La cerimonia inaugurale delle pessime decisioni
Ogni primavera, quando all’alba la nebbia su Blushwhistle Bay diventava lavanda e le canne a spirale cominciavano a srotolarsi come vecchie pettegole affacciate a una staccionata, le creature della laguna si preparavano all’evento più importante, teatrale, superfluo ed emotivamente instabile dell’anno.
La stagione del corteggiamento.
Non la migrazione. Non la nidificazione. Non la muta annuale, che tutti fingevano dignitosa benché lasciasse metà della baia simile a tappezzeria umida.
No.
La stagione del corteggiamento era il momento in cui ogni essere svolazzante, strisciante, saltellante o sinuoso entro tre creste muschiose dalla baia decideva di diventare irresistibile. Le rane lucidavano le sacche vocali finché brillavano come compiacimento gonfiato. I fringuelli provavano melodie tanto complicate da farsi venire le vertigini. I coleotteri laccavano i gusci con cera di bacche. Le lumache lasciavano scie scintillanti in un corsivo elaborato che nessuno sapeva leggere ma che tutti trovavano costoso.
E poi c’era il barone Bubblesworth Glimmerpip III.
Noto in tutta Blushwhistle Bay come The Bubble-Eyed Baron, era una creatura di tale sorprendente sicurezza visiva che perfino i nemici ammettevano che sembrava fosse successo qualcosa d’importante vicino a lui.
Era piccolo, color pastello e aggressivamente ornamentale. Le squame scintillavano d’acquamarina, rosa cipria, viola e oro tenue; ogni rilievo simile a una perlina catturava la luce mattutina come se fosse stato realizzato a mano da una fata con troppo tempo, troppi brillantini e nessuna supervisione adulta. Gli occhi erano enormi, spiralati e lucidi, riflettevano il mondo con tale intensità che più di un grillo si era accidentalmente scusato con lui senza sapere perché.
La lingua, però, era un problema.
Non dal punto di vista medico. Fisicamente funzionava benissimo. Fin troppo, a dire il vero. Era rapida, rosa, entusiasta e dotata di una personalità che spesso arrivava prima che il buonsenso riuscisse a infilarsi i pantaloni.
Il Barone adorava la propria lingua.
Blushwhistle Bay la temeva.
Una volta l’aveva usata per catturare un petalo di passaggio durante una commemorazione, pensando che sarebbe sembrato poetico. Sfortunatamente, il petalo apparteneva alla corona funebre del cugino di terzo grado dell’anziano Grubnock, e il silenzio che ne era seguito era durato undici giorni.
Un’altra volta aveva cercato di assaggiare un fungo luminoso durante una cena ed era passato il resto della serata a fare sinceri complimenti alle ossa di tutti.
Peggio ancora, l’estate precedente aveva cercato di impressionare una diva della palude in visita lanciando in aria una goccia di rugiada dalla punta di una canna e riprendendola a metà scintillio. Avrebbe potuto funzionare, se la goccia non avesse contenuto un moscerino addormentato, due acari del polline e ciò che i testimoni avrebbero poi definito «un sospetto frammento palustre». Il Barone l’aveva inghiottita comunque, perché l’orgoglio è solo stupidità con un mantello.
Ma quell’anno, secondo il Barone, sarebbe stato diverso.
Quell’anno non sarebbe stato ricordato come il folle decorativo che leccava prima e faceva domande quando compariva il gonfiore.
Quell’anno sarebbe diventato una leggenda romantica.
All’alba stava sul suo stelo ricurvo preferito, in posa contro la nebbia luminosa della baia, fissando una goccia sospesa come fosse uno specchio reale.
«Oggi», dichiarò, «la Baia assisterà all’eleganza».
Un coleottero di passaggio si fermò, lo valutò e proseguì.
«Assisterà alla raffinatezza».
Una mosca palustre si posò sul suo arco sopraccigliare sinistro.
«Assisterà alla passione, al contegno, al mistero e al potere devastante di uno sguardo lanciato al momento giusto».
La mosca starnutì.
La lingua del Barone scattò per istinto.
Ci fu un piccolo, umido plip.
La mosca era sparita.
Il Barone si immobilizzò.
Gli occhi si spalancarono ancora di più, cosa che non avrebbe dovuto essere biologicamente possibile ma che in qualche modo lo era.
«Quella», sussurrò a se stesso, «era colazione. Non comportamento».
Corresse la postura, alzò il mento e cercò di sembrare una creatura che non avesse appena mangiato una parte del proprio monologo drammatico.
Sotto di lui Blushwhistle Bay si risvegliava scintillando.
Era un luogo splendido, soprattutto in primavera. L’acqua era turchese lattiginoso, percorsa d’oro dove il sole toccava le increspature. Canne rosa ondeggiavano lungo le rive, le punte arricciate ornate di rugiada. Grappoli di fiori-bolla galleggiavano nelle secche, ogni petalo traslucido sfumato di perla e viola. Pesciolini dalle pinne ingioiellate sfrecciavano tra gli steli delle ninfee, mentre falene dalle ali zuccherine si alzavano dal muschio in spirali pigre.
L’aria sapeva di nettare tiepido, pietra bagnata, polline e panico romantico.
Da ogni direzione arrivavano i rumori dei preparativi.
Un coro di rane dalla gola lunare si scaldava in armonie sempre più aggressive.
Due libellule litigavano sul lucido per ali.
Una famiglia di scinchi dal dorso perlaceo provava colpi di coda sincronizzati vicino al vecchio arco di legno alla deriva.
E al centro della baia, su un’ampia piattaforma di ninfee nota come il Palco Arrossito, il Consiglio del Corteggiamento allestiva le decorazioni cerimoniali.
Il Consiglio era composto da tre anziani, nessuno dei quali corteggiava con successo da anni, il che naturalmente ne faceva degli esperti.
C’era l’anziano Plume, un uccello palustre dalle lunghe zampe, piume lavanda severe e la voce di una zia delusa.
C’era zia Glop, una rana tozza color giada la cui sacca vocale si gonfiava quando percepiva sciocchezze, il che le faceva trascorrere quasi tutta la primavera come un pallone giudicante.
E c’era mastro Twindle, un’antichissima lumaca dal guscio argenteo, magnifici baffi di muschio e la capacità di far durare qualsiasi annuncio diciassette minuti più del necessario.
Insieme governavano i riti stagionali: esibizioni, danze, dichiarazioni, disposizioni di piume, zone rispettabili per pavoneggiarsi e l’elenco ufficiale delle sostanze che nessuno poteva leccare prima del tramonto.
Metà dell’elenco era dovuta al Barone.
Preferiva non soffermarcisi.
Si concentrò invece sul proprio riflesso nella rugiada.
«Regale», mormorò.
Ruotò il corpo verso sinistra.
«Seducente».
Sollevò delicatamente una zampa anteriore.
«Pericoloso, ma con gusto».
Poi sorrise.
A rigore non era un sorriso affascinante. Era il genere di sorriso che suggeriva avesse sentito parlare di seduzione da un faleno ubriaco dietro una felce. La lingua spuntava appena tra le labbra, dando all’espressione un piccolo svolazzo umido.
«No», disse in fretta, ritirandola. «Mistero. Puntiamo sul mistero».
Il motivo di tutti quegli sforzi aveva un nome.
Lady Lumae di Glasspetal Glade.
Era arrivata tre giorni prima su una foglia a ventaglio alla deriva, accompagnata da due attendenti, un coleottero portabagagli e un profumo di seta di miele selvatica che aveva fatto dimenticare a metà baia cosa stesse facendo. Era snella, luminosa e terribilmente composta, con pinne traslucide lungo il collo che brillavano d’oro rosa quando rideva. Le squame erano menta pallida e perla, gli occhi stretti e intelligenti, la coda arricciata nella forma precisa di chi aveva rifiutato molti pretendenti e apprezzato le pratiche burocratiche.
Il Barone l’aveva vista solo una volta, dall’altra parte del mercato delle ninfee.
Stava comprando biscotti di polline fermentato, attività che considerava modesta e intellettuale. Lei era passata accanto a una bancarella di fichi di rugiada, si era fermata a esaminare un cesto di bacche lunari e aveva sorriso educatamente a un venditore.
Il Barone aveva immediatamente lasciato cadere nel fango tutti e sei i biscotti.
Poi, poiché il suo corpo aveva evidentemente dichiarato l’indipendenza dalla dignità, si era inchinato tanto profondamente da incollarsi la fronte a una chiazza di muschio sciropposo.
Lady Lumae lo aveva guardato.
Non aveva riso.
Non si era ritratta.
Lo aveva soltanto guardato.
Uno sguardo calmo, indecifrabile, devastante.
Il Barone aveva trascorso i due giorni successivi interpretandolo in diciassette modi sempre più lusinghieri.
All’alba del terzo giorno aveva deciso che lei era chiaramente incuriosita.
Forse incantata.
Magari intimidita dalla forza della sua autorità sensuale.
Zia Glop, interpellata, aveva detto: «Probabilmente si chiedeva perché ti stessi leccando il muschio dalla fronte».
Il Barone aveva scelto di liquidare l’osservazione come gelosia.
Ora, con l’apertura ufficiale della stagione del corteggiamento a mezzogiorno, aveva poche ore per preparare il grande debutto romantico che gli avrebbe garantito l’ammirazione di Lady Lumae, zittito i detrattori e finalmente dimostrato a Blushwhistle Bay che non era soltanto un grazioso nonsenso con le zampe.
Era un nobile nonsenso.
C’era differenza.
Il Barone scese dal posatoio a spirale con uno svolazzo, aggrappandosi allo stelo ricurvo mentre girava verso il basso in un modo che sperava apparisse atletico e sensuale.
A metà discesa, una zampa scivolò sulla rugiada.
Fece due giri, emise un suono da cardine cigolante spaventato e atterrò in una nuvola di polline.
Due giovani tritoni che osservavano da un fungo vicino scoppiarono a ridere.
«Prove», scattò il Barone spolverandosi. «Erano prove private».
«Di caduta?» chiese un tritone.
«Di resilienza».
«Sembrava appiccicoso».
«Tua madre sembra appiccicosa».
I tritoni ansimarono di gioia e corsero a ripeterlo a tutti.
Il Barone chiuse gli occhi.
«Eleganza», si ricordò. «Raffinatezza. Mistero. Meno commenti sulle madri».
La prima tappa fu la pozza della toeletta sotto l’arco di radici perlacee, dove le creature più vanitose della baia si radunavano per lucidarsi, lisciarsi e trasformare i propri riflessi in armi emotive.
La pozza era già affollata.
Orbin, la rana dal ventre di fuoco, gonfiava e sgonfiava la sacca vocale davanti a tre pesciolini per nulla impressionati.
Madame Vessa, una damigella dalle ali d’argento, si faceva spazzolare polvere d’opale sulle antenne da un tremante coleottero apprendista.
Due gechi rivali stavano coda contro coda, confrontando la lucentezza delle macchie con aperta ostilità.
Tutti fingevano di non osservare tutti gli altri.
Il Barone entrò come se varcasse un palazzo.
La conversazione calò, poi riprese in sussurri tanto taglienti da radere il muschio.
«Eccolo».
«È quello della cena col fungo?»
«Mia cugina dice che le ha fatto i complimenti per il femore».
«Però ha dei begli occhi».
«I begli occhi non ti salvano da quella lingua».
Il Barone finse di non sentire.
Salì su una pietra liscia da toeletta e si esaminò nell’acqua.
A essere onesti, era magnifico.
Ridicolo, ma magnifico.
