…Deve finire». «Perché?» chiese un fiore. «Perché», disse lentamente, «uno di questi giorni direte la cosa sbagliata alla creatura sbagliata…» Il giardino frusciò. Piano. Pensieroso. «…E?» Sprinklesworth espirò. «…E sarà da me che torneranno».
Una pausa. Poi: «Ne vale la pena», disse il tulipano. Sprinklesworth chiuse gli occhi. «…Siamo decisamente spacciati».
Limiti, contraccolpi e il fiore che non voleva tacere
Successe tre giorni dopo. Naturalmente. Perché l'universo, in tutto il suo infinito caos, aveva chiaramente deciso che Sir Sprinklesworth avesse goduto di abbastanza pace da rendere personale ciò che seguiva. La radura era quieta quella mattina. Sospettosamente quieta. Nessun roditore singhiozzante. Nessuna volpe teatrale. Nessun uccello emotivamente complicato con problemi d'impegno. Solo Sprinklesworth, il fungo e il basso ronzio di un giardino che stava palesemente pensando. Non gli piaceva. Neanche un po'. «Perché siete tutti così silenziosi?» chiese, stringendo gli occhi.
«Riflettiamo», disse un fiore. «Voi non riflettete. Reagite». «Ci evolviamo». «…È peggio». Poi: passi. Non esitanti. Non emotivi. Decisi. Sprinklesworth si irrigidì. «…No», sussurrò. «No, no, no. Oggi non lo facciamo». La figura uscì dalla vegetazione. Un tasso. Largo. Solido. Con l'energia di chi non sta per conversare, ma per un regolamento di conti. «…Tu», disse il tasso. Sprinklesworth non provò nemmeno a fingere. «…Io», rispose. «Ho sentito delle cose». «Sembra un problema tuo».
«Su di me». «…Sembra un problema nostro», corresse Sprinklesworth, lanciando un'occhiata omicida oltre la spalla. Il giardino frusciò. Senza rimorso. «Confermiamo le nostre dichiarazioni», disse il tulipano. «Nessuno te l'ha chiesto», sibilò Sprinklesworth. Il tasso si avvicinò. «Hai raccontato alla gente cose che non spettava a te raccontare». «Io no», scattò Sprinklesworth. «Il mio giardino ha un grave caso di disfunzione dei confini e una bocca che non esiste ma in qualche modo continua a funzionare». «Siamo un collettivo», corresse il giardino. «Siete una responsabilità», ribatté lui.
Lo sguardo del tasso si spostò sui fiori. «…Avete detto che ho “pianto su un favo chiamandolo sviluppo del personaggio”». Una pausa. Poi: «L'hai fatto», disse il tulipano. «…Una volta», ringhiò il tasso. «Tre volte», corresse una margherita. «Durante lo stesso episodio», aggiunse una rosa. «E di nuovo due settimane dopo, ma sembrava più una ricaduta», trillò un giglio. Sprinklesworth si afflosciò fisicamente. «…Non ne usciamo vivi». L'espressione del tasso si incupì. «…Vi pare divertente?» «No», disse subito Sprinklesworth. «Mi pare la conseguenza naturale di cattive scelte di vita, soprattutto le mie, compresa quella di restare fermo abbastanza a lungo perché la gente si fidasse di me».
«E quella di ospitarci», aggiunse il giardino. «Non eravate invitati», scattò lui. «Siamo cresciuti qui». «…Come un'eruzione cutanea». Il tasso si avvicinò ancora, sovrastando il fungo viscido. «Sistemerai questa cosa». «Lo farei volentieri», disse Sprinklesworth. «Davvero. Se hai un metodo per spegnere un ecosistema senziente di pettegolezzi attaccato alla mia schiena, sono tutt'orecchi». «…Smetterai di ascoltare». Sprinklesworth sbatté le palpebre. «…Cosa?» «Basta confessioni», disse fermamente il tasso. «Basta segreti. Basta nutrire… quello». Indicò il giardino.
Il giardino sussultò. Offeso. «Stiamo prosperando», disse un fiore. «Siete il problema», scattò il tasso. «Siamo il sintomo», corresse compiaciuto il tulipano. Sprinklesworth divenne immobile. Perché, irritante a dirsi… non era del tutto sbagliato. Guardò la radura. I sentieri familiari. Il muschio morbido consumato dal camminare nervoso. Il tenue residuo emotivo di ogni creatura che gli si era seduta davanti rovesciando pensieri come petali sciolti. «…Se smetto di ascoltare», disse lentamente, «troveranno un altro posto». «Bene», disse il tasso.