Gli occhi brillavano come biglie incantate. Le guance erano punteggiate di minuscole squame perlacee. Lungo il dorso, rilievi color caramella formavano una cresta delicata, passando dal turchese al rosa al viola. La coda arricciata si avvolgeva dietro di lui con naturale teatralità. Perfino la rugiada sulla pelle sembrava intenzionale, un gioiello anziché umidità.
«Niente male», disse Madame Vessa, avvicinandosi.
Il Barone tentò di sembrare umile, espressione che non aveva mai provato e di cui non comprendeva spontaneamente il significato.
«Si fa quel che si può con antiche stirpi e pori eccellenti».
Madame Vessa inclinò la testa. «Antiche stirpi?»
«I Glimmerpip possiedono territori nobili a Blushwhistle Bay da sette generazioni».
«Vivi in un’erbaccia arrotolata».
«Un’erbaccia arrotolata ereditaria».
«Tuo padre non l’aveva persa scommettendo sui coleotteri?»
«Temporaneamente».
«Per undici anni?»
Il Barone si avvicinò al riflesso e sistemò una goccia sulla guancia.
«La storia è spesso gelosa della grandezza».
Madame Vessa sogghignò. «Sai che Lady Lumae parteciperà alla passeggiata di mezzogiorno».
Il Barone divenne perfettamente immobile.
«So molte cose».
«Davvero?»
«Alcune intimamente».
«Quella frase mi ha messa a disagio».
«Bene. Mistero».
Le ali di Madame Vessa ronzarono divertite. «Tenterai un’esibizione».
«Offrirò alla baia una dimostrazione di buon gusto di magnetismo romantico controllato».
«Quindi sì».
«Con dignità».
«Che sfortuna per la dignità».
Il Barone la guardò attraverso il riflesso. «Dubiti di me».
«Ti conosco».
«Questa stagione sono cambiato».
«Stamattina hai mangiato una mosca durante un discorso».
«Non puoi dimostrare che non fosse previsto».
«Ha urlato».
«Brevemente».
La voce di zia Glop tuonò alle loro spalle. «Barone».
L’intera pozza tacque.
Il Barone si voltò lentamente.
Zia Glop sedeva su un monticello di muschio vicino all’ingresso, tonda, verde e moralmente pronta a rovinare la mattina a qualcuno. La sacca vocale era già gonfia a metà.
«Zia», disse il Barone inchinandosi con rispetto teatrale. «Sei radiosa. Come uno smeraldo saggio con problemi digestivi».
La sacca si gonfiò di qualche altro centimetro.
«Non cominciare».
«Ti stavo facendo un complimento».
«Non era un complimento. Era un’insalata di parole col profumo addosso».
Diverse creature ridacchiarono.
Le guance del Barone si colorarono di lavanda.
Zia Glop saltellò più vicino. «Il Consiglio è stato informato che intendi partecipare all’esibizione inaugurale di corteggiamento».
«Informato da chi?»
Lei lo fissò.
Dietro di lei, i due giovani tritoni salutarono.
«Spioni», borbottò il Barone.
«Non te lo proibiamo», disse zia Glop, «nonostante le convincenti argomentazioni della pubblica sicurezza».
«Che generosità».
«Tuttavia ti ricordiamo alcune linee guida».
Il Barone sospirò. «Conosco le linee guida».
«Non leccherai nessun fiore cerimoniale».
«Va bene».
«Non leccherai nessun ospite».
«È successo una volta sola, e il Duca di Mossmere aveva della marmellata sulla spalla».
«Non leccherai nessuna parte del Palco Arrossito».
«Perché dovrei leccare il palco?»
Il silenzio di zia Glop fu brutale.
Il Barone distolse lo sguardo.
«C’era della resina zuccherina».
«Non eseguirai il tremolio della coda a ventaglio a meno di quindici centimetri dalla faccia di qualcuno».
«Questa regola è personale».
«Sì».
«Contro di me».
«Anche».
«Ingiusto».
«Necessario».
Il Barone si gonfiò. «Non sono un ragazzino sconsiderato governato dagli impulsi».
In quell’esatto momento, una particella luminosa di polline gli passò davanti al naso.
La lingua sussultò.
Ogni creatura alla pozza assistette alla scena.
Il Barone serrò la mascella.
La particella si avvicinò, dorata e morbida, dondolando nell’aria come una minuscola luna commestibile.
Gli occhi gli si incrociarono leggermente.
Zia Glop sussurrò: «Non farlo».
Il Barone rispose sussurrando: «Non lo sto facendo».
La particella vagò verso la guancia.
La lingua spuntò di un delicato millimetro.
Madame Vessa mormorò: «Oh, che tristezza».
Il Barone si premette entrambe le zampe anteriori sulla bocca.
La particella si posò sul naso.
Ci fu un lungo silenzio.
Tutto il corpo tremava per lo sforzo di trattenersi.
Zia Glop si sporse. «Controllo».
Il Barone annuì seccamente.
La particella scivolò verso il basso.
Toccò il labbro superiore.
Le pupille si dilatarono come lune gemelle sopra una pessima decisione.
Poi, con l’intensità di un soldato che marcia in battaglia, abbassò le zampe, chiuse la bocca e respirò dalle narici.
La particella cadde via intatta.
La pozza esplose in un applauso riluttante.
Il Barone sollevò il mento.
«Vedete?» disse, con voce tremante. «Sono una fortezza».
Zia Glop sembrò quasi impressionata.
Poi Orbin sussurrò: «Una fortezza dall’aria molto arrapata».
Gli applausi divennero risate strozzate.
Il Barone si girò di scatto. «Ripetilo, pallone con la gola».
«Ho detto quel che ho detto».
«Il tuo collo sembra una borsa bagnata».
Orbin si gonfiò indignato.
Zia Glop gemette. «Barone».
«No, no, ho finito di farmi prendere in giro dai bagagli anfibi».
Orbin saltò avanti. «Almeno il mio richiamo amoroso non sembra un cucchiaio che cade nella crema».
Il Barone ansimò. «È stata una sola esibizione».
«Faceva eco».
«L’acustica mi era ostile».
«Gli uccelli se ne sono andati».
«Erano commossi».
«Scappavano».
L’orgoglio del Barone, già fragile e troppo decorato, cominciò a vacillare pericolosamente.
«Quest’anno», annunciò, «offrirò un’esibizione tanto mozzafiato che Lady Lumae in persona si fermerà a metà passeggiata, si stringerà le pinne luminose e sussurrerà: “Ecco una creatura di passione, nobili natali ed eccezionale disciplina linguale”».
Madame Vessa sollevò una zampetta delicata. «Qualcuno sussurra davvero l’ultima parte?»
«Dopo oggi lo farà».
Zia Glop chiuse gli occhi. «Dolce fango palustre, dammi forza».
Ma ormai il Barone ardeva di determinazione.
Saltò dalla pietra su una canna vicina, la coda arricciata dietro di sé e gli occhi brillanti di pericolosa sincerità.
«Ridete finché potete», dichiarò alle creature radunate. «Al sorgere della luna, Blushwhistle Bay canterà il mio trionfo romantico».
Un giovane tritone gridò: «O il tuo arresto!»
«Magari entrambi!» urlò l’altro.
Il Barone puntò verso di loro una minuscola zampa ingioiellata. «La storia favorisce lo spettacolo».
«Anche il pettegolezzo», disse Madame Vessa.
Lui la ignorò e uscì dalla pozza con tutta la dignità consentita a un rettile color pastello ricoperto di rugiada e instabilità emotiva.
Il suo piano aveva tre fasi.
Prima, la presentazione.
Seconda, il canto.
Terza, il Grande Svolazzo a Spirale della Lingua.
Bisognava ammettere che la terza fase era controversa.
L’aveva inventata la sera prima, fissando il proprio riflesso in una pozzanghera e sentendosi particolarmente pericoloso. Prevedeva di arrampicarsi sulla canna a spirale centrale accanto al Palco Arrossito, svolgere la coda, spalancare gli occhi al massimo fulgore e far guizzare la lingua in un arco aggraziato attorno a una goccia sospesa, senza toccarla.
Eseguita correttamente, la manovra avrebbe fatto tremare la goccia, catturare la luce e inondare il palco di mille scintille.
Eseguita male, gli avrebbe fatto inghiottire la goccia, schiaffeggiare la propria faccia o violare per sbaglio una delle nuove leggi di zia Glop.
La grandezza richiedeva rischi.
E forse testimoni dalla memoria corta.
Diretto al boschetto delle prove, passò dal mercato, dove i venditori preparavano i festeggiamenti.
Il mercato della baia era un’esplosione di colori e profumi: fichi di rugiada impilati in conchiglie di ceramica blu, tortine al polline di rosa a raffreddare su pietre piatte, ghirlande di campane di nettare, vasetti di miele di lucciola e involtini di muschio vellutato ripieni di pasta di larve speziata.
Il Barone cercò di non guardare la pasta di larve speziata.
Fallì.
Lo stomaco emise un piccolo gorgoglio traditore.
«No», si disse. «Prima la seduzione. Poi le larve».
Un venditore agitò uno spiedino profumato di moscerini canditi. «Colazione, Barone?»
«Digiuno per amore».
«Pericoloso».
«Potente».
«Rende stupide certe creature».
«Io ci sono arrivato così».
Il venditore annuì. «Giusto».
Vicino alla bancarella dei fichi, il Barone vide gli attendenti di Lady Lumae sistemare un parasole ricavato da un cappello di fungo bianco.
Il cuore gli sbatté contro le costole.
Lei era nei paraggi.
Da qualche parte vicina.
Forse guardava.
Forse già sopraffatta dalla sua aura.
Tentò immediatamente di appoggiarsi con noncuranza a una canna.
La canna si piegò.
Lui scivolò.
Si riprese.
Trasformò la scivolata in un inchino.
Nessuno applaudì, ma un coleottero lasciò cadere una prugna.
Lui lo accettò come presagio.
Poi udì la voce di lei.
Dolce. Limpida. Divertita.
«È lui?»
L’intero sistema nervoso del Barone scattò in piedi e fece il saluto.
Guardò verso la bancarella delle bacche lunari.
Lady Lumae era sotto il parasole, luminosa nella luce mattutina. Le pinne brillavano debolmente, delicate e rosate ai bordi. La lunga coda arricciata riposava sul muschio come un punto interrogativo. Parlava con Madame Vessa, che evidentemente era volata avanti perché il pettegolezzo aveva ali e nessun peso morale.
Madame Vessa gli lanciò un’occhiata.
Poi tornò a Lady Lumae.
«Dipende», disse. «Quali voci hai sentito?»
Lady Lumae sorrise.
Il Barone dimenticò come funzionavano le zampe.
Sapeva di dover agire. Era il momento prima del momento. Un vero nobile l’avrebbe colto con grazia.
Sollevò il mento, socchiuse gli enormi occhi in quella che credeva un’intensità ardente e cominciò ad avvicinarsi.
Purtroppo, avendo gli occhi socchiusi, non vide la prugna.
La prugna caduta al coleottero era proprio sul suo percorso, lucida, viola e in attesa come una piccola, stupida trappola del destino.
La zampa anteriore ci finì sopra.
La prugna esplose.
Il Barone schizzò in avanti.
Scivolò sul muschio, ruotò una volta, urtò un cesto di bacche lunari e si fermò davanti a Lady Lumae con la guancia premuta su una pietra piatta e una strisciata di frutta viola sulla bocca.
Il mercato tacque.
Lady Lumae abbassò lo sguardo su di lui.
Il Barone aprì un occhio.
Sapeva di essere a un bivio.
Una strada portava alla vergogna.
L’altra alla reinvenzione.
Scelse la reinvenzione.
Senza alzarsi disse: «Sono arrivato».
Una bacca lunare gli rotolò dalla testa.
La bocca di Lady Lumae fremette.
«Vedo».
«Barone Bubblesworth Glimmerpip III», disse cercando di inchinarsi da orizzontale. «Al tuo servizio».
«Lady Lumae».
«Lo so».
«Davvero?»
«Solo nel senso profondamente rispettoso che tutti parlano di te e io fingo di non ascoltare».
Allora lei rise.
Non crudelmente.
Non forte.
Quanto bastava.
Il Barone sentì l’anima uscire dal corpo, indossare una veste di seta e cominciare a comporre poesie.
Si rimise in piedi, con il succo viola ancora lucido attorno alla bocca come una prova a carico.
«Mi scuso per l’ingresso. Stavo dimostrando la velocità».
«Davvero?»
«La velocità romantica».
«Sembra rischioso dal punto di vista medico».
«Solo per chi non è allenato».
Lei lo squadrò, con gli occhi scintillanti. «E tu sei allenato?»
Ogni risposta ragionevole fuggì.
Il Barone sorrise.
La lingua scivolò fuori e raccolse un po’ di succo dalla guancia.
Madame Vessa emise un piccolo suono strozzato.
Zia Glop, da qualche parte nel mercato, tuonò: «BARONE».
Il Barone si bloccò a metà leccata.
Le pinne di Lady Lumae si illuminarono.
«Ah», disse. «Quella parte dunque è vera».
Lui ritrasse lentamente la lingua.
«Dipende da quale parte».
«Quella sul tuo non riuscire a resistere all’assaggio delle conseguenze».
Il Barone si raddrizzò.
«Le conseguenze sono spesso fraintese».
«E la frutta?»
«La frutta è raramente innocente».
Lady Lumae lo studiò con un’espressione indecifrabile, il che naturalmente significava che lui la interpretò subito come fascinazione.
«Ti esibirai oggi?» chiese.
La domanda lo colpì come luce solare attraverso una vetrata.
«Certamente», disse. «Un’esibizione di contegno, eleganza e architettura emotiva senza precedenti».
«Architettura emotiva?»
«Fascino portante».
Lei rise di nuovo, stavolta più luminosa.
Il Barone quasi svenne dal trionfo.
«Non vedo l’ora», disse Lady Lumae.
Poi si voltò e scivolò via sotto il parasole, seguita dagli attendenti, la coda arricciata dietro di lei come una firma.
Il Barone la guardò andare.
Madame Vessa aleggiava accanto a lui.
«Beh», disse, «poteva andare peggio».
«Ha riso».
«Di te».
«Vicino a me».
«Per causa tua».
«Esattamente».
Madame Vessa guardò il succo sulla sua faccia. «Hai una resilienza spaventosa».
«Il destino mi ama».
«Il destino ti ha appena lanciato nella frutta».
«Una spintarella civettuola».
Arrivò zia Glop, gonfia di preoccupazione e irritazione. «Cos’è successo?»
Il Barone si toccò il petto. «Chimica».
«Sembra un’aggressione ortofrutticola».
«L’amore sporca».
«Anche tu».
«Ha detto che non vede l’ora della mia esibizione».
Gli occhi di zia Glop si socchiusero. «Quale esibizione?»
Il Barone tacque.
Madame Vessa arretrò lentamente in volo.
La sacca vocale di zia Glop si allargò. «Barone».
«Un’esibizione di buon gusto».
«Definisci buon gusto».
«Potrebbe esserci una goccia di rugiada».
«No».
«Una canna a spirale».
«Assolutamente no».
«Uno svolazzo».
«Ti placco personalmente».
«Non serve violenza».
«Servirà se la tua lingua diventa un pericolo pubblico».
Il Barone si eresse, con la bocca viola e magnifico. «Zia Glop, con tutto il rispetto, rifiuto di vivere in piccolo solo perché la grandezza innervosisce gli altri».
«Di solito la grandezza non richiede una squadra di pulizia».
«La mia sì».
Lei lo fissò a lungo.
Poi, con la voce di chi vede un ponte prendere fuoco da entrambe le estremità, disse: «Va bene».
Il Barone batté le palpebre. «Va bene?»
«Esibisciti».
Madame Vessa sussurrò: «Oh, no».
Zia Glop gli puntò contro un dito palmato. «Ma se ferisci qualcuno, offendi un ospite, lecchi un elemento strutturale o provochi un altro incidente fungino, ti assegno personalmente tre mesi d’inventario delle alghe».
Il Barone rabbrividì.
L’inventario delle alghe era il luogo dove la gioia andava a farsi contare lentamente.
«D’accordo», disse.
«E niente sostanze a sorpresa».
«Definisci sostanze».
«Qualsiasi cosa scintilli, coli, brilli, ronzi, pulsi, sudi, canti o porti un’etichetta d’avvertenza».
«Elimini gran parte della poesia della vita».
«Bene».
Zia Glop saltellò via borbottando qualcosa sulle assicurazioni.
Il Barone tornò verso il Palco Arrossito, che ormai brillava in lontananza sotto archi di canne rosa e campane sospese.
Mezzogiorno si avvicinava.
La passeggiata inaugurale sarebbe cominciata presto.
Lady Lumae ci sarebbe stata.
Il Consiglio ci sarebbe stato.
L’intera baia ci sarebbe stata.
E il barone Bubblesworth Glimmerpip III, nobile erede di un’erbaccia arrotolata contesa e frequente vittima della propria bocca, si sarebbe finalmente elevato al di sopra dello scherno.
Avrebbe eseguito il Grande Svolazzo a Spirale della Lingua.
Avrebbe dimostrato che la passione poteva essere controllata.
Che la bellezza poteva essere disciplinata.
Che una creatura poteva essere al tempo stesso sfrenatamente decorativa e perlopiù affidabile.
Doveva solo arrampicarsi sulla canna, mantenere la posa, far passare la lingua attorno alla goccia senza toccarla ed evitare qualsiasi stupidaggine tanto spettacolare da entrare nelle leggi della baia.
Il Barone sorrise.
Per un glorioso secondo, la fiducia lo riempì dal naso alla coda.
Poi un venditore vicino chiamò: «Ultima occasione per i moscerini canditi!»
La lingua sussultò.
Il Barone si schiaffò una zampa sulla bocca.
«Non oggi», sussurrò. «Oggi siamo romanticismo».
Sopra la baia, le campane cerimoniali cominciarono a suonare.
E in tutta Blushwhistle Bay le creature si voltarono verso il palco, ignare che stava per cominciare l’esibizione di corteggiamento più discutibile a memoria recente.
Il Grande Svolazzo a Spirale della Lingua
Quando le campane smisero di suonare, Blushwhistle Bay si era raccolta in un tremante, scintillante concentrato di ormoni, vanità e pessime decisioni con indosso polline decorativo.
Il Palco Arrossito galleggiava al centro della laguna, ampio, rosa e lucidato pericolosamente. Era costruito con i petali fusi di antichi fiori-bolla, rinforzati con fibre di radici perlacee, e ogni anno una squadra di coleotteri che prendeva il lavoro troppo sul serio lo incerava. Intorno, le foglie di ninfea formavano un anfiteatro naturale, ognuna affollata di creature che cercavano di apparire disinvolte mentre valutavano di nascosto le strategie di marketing riproduttivo altrui.
Le rane erano arrivate a piena gola.
Gli scinchi scintillavano in formazioni familiari.
Le damigelle aleggiavano in gruppi eleganti, fingendosi superiori al pettegolezzo mentre ne producevano la maggior parte.
Anche le lumache erano arrivate in anticipo, il che nella loro cultura significava essersi messe in viaggio tre giorni prima di ricevere l’invito.
Davanti al palco, sotto un baldacchino di canne rosa e campane di nettare, il Consiglio del Corteggiamento sedeva in una fila di giudizio cerimoniale.
L’anziana Plume sembrava abbastanza severa da far cagliare la rugiada.
Zia Glop sembrava abbastanza gonfia da essere classificata come fenomeno atmosferico.
Mastro Twindle sedeva in solenne silenzio, il che significava per tutti che preparava un discorso tanto lungo da richiedere spuntini.
Il barone Bubblesworth Glimmerpip III stava dietro una tenda di muschio pendente, osservando il pubblico da una fessura e cercando disperatamente di non vomitare sicurezza di sé.
Si era pulito il succo di prugna dalla faccia.
Quasi tutto.
Una tenue macchia viola gli curvava ancora attorno a un angolo della bocca, facendolo sembrare baciato maliziosamente dalla frutta o reduce da un crimine legato alla marmellata.
Aveva lucidato ogni squama perliforme finché il corpo pastello brillava a fasce d’acquamarina, lavanda, perla, rosa e oro. Minuscole gocce di rugiada aderivano al dorso crestato come gioielli. Gli enormi occhi riflettevano la baia in frammenti a spirale, dandogli l’aspetto inquietante di chi avesse visto ogni futuro possibile e scelto apposta il più stupido.
«Sembri umido», disse Madame Vessa accanto a lui.
Il Barone non si voltò. «Sembro luminoso».
«Sembri una caramella fuggita dal bagno».
«Una caramella luminosa».
«Con l’ansia».
«Tutti i grandi artisti hanno l’ansia».
«La maggior parte non richiede una liberatoria scritta per la lingua».
Il Barone guardò l’ingresso del palco, dove zia Glop aveva effettivamente posato una foglia umida da lui firmata con inchiostro di bacche. Riportava queste condizioni:
Io, barone Bubblesworth Glimmerpip III, riconosco che la mia lingua è sotto la mia responsabilità e che qualsiasi conseguenza legata alle leccate durante l’Esibizione di Corteggiamento non potrà essere attribuita al Consiglio, al Palco, al tempo, al destino, ai fantasmi, alla deriva del polline, a gocce di rugiada seducenti o a presunti istinti ancestrali.
Aveva obiettato alle «gocce di rugiada seducenti», ma zia Glop lo aveva semplicemente fissato finché non aveva firmato.
«È un documento oppressivo», disse.
«È un miracolo di sicurezza pubblica».
Inspirò lentamente dalle narici.
Da lì vedeva Lady Lumae seduta su una pallida foglia di ninfea vicino alla prima fila. Era devastantemente calma sotto il parasole di fungo. Dietro di lei gli attendenti sedevano composti come delicati segni di punteggiatura. Le pinne traslucide brillavano debolmente d’oro rosa nel sole filtrato e la coda era ordinatamente arricciata accanto.
Guardava il palco.
Forse aspettava lui.
Forse si chiedeva se le storie fossero vere.
Forse si preparava a fuggire.
Tutte e tre le possibilità lo riempivano d’elettricità.
«È venuta», sussurrò.
Madame Vessa seguì lo sguardo. «Sono venuti tutti».
«Per me».
«Per l’evento».
«Io sono l’evento».
«Tu sei un incidente in attesa di accadere».
Il Barone sorrise. «La storia usa molte parole prima di scegliere leggenda».
Le ali di Madame Vessa fremettero. «Per favore, non dire cose del genere subito prima di arrampicarti».
Sul palco, l’anziana Plume sollevò il lungo becco e il mormorio si spense.
«Creature di Blushwhistle Bay», annunciò, la voce che tagliava netta l’aria primaverile, «benvenute alla Passeggiata Inaugurale della Stagione del Corteggiamento».
Un’onda di applausi attraversò le ninfee.
La sacca vocale di zia Glop si espanse cerimonialmente.
Mastro Twindle annuì tanto lentamente che diversi moscerini raggiunsero l’età adulta durante il movimento.
«Oggi», continuò Plume, «celebriamo bellezza, coraggio, contegno e le sacre tradizioni attraverso le quali la comunità esprime ammirazione senza causare lesioni inutili».
Diverse creature guardarono la tenda di muschio.
Il Barone si raddrizzò. «Perché guardano tutti qui?»