«…E quel posto non sarò io». «…Bene anche questo». Sprinklesworth espirò. A lungo. Lentamente. Pesantemente. «…Non credo di voler più essere “buono”». La radura tacque. Perfino il giardino si fermò. «…Cosa?» chiese un fiore. «Non l'ho chiesto io», disse. «Non ho chiesto fiducia. Non ho chiesto di essere un confessionale. Non ho chiesto di portarmi sulla schiena le decisioni mal ponderate di tutti come una specie di monumento emotivamente appiccicoso». «Siamo molto belli», offrì il giardino. «Siete complicati», corresse lui. Si mosse sul fungo.
Per la prima volta da molto tempo si mosse con intenzione. «…Ma se devo tenermelo», continuò, «allora lo faremo diversamente». Il tasso strinse gli occhi. «…Diversamente come?» Sprinklesworth si voltò. Lentamente. Deliberatamente. Quanto bastava a fronteggiare il giardino dietro di sé. «Volete parlare?» disse. I fiori si rianimarono. «Adoriamo parlare». «Lo so», disse. «È questo il problema». «…E?» «…E d'ora in poi», disse con voce bassa e ferma, «se ripeterete ciò che dice la gente…» Si fermò. L'aria trattenne il fiato.
«…Lo farete mentre è ancora qui». Il silenzio che seguì fu bellissimo. Netto. Pulito. Pericoloso in un modo completamente nuovo. «…Oh», disse il tulipano. «…OH», fecero eco gli altri. Il tasso sbatté le palpebre. «…È… in realtà peggio». «No», disse Sprinklesworth, risistemandosi sul fungo con un lieve sospiro soddisfatto. «È onesto». «Creerà problemi», avvertì il tasso. «Li crea già», rispose. «Almeno ora sarà immediato». Il giardino frusciò. Eccitato. Elettrico. «CI PIACE», dissero in coro. «Naturalmente», borbottò Sprinklesworth. Il tasso lo studiò a lungo.
Poi: «…Va bene», disse. «Ma se peggiora…» «Peggiorerà», disse Sprinklesworth calmo. «…Tornerò». «Porta spuntini», rispose. Il tasso fissò. Poi, riluttante, se ne andò. E così la radura si assestò di nuovo. Ma qualcosa era cambiato. Qualcosa di sottile. Qualcosa di… affilato. Sprinklesworth guardò il sentiero mentre una nuova ombra si avvicinava. Un coniglio stavolta. Nervoso. Irrequieto. Assolutamente pieno di cose che probabilmente avrebbe dovuto tenere per sé. «…Ciao», disse piano il coniglio. «Ho sentito che ascolti». Sprinklesworth sorrise. Appena. «È vero», disse.
Dietro di lui il giardino si sporse. Affamato. Pronto. «…Ma ti avverto», aggiunse, «abbiamo aggiornato da poco la nostra politica». Il coniglio sbatté le palpebre. «…Politica?» «Sì», disse allegro il tulipano. «Riscontro immediato», aggiunse la margherita. «Nessun ritardo», trillò la rosa. «Nessun segreto», concluse il giglio. Il coniglio esitò. «…Oh». Sprinklesworth inclinò la testa. «…Vuoi ancora parlare?» Una lunga pausa. Poi: «…Sì», disse il coniglio. «Bene», rispose Sprinklesworth. E per la prima volta da molto, molto tempo non temeva ciò che sarebbe venuto dopo. Era curioso. Perché se comunque tutto sarebbe stato detto ad alta voce…
Tanto valeva che fosse divertente.
Porta un po' di Sugarwild a casa
Entra nel mondo splendidamente caotico di Sir Sprinklesworth and the Blooming Burden of Too Many Thoughts, dove i segreti non restano sepolti e perfino i fiori hanno opinioni che probabilmente non dovrebbero condividere. Questo capolavoro deliziosamente senza filtro non è soltanto una storia: è un'esperienza sensoriale completa che puoi portare nel tuo spazio. Che tu scelga una stampa su tela, una vivace stampa incorniciata, un accogliente arazzo o persino un puzzle che ti permetta di ricomporre la follia una sezione alla volta, esiste un modo perfettamente inappropriato per apprezzarla. Aggiungi personalità con un biglietto di auguri o tieni vicino il caos con un adesivo, perché, sinceramente, una creatura tanto giudicante merita di essere vista ovunque.


The Wink That Got Away With Everything
The Dewdrop He Swore He Could Handle
Sir Petalgrip and the Fold He Should’ve Respected