Madame Vessa disse: «Perché le lesioni inutili hanno una faccia preferita».
«Come sempre», disse Plume, «i partecipanti saranno giudicati non soltanto per lo splendore dell’esibizione, ma per sincerità, grazia, rispetto dei limiti e osservanza di tutte le restrizioni applicabili alle leccate».
Il pubblico ridacchiò.
Il Barone chiuse gli occhi.
«La fama è un peso».
«Anche le cause legali», disse Madame Vessa.
La prima esibizione fu quella delle rane dalla gola lunare.
Salirono sul palco in una fila verde brillante, ogni sacca vocale lucidata a specchio. Orbin stava al centro, largo e compiaciuto, con le macchie del ventre oliate per la massima provocazione.
Al segnale di Plume inspirarono.
Poi cantarono.
Purtroppo, fu impressionante.
Le voci salirono in pulsazioni sovrapposte, profonde e calde, vibrando tra le ninfee e sull’acqua. Le armonie rotolavano come tuoni sotto vetro. Il pubblico ondeggiò. Diverse falene svennero nel muschio. Orbin gonfiò la gola finché brillò come un’eroica lanterna bagnata.
Il Barone osservava con gli occhi socchiusi.
«Sovracompensazione», borbottò.
Madame Vessa aleggiava accanto. «Di cosa?»
«Di tutto».
Le rane conclusero con un gracidio sincronizzato che mandò minuscoli cerchi sulla baia. Esplosero gli applausi.
Lady Lumae applaudì educatamente.
Orbin s’inchinò direttamente verso di lei.
L’occhio sinistro del Barone ebbe un tic.
«Si è inchinato a lei».
«È nel pubblico».
«Ha usato la gola».
«È una rana».
«Una volgare esibizione di gola».
«Era letteralmente la parte delle rane».
Orbin passò accanto alla tenda e rivolse un sorriso al Barone. «Cerca di non leccare gli applausi all’uscita».
Il Barone sorrise dolcemente. «Cerca di non conservarti la zuppa nel collo».
Il sorriso di Orbin sparì.
Madame Vessa sussurrò: «La maturità sarebbe stata tacere».
«La maturità è sopravvalutata».
Poi toccò agli scinchi dal dorso perlaceo. Eseguirono una formazione di colpi di coda tanto precisa che perfino Plume sembrò vagamente soddisfatta, cosa che per lei equivaleva a piangere apertamente. Le code lampeggiavano d’argento, corallo e oro mentre si muovevano in cerchio gli uni attorno agli altri, disegnando motivi simbolo di devozione, armonia, fertilità e forse di un nodo molto complicato.
Il pubblico applaudì ancora.
Poi vennero due lumache in corteggiamento che tracciarono spirali speculari di bava scintillante mentre mastro Twindle narrava il significato storico di ogni curva.
Alla settima curva, metà pubblico era entrato in una lieve trance.
Alla dodicesima, un coleottero chiese se la morte fosse sempre così umida.
Alla diciassettesima, zia Glop interruppe per misericordia stagionale.
Dopo le lumache, Madame Vessa eseguì una danza aerea con altre sei damigelle. Le ali catturavano il sole, spargendo scintille d’argento sul palco. Scendevano, ruotavano, s’incrociavano, salivano e sparivano tra spruzzi di nebbia con tale eleganza che per un attimo il Barone dimenticò di serbarle rancore.
Quando tornò dietro le quinte, con gli applausi ancora alle spalle, lui accennò un cenno.
«Adeguato».
Lei s’inchinò. «Che le tue illusioni ti siano di conforto».
Lui deglutì.
Toccava a lui.
Zia Glop arrivò dondolando con l’espressione solenne di chi porta con sé autorità e indigestione.
«Barone».
«Zia».
«Ultimo avvertimento».
«Superfluo».
«Niente leccate a esseri viventi».
«D’accordo».
«Niente leccate a elementi strutturali».
«Ricevuto».
«Niente leccate a oggetti cerimoniali».
«Definisci cerimoniali».
La sacca vocale si gonfiò.
«Ritiro la domanda».
Lei lo squadrò. Sotto l’irritazione c’era quasi preoccupazione.
«Ascoltami, Bubblesworth».
Il Barone si irrigidì. «Sai che preferisco Barone».
«E io preferisco una primavera senza pratiche. Soffriamo tutti».
Lui sospirò.
Zia Glop abbassò la voce. «Non devi rivoltarti come un calzino per farti notare».
«Non mi sto rivoltando».
«Stai per arrampicarti su una canna scivolosa ed eseguire una coreografia linguale davanti a mezza palude».
«Quella è rivolta verso l’esterno».
«Sai cosa intendo».
Per un momento il Barone tacque.
Attraverso la tenda vedeva di nuovo Lady Lumae. Sedeva composta e indecifrabile, con un morbido bagliore. Sembrava un segreto avvolto nella seta.
«Si aspetta grandezza», disse.
«Davvero?»
«Ha detto che non vedeva l’ora della mia esibizione».
«Può significare molte cose».
«Sì. Passione. Interesse. Attesa. Eccitazione dello spirito».
«O semplice educazione».
Il Barone trasalì come colpito.
Zia Glop si addolcì. «Sei già memorabile».
«Non è sempre un bene».
«No», ammise. «A volte richiede stracci».
Lui guardò le zampe ingioiellate.
«Oggi non voglio essere una barzelletta».
La sacca di zia Glop si sgonfiò un poco.
Le parole sorpresero perfino lui. Erano uscite più piccole del previsto, meno levigate e molto meno compiaciute. Per un respiro non fu il Bubble-Eyed Baron, erede di un’erbaccia discutibile e maestro di reinvenzione a base di frutta. Fu soltanto una minuscola creatura ridicola che aveva passato troppe stagioni a farsi ridere dietro per gli ingressi rumorosi, le frequenti scivolate e il desiderio disperato di essere ammirata prima di capire come farsi conoscere.
Zia Glop lo guardò a lungo.
«Allora non esibirti come una barzelletta», disse. «Esibisciti come te stesso».
«Me stesso è spesso il problema».
«Solo quando fingi che non lo sia».
Il Barone batté le palpebre.
Sembrava una saggezza scomodissima.
Odiava quando zia Glop faceva così. Discutere diventava meno divertente.
Prima che rispondesse, la voce di Plume risuonò dal palco.
«Il prossimo partecipante richiede poche presentazioni, ma diversi moduli firmati».
Il pubblico si agitò.
Qualche creatura ridacchiò.
Il Barone inspirò.
«Accogliete il barone Bubblesworth Glimmerpip III».
Ci furono applausi.
Alcuni sinceri.
Altri con l’energia scoppiettante di chi guarda qualcuno portare una torta giù per le scale.
Il Barone attraversò la tenda di muschio.
Il sole lo colpì.
La baia scintillò.
Per un istante abbagliante si sentì magnifico esattamente quanto appariva.
Attraversò lentamente il Palco Arrossito, posando ogni zampetta con attenzione deliberata. La coda arricciata si sollevava in un arco elegante. La rugiada brillava sul dorso. Gli enormi occhi riflettevano centinaia di volti rivolti a lui.
Non scivolò.
Non leccò.
Non insultò la madre di nessuno.
Un inizio promettente.
Raggiunse il centro e s’inchinò.
Un mormorio attraversò la folla.
Lady Lumae si sporse appena.
Il cuore del Barone cominciò a battere in tre lingue diverse.
Alla sua destra si ergeva la canna a spirale centrale, alta e ricurva accanto al palco. Dalla curva più alta pendeva la goccia perfetta: tonda, limpida, tremante e abbastanza luminosa da catturare tutto il sole di mezzogiorno.
Era bellissima.
Aveva un’aria proibita.
Era esattamente il genere di cosa che la sua lingua considerava un invito personale.
La fissò.
La goccia ricambiò lo sguardo, metaforicamente, il che in qualche modo peggiorò tutto.
Zia Glop osservava dal seggio del Consiglio, la sacca che lentamente si gonfiava.
Il Barone si avvicinò alla canna.
La folla tacque.
Posò una zampa sullo stelo ricurvo.
Poi l’altra.
La canna si fletteva sotto il suo peso, scivolosa d’umidità e cerosa per la crescita primaverile. Salì con grazia attenta, gli artigli aggrappati alla superficie e la coda arricciata dietro a fare da contrappeso.
A metà sentì Orbin sussurrare dalla ninfea in prima fila: «Non cadere, chiappe scintillanti».
Il Barone si bloccò.
Ogni istinto elegante evaporò.
Il primo impulso fu voltarsi e dire qualcosa d’imperdonabile sulla stirpe di Orbin, sulla sua gola e sulla somiglianza generale con un portamonete umido.
Il secondo fu lanciare la lingua per strappargli dal petto la spilla di bacche, solo per stabilire il dominio.
Il terzo impulso, più quieto ma nuovo, fu continuare a salire.
Scelse il terzo.
Quasi lo uccise.
Non fisicamente. Spiritualmente.
Ma salì.
Il pubblico se ne accorse.
Zia Glop se ne accorse.
Lady Lumae se ne accorse.
Il Barone raggiunse la curva alta e si sistemò sotto la goccia. Da lì vedeva tutta Blushwhistle Bay intorno a sé: nebbia lavanda tra le canne, acqua turchese luminosa sotto le ninfee, il palco chiaro in basso e centinaia di volti alzati verso di lui.
Sollevò la coda.
Spalancò gli occhi.
Le spirali al loro interno catturarono il sole e lampeggiarono di blu, oro e viola.
Un lieve sussulto attraversò la folla.
Il Barone rimase immobile.
Per una volta il silenzio giocava a suo favore.
Poi cominciò l’esibizione.
Oscillò dolcemente con la canna, lasciando che il corpo ne seguisse la curva naturale. Le squame ondeggiavano di luce pastello. I rilievi ingioiellati sul dorso brillavano come piccole lanterne. Si girò lentamente, mostrando prima un fianco, poi l’altro, ogni movimento deliberato. La coda si arrotolava e si svolgeva in anelli aggraziati, riecheggiando la spirale della canna.
La folla tacque in ammirazione.
Niente risate.
Niente sogghigni.
Niente campane d’emergenza.
Il Barone sentì sbocciare nel petto qualcosa d’insolito.
Non vanità.
Beh, non soltanto vanità.
Qualcosa di più saldo.
Ci stava riuscendo.
Ci stava riuscendo davvero.
Lady Lumae osservava con la testa inclinata, le pinne ormai più luminose.
Il Barone sollevò il mento.
Ora il canto.
Era la parte che lo preoccupava.
Storicamente, i suoi richiami amorosi erano stati descritti come «posate bagnate», «un bollitore pieno di rimpianto» e, una volta da una tartaruga anziana, «il rumore che faceva mio marito prima della fine».
Ma il Barone si era esercitato.
In privato.
Lontano dai testimoni.
Inspirò.
L’intera baia inspirò con lui.
Poi cantò.
La prima nota vacillò.
Non troppo.
Quanto bastava a suggerire che il suono stesse ancora valutando le opzioni di carriera.
Qualche creatura si mosse.
Il Barone si stabilizzò e proseguì.
La seconda nota salì più limpida. La terza trovò un morbido trillo. La quarta sorprese perfino lui, risuonando dolcemente lungo la canna e sul palco. Non era la bellezza tonante delle rane né il bagliore elegante delle ali di damigella. Era più piccola, più strana, luminosa e gorgheggiante, con piccole pause scintillanti tra i toni.
Sembrava luce solare che cercava di passare attraverso bolle.
Contro ogni previsione, somigliava a lui.
La baia ascoltò.
Perfino Orbin chiuse la sua piccola bocca umida.
Il Barone cantò di canne ricurve e ombre di radici perlacee, di nebbia primaverile e macchie di bacche lunari, del desiderio di essere visto senza dover diventare qualcuno di più disinvolto, più quieto o meno incline a leccarsi la prugna dalla faccia sotto pressione. Cantò senza parole, ma in qualche modo l’emozione arrivò.
L’espressione di Lady Lumae si addolcì.
La sacca di zia Glop si sgonfiò quasi del tutto.
Madame Vessa, sospesa vicino alla tenda, sussurrò: «Però, accidenti».
Il Barone raggiunse l’ultima nota e la tenne mentre la canna oscillava sotto di lui.
La goccia tremò sopra la sua testa.
Il sole vi ardeva dentro.
Ora veniva il Grande Svolazzo a Spirale della Lingua.
La folla si sporse.
La sacca di zia Glop si rigonfiò tanto rapidamente da emettere uno squittio gommoso.
Il Barone si concentrò sulla goccia.
In teoria il trucco era semplice.
Estendere la lingua.
Farla passare attorno alla goccia.
Non toccarla.
Lasciare che il movimento smuovesse appena l’aria per far ruotare la goccia sullo stelo, spargendo luce sulla baia.
Un gesto di disciplina.
Un simbolo di desiderio trattenuto.
Una dimostrazione poetica della sua capacità di ammirare qualcosa di bello senza metterselo subito in bocca.
Francamente, il simbolismo stava lavorando parecchio.
Aprì la bocca.
La lingua emerse lentamente, rosa e lucida nel sole.
Il pubblico divenne completamente immobile.
Cominciò l’arco.
Prima il lato sinistro.
Fluido.
Controllato.
Eccellente.
La lingua salì, curvando attorno alla goccia con precisione impossibile. L’aria si mosse. La goccia tremò.
La folla ansimò.
Il Barone proseguì.
Mezzo cerchio.
Tre quarti.
Quasi completo.
Sentiva l’umidità della goccia senza toccarla. Il fresco aleggiava sul limite della percezione. La lingua formicolava di tentazione. Ogni istinto gridava: afferrala.
Non lo fece.
Mantenne il controllo.
La goccia ruotò.
Ne esplose la luce.
Per un secondo mozzafiato l’intera baia si riempì di scintille. Oro, lavanda, acquamarina, rosa e perla si sparsero su ogni volto, ninfea e canna. L’acqua lampeggiò come gioielli liquidi. Le pinne di Lady Lumae brillavano come l’alba.
Il Barone ce l’aveva fatta.
Assolutamente, innegabilmente.
Il pubblico esplose.
Gli applausi si abbatterono sulla baia.
Perfino Plume sembrò moderatamente viva.
Zia Glop fissava, sbalordita.
Madame Vessa esultò.
Il Barone ritrasse la lingua con grazia perfetta e sollevò in trionfo una zampetta ingioiellata.
Quello, pensò, era il momento.
Era la svolta.
Era l’inizio della leggenda.
Poi la canna si spezzò.
All’inizio non teatralmente.
Ci fu un piccolo suono.
Un delicato cric.
Il genere di suono che diventa importante solo quando è seguito da un disastro.
Il Barone guardò in basso.
La canna si piegò.
Gli applausi vacillarono.
Zia Glop si alzò. «Non muoverti».
Il Barone, preso dal panico, si mosse.
La canna sferzò di lato.
Lui decollò.
Per una frazione di secondo il barone Bubblesworth Glimmerpip III volò sopra Blushwhistle Bay in un arco scintillante di nobiltà pastello, zampe spalancate, occhi enormi, coda a spirale e bocca aperta in una muta espressione di tradimento ancestrale.
Poi colpì il baldacchino delle campane di nettare.
Il baldacchino non apprezzò.
Crollò.
Le campane di nettare esplosero.
Sciroppo dorato appiccicoso piovve sul palco.
Il Barone rimbalzò contro un cerchio di canne sospeso, ricadde sul Palco Arrossito, scivolò sulla superficie di petali lucidi e rotolò verso i seggi del Consiglio come una ruota decorativa di conseguenze.
Mastro Twindle ebbe appena il tempo di dire: «Oh, accidenti», prima che il Barone urtasse il bordo del guscio argenteo.
La lumaca girò dolcemente su se stessa.
Zia Glop si lanciò per fermare il Barone.
Purtroppo il palco era ormai scivoloso di nettare.
Le zampe slittarono.
Schizzò avanti, urtò le gambe di Plume ed entrambe caddero nel cesto delle ghirlande cerimoniali.
Il cesto si ribaltò.
Le ghirlande volarono.
Le rane gridarono.
Gli scinchi si dispersero.
Le damigelle si sollevarono in un panico scintillante.
Orbin cercò di balzare eroicamente di lato, atterrò nello sciroppo e rimase incollato al palco col ventre, producendo un rumore che sarebbe stato descritto come «profondamente personale».
Il Barone si fermò infine a testa in giù in una ciotola di tortine al polline di rosa.
Calò il silenzio.
Una tortina gli scivolò dalla fronte.
Da qualche parte in fondo, un giovane tritone sussurrò: «Ne valeva la pena».
Il Barone batté le palpebre.
Il mondo era capovolto.
Il corpo era coperto di nettare.
La coda impigliata in una ghirlanda.
Una zampa infilata in una tortina.
E Lady Lumae, la luminosa e composta Lady Lumae, si era alzata dalla ninfea e lo fissava.
Il Barone deglutì.
C’erano vari modi per gestire la situazione.
Scusarsi.
Tacere.
Fingersi morto.
Non ne scelse nessuno.
Ancora capovolto e grondante sciroppo disse: «Volevo concludere più in basso».
Per mezzo battito nessuno si mosse.
Poi Lady Lumae rise.
Non una risata educata.
Non la piccola risata divertita del mercato.
Una risata vera.
Luminosa, incontenibile, risuonò sul palco finché le pinne le brillarono. Si coprì la bocca, non riuscì a fermarsi e dovette tornare a sedersi sulla ninfea.
Il suono spezzò l’incantesimo.
Anche il pubblico scoppiò a ridere.
Non crudelmente.
Non del tutto, almeno.
La risata attraversò la baia, calda e selvaggia. Ridevano le rane. Gli scinchi. Le damigelle. Perfino Plume, ancora con una ghirlanda addosso come un cappello funebre offeso, emise un suono strozzato che poteva essere allegria in fuga attraverso la burocrazia.
Zia Glop si scollò dal palco e fulminò il Barone.
«Hai firmato un modulo».
«Il modulo non menzionava il volo».
«Non avrebbe dovuto essere necessario».
Orbin gemette dalla prigione di sciroppo. «Ho il ventre sigillato al palco».
Il Barone alzò la testa. «Finalmente emerge il tuo talento».
«Ti odio».
«Comprensibile».
Zia Glop lo indicò. «Non leccare il nettare».
Il Barone si bloccò.
Fino a quel momento non ci aveva pensato.
Ora lo sentiva dappertutto: sciroppo caldo, dolce e dorato sulle squame, gocce vicino alla bocca, pozze sul bordo della ciotola.
L’intera baia lo osservava.
La lingua sussultò.
Zia Glop sussurrò con calma letale: «Bubblesworth».
Gli occhi del Barone si spalancarono.
Serrò la mascella.
Il nettare gli colò sulla guancia.
Toccò l’angolo della bocca.
La lingua premette sulle labbra dall’interno come un criminale che prova una porta.
Non farlo, si ordinò.
Non farlo.
Non diventare un emendamento.
Lady Lumae lo osservava ancora; la risata ora si spegneva in attenzione curiosa.
Il Barone inspirò dal naso.
Sollevò una zampa appiccicosa e si pulì la bocca, depositando il nettare sul fianco della ciotola.
Il pubblico ansimò.
La sacca di zia Glop si sgonfiò.
Madame Vessa sussurrò: «Ha resistito allo sciroppo».
«Ho visto», disse un coleottero, sbalordito.
«Dopo l’impatto», aggiunse un altro.
«Vale comunque».
Il Barone, ancora capovolto, alzò il mento quanto consentiva la fisica.
«Rimango», disse, «una fortezza».
Stavolta nessuno lo derise subito.
Il che era francamente sospetto.
Poi Lady Lumae passò con grazia dalla ninfea al bordo del palco viscido di sciroppo. Gli attendenti ansimarono, ma lei li fermò con un gesto.
Si avvicinò con passi cauti e pinne morbidamente luminose.
Il Barone tentò di raddrizzarsi.
Fallì.
Una zampa scalciò inutilmente nell’aria.
«Mi alzerei», disse, «ma sono impegnato in un riposo avanzato».
Lady Lumae si fermò accanto alla ciotola e lo guardò.
Aveva sciroppo sul naso.
Una ghirlanda attorno alla coda.
Briciole al polline di rosa incollate alla schiena.
Non era mai stato meno seducente.
O più sincero.
Lady Lumae sorrise.
«Che esibizione».
Il Barone si preparò al colpo. «Sì. L’atterraggio era interpretativo».
«Chiaramente».
«La canna mi ha tradito».
«Sospettavo il tradimento».
Il cuore gli fremette.
Lei stava al gioco.
O forse il trauma cranico l’aveva reso ottimista.
«Hai fatto qualcosa d’inaspettato», disse.
«Mi capita spesso».
«No», disse lei. «Non lo schianto».
«Ah».
«Prima. Lo svolazzo».
Il Barone liberò un occhio dallo sciroppo battendo le palpebre.
«L’hai visto?»
«L’hanno visto tutti».
«Prima del… crollo decorativo?»
«Sì».
Il sorriso di lei si addolcì.
«Era bellissimo».
Il Barone dimenticò come si respirava.
Aveva immaginato complimenti. Molte volte. Di solito da solo, fissando pozzanghere riflettenti e tenendo discorsi di ringraziamento a se stesso. Aveva immaginato lodi per gli occhi, la postura, l’antica stirpe, il disegno delle squame, l’abilità di fare un ingresso anche in presenza di frutta.
Ma questo era diverso.
Lei aveva visto la parte prima del disastro.
La parte che lui aveva voluto.
La parte che non era una barzelletta.
«Grazie», disse, e per una volta non aggiunse niente di stupido.
Lì vicino zia Glop emise un suono sommesso, come se assistesse a un miracolo che la infastidiva.
Lady Lumae tese una zampetta delicata.
«Posso aiutarti a uscire dalle tortine?»
Il Barone considerò la dignità.
Poi considerò la gravità.
«Per favore».
Con l’aiuto di Lady Lumae e solo qualche altra piccola scivolata, riuscì a rotolare fuori dalla ciotola e rimettersi in piedi. Le stava davanti appiccicoso, coperto di briciole e tremante d’adrenalina.
Ora il pubblico rimaneva in silenzio ad ascoltare.
Orbin era ancora incollato al palco, ma aveva smesso di lamentarsi abbastanza a lungo da fulminarli con lo sguardo.
Lady Lumae guardò la coda del Barone aggrovigliata nella ghirlanda.
«Sai», disse, «a Glasspetal Glade le esibizioni di corteggiamento sono molto più contenute».
«Che noia».
«Molta».
«Niente infrastrutture che crollano?»
«Raramente».
«Niente incidenti con lo sciroppo?»
«Solo ai funerali, e anche allora sussurriamo».
Il Barone la fissò.
Lei ricambiò.
Poi risero entrambi.
Cominciò piano, ma crebbe finché le spalle ingioiellate di lui tremarono e le pinne di lei lampeggiarono come l’alba. Intorno, anche la baia rise di nuovo, stavolta non per il suo fallimento, ma perché tutta la scena era diventata ridicola in un modo che tutti potevano condividere.
E per la prima volta da molto tempo, il Barone non sentì la risata puntata solo contro di lui.
Si sentì al suo interno.
Parte di essa.
Appiccicoso, imbarazzato, ma in qualche modo non distrutto.
Poi mastro Twindle si schiarì la gola.
Il suono fu lento, umido e minaccioso.
«Secondo la tradizione», disse l’antica lumaca, ancora in lentissima rotazione per l’urto, «quando un’esibizione di corteggiamento produce applausi, compromissione strutturale e risate reciproche tra le parti interessate, il partecipante può chiedere una passeggiata».
Zia Glop lo fissò. «Non è una tradizione».
Mastro Twindle batté le palpebre. «Ora è adiacente a una tradizione».
Plume, togliendosi una ghirlanda dal collo, borbottò: «Sono troppo stanca per obiettare».
Il pubblico si agitò.
Una passeggiata.
La camminata formale sul sentiero della laguna.
Non una proposta. Non un’unione. Nemmeno un impegno oltre il pomeriggio.
Ma era pubblica.
Significava interesse.
Significava possibilità.
Il Barone guardò Lady Lumae.
La gola gli si seccò.
Aveva preparato discorsi anche per questo.
Naturalmente.
Aveva pronte sei possibili richieste, dalla poetica all’ardente fino a una con l’espressione «i nostri destini intrecciati come muschio di buon gusto», che ormai perfino lui sospettava costituisse reato.
Ma vedendola lì, dagli occhi luminosi e divertita, tutti i discorsi si dispersero come moscerini spaventati.
Così disse la verità.
«Lady Lumae», cominciò, «sono appiccicoso, lievemente ammaccato e quasi certamente bandito dalle canne entro il tramonto».
Il sorriso di lei si allargò.
«Ma, se ti andasse», continuò, «sarei onorato di passeggiare con te quando il palco non sarà più un pericolo».
La baia trattenne il respiro.
Lady Lumae lo squadrò lentamente.
Poi disse: «A una condizione».
«Qualsiasi cosa».
«Non cercare d’impressionarmi durante la passeggiata».
Il Barone aprì la bocca.
La richiuse.
Era una condizione più difficile di quanto lei sapesse.
«Definisci impressionare».
Lei alzò un sopracciglio.
«Niente acrobazie».
«Ragionevole».
«Niente arrampicate teatrali».
«Crudele, ma giusto».
«Niente dichiarazioni che coinvolgano stirpi».
«I miei antenati saranno delusi».
«E niente leccate, a meno che si tratti chiaramente di cibo offerto spontaneamente».
Zia Glop gridò: «Mettetelo per iscritto!»
Il Barone la ignorò.
S’inchinò a Lady Lumae, stavolta lentamente, con attenzione e senza incollare la fronte a nulla.
«D’accordo».
Lady Lumae tese appena la coda, toccandone la punta ricurva a quella di lui nel gesto formale di accettazione.
Un mormorio attraversò il pubblico.
Madame Vessa si premette le zampe anteriori sul petto. «Ma guarda. Il disastro ha ottenuto un appuntamento».
Orbin grugnì dallo sciroppo. «Questa baia premia le sciocchezze».
Il Barone gli lanciò un’occhiata. «Eppure tu resti single».
Diverse rane emisero rumori strozzati.
Lady Lumae nascose un sorriso.
Zia Glop si coprì gli occhi con una mano palmata. «Eccolo».
Il Barone si raddrizzò trionfante nonostante il nettare sul mento.
Per un momento pensò che il peggio fosse passato.
Si era esibito magnificamente.
Si era schiantato memorabilmente.
Aveva resistito allo sciroppo.
Aveva ottenuto una passeggiata con Lady Lumae.
Blushwhistle Bay aveva riso, sì, ma con calore.
Contro ogni previsione, la stagione del corteggiamento non l’aveva distrutto.
Poi una voce tagliente risuonò dall’estremità della laguna.
«Bene. Ecco spiegato l’odore di disperazione».
Le risate morirono.
Tutte le teste si voltarono.
Alla fine del sentiero di ninfee, sotto un parasole di orchidea nera, stava una creatura slanciata color smeraldo, con macchie d’argento, stretti occhi dorati e quella postura perfetta raggiunta soltanto da cattivi, maestri di danza e persone mai scivolate sulla frutta.
Lady Lumae si immobilizzò.
Il Barone se ne accorse subito.
Il nuovo arrivato salì sulla prima ninfea, seguito da due attendenti silenziosi in mantelli di felce scura.
«Lord Vauntleroy», disse Lady Lumae, con voce improvvisamente fredda.
Il Barone guardò lei, poi lui.
«Conosci questo ramoscello lucidato?»
Lord Vauntleroy sorrise senza calore.
«E tu devi essere l’intrattenimento locale».
Le squame appiccicose del Barone pizzicarono.
«Dipende da chi paga».
Lo sguardo di Vauntleroy lo percorse: briciole, ghirlanda, sciroppo, occhi assurdamente enormi.
«Che incanto», disse. «Glasspetal Glade manda i suoi saluti, Lady Lumae. E il suo promemoria».
L’aria cambiò.
Perfino zia Glop smise di borbottare.
Le pinne di Lady Lumae si affievolirono appena. «Non è né il momento né il luogo».
«La stagione del corteggiamento mi sembra proprio il momento», rispose Vauntleroy. «E l’imbarazzo pubblico pare l’usanza locale, quindi forse anche il luogo è perfetto».
Il Barone avanzò, quasi scivolò, si riprese e finse che fosse intenzionale.
«Attento», disse. «Sei molto vicino a diventare impopolare».
Vauntleroy lo guardò come si guarderebbe un insetto che decide di diventare clima.
«E tu cosa saresti?»
Il Barone alzò il mento.
«Il barone Bubblesworth Glimmerpip III».
Vauntleroy sorrise. «Dell’erbaccia contesa?»
Un collettivo oooooh attraversò la folla.
L’occhio del Barone ebbe un tic.
Madame Vessa sussurrò: «Colpo basso. Accurato, ma basso».
Vauntleroy continuò: «Avevo sentito che Blushwhistle Bay fosse rustica, ma non mi aspettavo che Lady Lumae prendesse in considerazione proposte da gioielleria anfibia zuccherata».
«Non sono anfibio», scattò il Barone.
«È questa la tua obiezione?» borbottò zia Glop.
Lady Lumae si mise tra loro. «Lord Vauntleroy, vattene».
«Volentieri», disse. «Una volta risolta la questione».
Si voltò verso la folla.
«Per disposizione degli Anziani di Glasspetal, ci si aspetta che questa stagione Lady Lumae passeggi con un pretendente di adeguata raffinatezza, stirpe e dignità».
Gli occhi tornarono sul Barone.
«Evidentemente c’è stata confusione».
Il Barone sentì il calore della folla cambiare in qualcosa d’incerto.
Ora c’erano mormorii. Domande. Sussurri.
La mascella di Lady Lumae si contrasse.
«Non ho accettato alcun accordo».
Vauntleroy s’inchinò. «Non ancora».
La zampa appiccicosa del Barone si staccò lentamente dal palco con un piccolo rumore sconveniente.
Non era un suono elegante, ma lo aiutò a pensare.
Guardò Lady Lumae.
Poi Vauntleroy.
Poi la folla.
Aveva trascorso la mattina cercando di impressionare una dama.
Aveva trascorso il mezzogiorno diventando un incidente dolciario pubblico.
Ma ora qualcosa di più affilato si mosse sotto la sua assurdità.
Perché conosceva quell’espressione sul viso di Lady Lumae.
Non proprio paura.
Non vergogna.
Stanchezza.
L’espressione di chi aveva viaggiato fino a un’altra baia per respirare liberamente e si era ritrovato raggiunto dalle vecchie aspettative, con una bocca compiaciuta e macchie costose.
Il Barone sapeva poco di contegno.
Ancora meno di politica.
Ma sapeva, nel profondo delle sue ridicole ossa ingioiellate, che nessuno meritava di vedersi interrompere le risate da un bullo decorativo.
Si mise accanto a Lady Lumae.
Non davanti.
Accanto.
Sembrava importante.
«Lord Vauntleroy», disse il Barone, «sembra che tu ti sia scambiato per un invito».
La folla mormorò più forte.
Il sorriso di Vauntleroy si assottigliò.
«Attento, piccolo Barone».
«No».
Il Barone sorprese se stesso con quella parola.
Uscì netta.
Semplice.
Senza svolazzi.
Senza insulti alle madri.
Senza lingua.
Solo no.
Lady Lumae gli lanciò un’occhiata.
Gli occhi di Vauntleroy si socchiusero.
Il Barone proseguì: «Sono stato attento tutto il giorno. Non ho leccato niente di strutturale, cerimoniale, vivo, luminoso, ronzante o legalmente ambiguo. Ho eseguito uno svolazzo impeccabile attorno alla rugiada prima di essere aggredito da vegetazione scadente. Ho resistito allo sciroppo in condizioni estreme. Francamente, ho mostrato un autocontrollo eroico».
Zia Glop borbottò: «Non esageriamo».
«Quindi ho finito di essere cauto con un pomposo profumo di palude vestito da lucertola».
Madame Vessa sussurrò: «E addio contegno».
Vauntleroy si avvicinò. «Ti ritieni degno di sfidarmi?»
Il Barone lo squadrò.
Vauntleroy era più alto, più slanciato, più pulito e decisamente troppo asciutto.
«No», disse il Barone. «Ma credo che tu sia venuto aspettandoti che tutti concordassero sul fatto che dignità e possesso siano la stessa cosa, e questo errore è più brutto della sacca di Orbin al chiaro di luna».
«Ehi!» gridò Orbin, ancora incollato.
Le pinne di Lady Lumae si illuminarono di nuovo.
Gli attendenti di Vauntleroy si scambiarono occhiate inquiete.
La folla si sporse.
Lord Vauntleroy alzò il mento. «Se Blushwhistle Bay onora la tradizione, lasciate decidere alla tradizione».
Plume si irrigidì. «Quale tradizione?»
Vauntleroy sorrise. «La Prova delle Tre Esibizioni».
Il silenzio calò sulla laguna.
Gli occhi di mastro Twindle si spalancarono. «Antica».
Zia Glop si accigliò. «Stupida».
«Spesso entrambe», disse Twindle.
Lady Lumae sembrava furiosa. «No».
Vauntleroy la ignorò. «Tre esibizioni. Grazia, voce e contegno. Il vincitore guadagna il diritto di chiedere la prima passeggiata formale della stagione».
Il Barone batté le palpebre. «Chiedere? Ha già accettato la mia».
«Un incidente inzuppato di sciroppo non è certo un’esibizione formale».
Il pubblico protestò rumorosamente.
A quanto pare potevano insultare il Barone loro, ma gli estranei dovevano guadagnarselo.
Lady Lumae avanzò. «Non sono un premio».
«Naturalmente no», disse Vauntleroy con voce melliflua. «Puoi rifiutare qualsiasi richiesta. Ma neppure tu potrai obiettare alla chiarezza».
Il Barone sentì la rabbia stringergli il petto.
Era una rabbia strana, non calda e scomposta come l’imbarazzo, ma concentrata.
Vauntleroy aveva costruito una gabbia di buone maniere chiamandola tradizione.
Tutti la vedevano, ma nessuno sapeva bene come buttarla giù a calci senza sembrare maleducato.
Per fortuna il Barone era maleducato dalla nascita.
Si voltò verso Lady Lumae.
«Vuoi che gli dica dove infilarsi la sua Prova?»
La bocca di lei fremette suo malgrado.
«Un po’».
«Bene».
Si rivolse a Vauntleroy. «Lord Ramoscello Lucido, la tua Prova è respinta».
La folla ansimò.
Il sorriso di Vauntleroy sparì. «Non puoi respingere la tradizione».
«Stai a vedere».
«Codardo».
La parola colpì forte.
Il Barone la sentì attraversare la folla. Dietro sentì vecchie risate. Vecchie storie. Vecchie cadute. Ogni volta in cui era stato ridicolo invece che coraggioso. Ogni stagione in cui si era nascosto dietro lo spettacolo perché almeno lo spettacolo gli permetteva di scegliere la forma della barzelletta.
Vauntleroy vide il guizzo e insistette.
«Forse sai che perderesti».
Il Barone guardò di nuovo Lady Lumae.
Lei scosse appena la testa.
Non perché dubitasse di lui.
Perché non voleva tutto questo.
E finalmente la risposta divenne semplice.
«Potrei perdere», disse il Barone.
La folla tacque.
«Anzi, probabilmente perderei. Sembri assemblato con galateo e costose squame di pesce. Io, in questo momento, indosso della torta».
Qualcuno rise piano.
«Ma non si tratta di battere nella danza il tuo fondoschiena lucidato o cantare meglio della tua gola d’importazione. Si tratta del fatto che entri nella nostra baia e fingi che il pomeriggio di Lady Lumae appartenga a chi si esibisce meglio secondo regole che lei non ha scelto».
Si avvicinò, lasciando per un istante un filo di sciroppo tra zampa e palco.
«Non è corteggiamento. È una sfilata col guinzaglio».
Lady Lumae lo fissò.
La folla rimase del tutto immobile.
Perfino zia Glop sembrò sbalordita.
Il Barone deglutì, improvvisamente consapevole di aver detto qualcosa di sincero in pubblico senza poterlo ricacciare in bocca.
L’espressione di Vauntleroy si indurì.
«Piccolo sciocco volgare».
«Spesso».
«Credi che qualche battuta e un’esibizione disordinata ti rendano nobile?»
«No. Credo che la nobiltà sia ciò che fai quando nessuno ride».
Fece una pausa.
Suonava bene.
Forse troppo bene.
Si annotò mentalmente di riutilizzarlo più tardi con una postura migliore.
Le macchie argentee di Vauntleroy si scurirono. Gli attendenti si agitarono alle sue spalle. La laguna sembrò trattenere il respiro.
Poi Lady Lumae avanzò.
«Scelgo io la mia passeggiata», disse.
Le parole erano dolci, ma arrivarono a tutti.
«Sono venuta a Blushwhistle Bay perché ero stanca di essere sistemata come un centrotavola. Non voglio essere vinta, reclamata, esposta o educatamente messa all’angolo da aspettative familiari vestite da tradizione».
Le pinne divamparono d’oro rosa.
«E se scelgo di passeggiare con un Barone appiccicoso e ridicolo che mi fa ridere e capisce i limiti meglio coperto di dolci di quanto tu faccia lucidato, è una mia scelta».
La baia esplose.
Acclamazioni, fischi, gracidi, battiti d’ali, colpi di guscio e sussulti scandalizzati si unirono in un boato.
Il Barone le stava accanto, sbalordito e luminoso dentro il proprio imbarazzo.
«Barone appiccicoso e ridicolo», sussurrò. «Lo custodirò nel cuore».
Lady Lumae mormorò: «Non renderlo strano».
«Interiormente è troppo tardi».
Gli occhi di Vauntleroy lampeggiarono.
Per un secondo sembrò sul punto di lanciarsi.
Ma Plume si alzò.
Era ancora drappeggiata di ghirlande. Le piume erano appiccicose di nettare. La dignità aveva subito diversi colpi diretti e ormai funzionava solo per ripicca.
«Lord Vauntleroy», disse, «Blushwhistle Bay non onora alcuna tradizione che elimini il consenso dal corteggiamento».
Zia Glop si alzò accanto a lei. «Inoltre hai insultato il nostro idiota locale».
Il Barone parve offeso. «Nobile idiota locale».
«Va bene», disse zia Glop. «Il nostro nobile idiota locale».
La folla esultò più forte.
La bocca di Vauntleroy si strinse fino quasi a sparire.
Mastro Twindle sollevò lentamente un peduncolo oculare. «Inoltre, la Prova delle Tre Esibizioni è stata abolita settantadue stagioni fa dopo che la terza sfida di contegno produsse quattordici gravidanze, due cause legali e un incendio».
Zia Glop scattò: «Avevamo concordato di non parlare dell’incendio».
«La storia richiede disagio», disse Twindle.
Vauntleroy guardò la baia e comprese, forse per la prima volta, che non comandava la stanza.
Era solo su una ninfea, troppo elegante per una battaglia di personalità.
«È al di sotto di me», disse.
Il Barone annuì. «La maggior parte delle cose lo è, quando hai la testa tanto su per il tuo buco palustre».
La folla esplose.
Zia Glop gridò: «Barone!» ma rideva troppo per darle mordente.
Vauntleroy si voltò secco, il parasole nero che scattava sopra di lui. Gli attendenti lo seguirono mentre si ritirava sul sentiero di ninfee, rigido d’umiliazione.
Al margine della laguna si fermò e guardò indietro.
«Non finisce qui».
Il Barone agitò una zampa appiccicosa. «Allora la prossima volta porta asciugamani».
Vauntleroy sparì tra le canne.
La baia esplose di nuovo.
Stavolta gli applausi non erano per lo svolazzo.
Né per lo schianto.
Nemmeno per l’insulto, anche se sarebbe stato ripetuto entro sera.
Erano per il fatto strano e luminoso che la stagione del corteggiamento fosse diventata per un attimo qualcosa di meglio di un’esibizione.
Era diventata scelta.
Una scelta disordinata, pubblica e coperta di sciroppo.
Zia Glop saltellò verso il Barone e Lady Lumae.
Guardò lui.
Poi lei.
Poi i resti del palco.
«Mi serve un pisolino», disse.
«A me un bagno», disse Lady Lumae.
«A me applausi», disse il Barone.
Zia Glop lo colpì piano con una ghirlanda.
«A te serve supervisione».
Orbin gemette dal palco. «Qualcuno mi stacca?»
Il Barone si chinò verso Lady Lumae. «Sarebbe scortese iniziare la passeggiata mentre resta prigioniero?»
Lady Lumae ci pensò.
«Sì».
«Peccato».
«Ma non imperdonabile».
Lui la guardò.
Lei sorrise.
Ed eccolo di nuovo: non educazione, non esibizione, non l’ammirazione distante immaginata mentre si fissava nelle pozzanghere.
Qualcosa di più caldo.
Condiviso.
Qualcosa che vedeva il disastro e restava per la battuta.
Aiutarono a staccare Orbin: servirono tre coleotteri, due canne e un suono che nessuno volle identificare.
Gli addetti cominciarono a raschiare il nettare dai petali. Plume ristabilì l’ordine con la ferocia di un uccello che avrebbe dovuto dirne quattro a diverse commissioni. Mastro Twindle iniziò una cronaca storica dell’incidente prima che qualcuno potesse fermarlo. Madame Vessa girava tra la folla, già migliorando la storia per ottenere il massimo danno sociale.
E finalmente, quando il Palco Arrossito non minacciava più attivamente la dignità municipale, Lady Lumae si voltò verso il Barone.
«Andiamo?»
Il Barone si guardò.
Appiccicoso. Sbriciolato. Inghirlandato. Ammaccato.
Ma in piedi.
Scelto.
Non come la creatura più raffinata della baia.
Non come la più aggraziata.
Nemmeno come la meno incline a provocare pratiche burocratiche.
Come se stesso.
Avvicinò la coda arricciata a quella di lei.
«Con piacere», disse.
Poi, prima del primo passo, guardò zia Glop.
«Posso leccare qualcosa durante la passeggiata?»
La sacca di zia Glop si gonfiò tanto in fretta da spingere indietro due moscerini vicini.
Lady Lumae rise.
Il Barone sorrise.
E insieme scesero dal palco sul sentiero luminoso intorno a Blushwhistle Bay, mentre dietro di loro la folla esultava, spettegolava, puliva, esagerava e cominciava a comporre canzoni sul giorno in cui il Bubble-Eyed Baron aveva attraversato in volo un baldacchino di nettare, rimesso al suo posto un lord compiaciuto e in qualche modo fatto sembrare il romanticismo una violazione della sicurezza pubblica a lieto fine.
La passeggiata della nobiltà appiccicosa
Esistono molti tipi di silenzio.
Il silenzio morbido della nebbia all’alba sulle canne addormentate. Il silenzio sacro dopo un canto perfetto. Quello teso prima della tempesta, quello imbarazzato dopo una sincerità imperdonabile a cena e quello molto specifico che nasce quando una rana viene scollata da un palco cerimoniale con l’aiuto di tre coleotteri e una spatola di foglia di burro.
Blushwhistle Bay li conosceva tutti.
Ma quando il barone Bubblesworth Glimmerpip III e Lady Lumae di Glasspetal Glade imboccarono insieme il sentiero della laguna, la baia scoprì un silenzio del tutto nuovo.
Il silenzio di tutti che fingono di non fissare mentre si seccano assolutamente gli occhietti a forza di fissare.
Il sentiero circondava la laguna in un anello scintillante di muschio, ciottoli levigati, ponti di radici di ninfea e canne ricurve. Per tradizione, le coppie lo percorrevano dopo un’esibizione riuscita, permettendo agli interessati di parlare in privato mentre l’intera comunità coltivava la convinzione completamente fittizia di non osservarli dai cespugli.
Quel giorno la finzione soffriva.
Libellule aleggiavano dietro ciuffi di canne.
Tritoni si tuffavano sotto le ninfee dimenticando subito le code visibili.
Tre lumache si erano disposte dietro un cappello di fungo in quello che credevano mimetismo, nonostante il fungo fosse grande la metà di loro e di tutt’altro colore.
Madame Vessa seguiva a una distanza che avrebbe poi definito «osservazione rispettosa», espressione da damigella per «ricognizione da pettegolezzo».
E zia Glop osservava dal bordo del palco, ancora appiccicosa, ancora sospettosa e già intenta a redigere mentalmente una nuova regola su passeggiate, vicinanza e coinvolgimento non autorizzato delle lingue.
Il Barone camminava accanto a Lady Lumae con quella che sperava fosse eleganza.
In pratica era più uno stacca-passo, stacca-passo prudente, perché lo sciroppo aderiva ancora alle zampe e ogni pochi passi il muschio emetteva un piccolo suono come qualcuno che apre educatamente un barattolo.
Plip.
Schlup.
Plip.
Lady Lumae guardò in basso.
Il Barone sollevò il mento. «Il sentiero mi applaude».
«Sembra che cerchi di lasciarti andare».
«Una reazione comune al carisma intenso».
Lei sorrise e il morbido bagliore delle pinne si illuminò ai bordi.
Il Barone cercò di non fissarla.
Richiedeva sforzo. Non perché gli mancasse la discrezione, anche se decisamente gli mancava, ma perché Lady Lumae sembrava fatta di tutto ciò che costringeva l’attenzione a comportarsi male. Le squame menta pallida brillavano come luna nell’acqua bassa. La coda si curvava con precisione naturale. Le pinne oro rosa si muovevano dolcemente al respiro, catturando lampi di sole dalla baia.
Aveva compostezza, arguzia e la straordinaria capacità di stargli vicino dopo che si era schiantato nei dolci.
Quest’ultima qualità suggeriva da sola coraggio, follia o gusto eccezionale.
Il Barone sperava nel gusto.
«Sei molto silenzioso», disse Lady Lumae.
Il Barone batté le palpebre. «Sto creando mistero».
«Davvero?»
«Sì».
«Sembra doloroso».
«Il mistero spesso lo è».
«Puoi parlare normalmente».
«Raramente mi ha aiutato».
Lei rise piano. «Prova».
Lui guardò il sentiero curvare sotto un tunnel di canne rosa. La rugiada pendeva da ogni punta, tremando nell’aria tiepida come campanelle di vetro. Oltre, la laguna turchese rifletteva il cielo in morbidi frammenti. Da qualche parte dietro, un coleottero fece cadere un secchio e imprecò con notevole creatività.
Il Barone respirò.
«Mi dispiace che Lord Vauntleroy ti abbia seguita».
Il sorriso di Lady Lumae svanì, ma non bruscamente. Più come una lanterna che si affievolisce perché il vento l’ha trovata.
«Non è colpa tua».
«No, ma l’ho insultato».
«Quella parte è colpa tua».
«Sì».
«L’ho apprezzata».
«Bene, perché ne ho altri».
«Lo sospettavo».
Camminarono sotto il tunnel. Le gocce si mossero sopra di loro, catturando la luce. Il Barone tenne saldamente la lingua in bocca con la disciplina di un monaco a guardia di una pasticceria.
Lady Lumae se ne accorse.
«Stai bene?»
«Perfettamente».
«Fissi quelle gocce come se ti dovessero dei soldi».
«Abbiamo dei precedenti».
«Non devi soffrire per me».
«Ho firmato un documento».
«Zia Glop sembra scrupolosa».
«Aspetta da anni di potermi definire legalmente un fattore di rischio».
Lady Lumae sorrise, poi guardò verso il palco, dove la folla aveva ripreso una versione più rumorosa e disordinata della normalità. «Ti vuole bene».
«Sì. Aggressivamente».
«È un modo di voler bene».
«A Blushwhistle Bay l’affetto arriva spesso con un’etichetta d’avvertenza».
Raggiunsero un ponticello arcuato di radice perlacea, dalla superficie liscia e pallida. Fiorellini blu crescevano ai lati. Sotto, pesciolini guizzavano nel canale basso come frammenti viventi di vetrata.
Il Barone salì sul ponte con cautela.
La zampa sinistra si incollò.
Lui continuò a camminare.
Il corpo si allungò leggermente.
Lady Lumae si fermò. «Barone».
«Me ne rendo conto».
«La tua zampa».
«Ha sviluppato un attaccamento emotivo al ponte».
«Ti aiuto?»
«No. Me la cavo».
Tirò.
La zampa non si mosse.
Tirò più forte.
Le guance si gonfiarono.
Gli occhi sporgevano, ancora una volta come se la natura si fosse impegnata troppo su un tema.
La zampa si liberò con un umido thwip, scagliandolo in avanti.
Lady Lumae lo afferrò per la spalla prima che finisse faccia avanti in una felce decorativa.
Per un secondo immobile furono vicinissimi.
Il naso del Barone era a pochi centimetri dal suo.
Il cuore, mai particolarmente affidabile, abbandonò il ritmo fondamentale e iniziò a comporre percussioni.
Gli occhi di Lady Lumae trattennero i suoi.
Non erano enormi come quelli di lui, ma acuti e luminosi, punteggiati d’oro pallido. Vi vide divertimento, sì, ma non scherno. Qualcosa di curioso. Di attento. Qualcosa che lo faceva sentire visto in un modo estraneo allo spettacolo.
«Attento», disse.
La voce del Barone uscì più dolce del previsto. «Ci sto provando».
«Lo so».
Non avrebbe dovuto significare tanto.
Ma lo significava.
Lady Lumae lo lasciò dolcemente e proseguirono sul ponte.
Dietro un gruppo di tife qualcuno sussurrò: «Stavano per baciarsi?»
Qualcun altro sussurrò: «No, lui stava per diventare pasta di felce».
Madame Vessa sibilò: «I dettagli contano, ragazzi».
Lady Lumae finse di non sentire.
Il Barone non finse. Girò la testa verso le tife.
«Vedo le vostre code».
Tre tritoni urlarono e sparirono nell’acqua.
Lady Lumae rise di nuovo, stavolta più rilassata.
«Seguono sempre le passeggiate?»
«Solo quelle interessanti».
«E noi siamo interessanti?»
«Meno di un’ora fa ero in volo».
«Giusto».
Il sentiero si aprì nel Glowmoss Garden, una curva tranquilla della riva dove il muschio formava morbidi cuscini sulle pietre arrotondate. Fiorellini a campana pendevano da steli sottili, debolmente luminosi dall’interno. Era il tradizionale punto intermedio della passeggiata, dove le coppie si fermavano per scambiarsi complimenti, piccoli doni o bugie ben costruite su quanto a lungo si fossero ammirate.
Il Barone si era preparato.
Purtroppo quasi tutti i complimenti erano diventati inutilizzabili da quando Lady Lumae gli aveva chiesto di non impressionarla.
Li ripassò mentalmente comunque.
Le tue pinne brillano come un’alba proibita.
Troppo.
La tua presenza rende ornamentali le creature inferiori.
Probabilmente offensivo per gli altri, benché accurato.
Se la bellezza fosse nettare, violerei diversi accordi.
Assolutamente no.
Le lanciò un’occhiata.
Lei lo osservava con sospetto divertimento.
«Stai componendo qualcosa», disse.
«No».
«Sì».
«Forse».
«È teatrale?»
«Moderatamente».
«Riguarda le mie pinne?»
«Non esclusivamente».
«Barone».
Lui sospirò. «Mi hai detto di non impressionarti».
«Ti ho detto di non provarci».
«La distinzione sembra pericolosa».
«Bene».
Lui la guardò: ora nella sua espressione c’era qualcosa di giocoso. Non il sorriso educato del mercato. Non la sfida pubblica sul palco. Era qualcosa di più quieto, privato nonostante le decine di testimoni nascosti nei cespugli col fiato sospeso.
Così provò ancora la sincerità.
Aveva funzionato una volta, il che la rendeva sospetta ma forse non inutile.
«Mi fai desiderare di essere meno ridicolo», disse.
Lady Lumae inclinò la testa.
A lui sprofondò lo stomaco.
«No», aggiunse subito. «È uscito male. Non meno ridicolo del tutto. Sarebbe tragico. La baia perderebbe infrastrutture, colore e almeno sei battute ricorrenti».
«Ovviamente».
«Intendo… mi fai desiderare di essere ridicolo apposta. Non perché mi affanno. Non perché cerco di far ridere tutti prima che decidano se ridere di me. Solo perché anche la gioia può avere una cattiva postura».
L’espressione di Lady Lumae cambiò.
Il bagliore delle pinne si addolcì.
Il Barone fissò il muschio tra loro.
«Probabilmente era ancora teatrale».
«Sì».
«Accidenti».
«Ma non nel senso che intendevo».
Lui alzò lo sguardo.
Lei si avvicinò, arricciando ordinatamente la coda accanto alla sua.
«Ho passato molto tempo tra creature levigate apposta», disse. «Ogni movimento misurato. Ogni parola approvata dalla tradizione prima di uscire di bocca. Ogni sorriso disposto per compiacere qualcuno che non è nemmeno nella stanza».
Guardò le canne lontane dove era sparito Lord Vauntleroy.
«Essere ammirata come simbolo diventa estenuante. La gente ti guarda e vede alleanze, status, stirpe, aspettative. Dimentica che dentro il guscio decorativo c’è qualcuno».
Il Barone, estremamente decorativo a sua volta e abituato a usare quella qualità come scudo e arma, sentì quella verità posarsi dentro di sé.
«Così sei venuta qui».
«Blushwhistle Bay ha una reputazione».
«Sembra allarmante».
«È nota per essere… meno raffinata».
«Ah».
«Più disordinata».
«Anche questo è giusto».
«Strana».
«Adesso stai flirtando».
Lady Lumae sorrise. «Forse».
Il cervello del Barone andò dritto contro un muro.
Aprì la bocca.
Non arrivarono parole.
La lingua, percependo un vuoto al comando, tentò di affacciarsi.
Lui serrò la bocca.
Gli occhi di Lady Lumae scintillarono. «Bravo».
«Grazie. C’è mancato poco».
«Ho visto».
Si sedettero insieme su una bassa pietra muschiosa, fianco a fianco, guardando la laguna. Gli addetti avevano quasi ristabilito l’ordine sul Palco Arrossito. Orbin, appena scollato, veniva cosparso di polline secco da due rane irritate. Zia Glop litigava con mastro Twindle, probabilmente sul fatto che una «tradizione adiacente» fosse qualcosa oltre a sciocchezze da lumaca. Plume sembrava interrogare la canna spezzata.
Il Barone guardò casa sua con occhi nuovi.
Era ridicola.
Caotica.
Rumorosa.
Sconveniente.
In certi punti ricoperta di nettare.
Ma quando Lord Vauntleroy aveva cercato di umiliarlo, la baia si era indignata. Quando Lady Lumae aveva parlato per sé, aveva esultato. Quando era arrivato il disastro, avevano riso, pulito, protestato e fatto comunque spazio alla gioia.
Non era raffinata.
Era viva.
«Credevo di volere che tutti smettessero di ridere», disse il Barone.
Lady Lumae lo guardò.
Lui sollevò una spalla appiccicosa. «Ora credo che volessi solo smettere di sentirmi solo in mezzo alle risate».
Lei non rispose subito.
Poi, dolcissimamente, toccò con la punta della coda quella di lui.
Era lo stesso gesto formale del palco, ma ora più morbido. Nessun pubblico necessario. Nessuna tradizione che si annunciasse. Solo contatto.
Il Barone si immobilizzò.
Il cuore fece qualcosa d’imbarazzante ma silenzioso.
«Non sei solo», disse lei.
Lui si voltò.
Il muschio brillava debolmente sotto di loro. Le ombre delle canne ondeggiavano. Lì vicino, una damigella nascosta emise un suono commosso e cercò di mascherarlo da tosse.
Lady Lumae si avvicinò un poco.
Il Barone non si mosse.
Non fece svolazzi.
Non trasformò il momento in esibizione.
Non disse niente sul destino, sull’alba proibita o su pinne dall’architettura emotiva.
Aspettò soltanto.
E poiché aspettò, Lady Lumae sorrise.
«Posso?» chiese.
Il Barone batté le palpebre. «Puoi cosa?»
«Baciarti».
Le pupille si dilatarono tanto che, per un terrificante secondo, Lady Lumae vide il proprio riflesso intero in ciascun occhio.
«Oh», disse.
Non era il suo miglior lavoro verbale.
Ma era sincero.
«Sì», aggiunse in fretta. «Sì. Assolutamente. Molto sì. Rispettosamente sì. Legalmente sì. Niente pratiche necessarie, a meno che la zia non abbia teso un’imboscata ai cespugli».
Da dietro una felce, zia Glop gridò: «Ho sentito».
Lady Lumae rise, poi si chinò e lo baciò dolcemente.
Non fu un bacio teatrale. Non di quelli cantati dalle rane con sacche vocali ipersviluppate o dipinti in murales di rugiada da coleotteri innamorati. Fu piccolo, caldo e dolce, col lieve sapore di tortina al polline di rosa e nettare che lui non aveva assolutamente leccato apposta.
Per il Barone fu sconvolgente.
Non perché fosse grandioso.
Ma perché non lo era.
Era vero.
Quando lei si ritrasse, lui rimase immobile, occhi enormi e bocca chiusa con eroico autocontrollo.
Lady Lumae lo studiò. «Stai bene?»
«Sto vivendo diversi sistemi meteorologici».
«Dentro?»
«Perlopiù».
«Bene».
Dietro la felce sfuggì un singhiozzo soffocato a Madame Vessa.
Zia Glop sibilò: «Non renderlo strano».
«Sono un’artista», sussurrò Madame Vessa.
«Sei una diceria alata».
Il Barone si voltò verso la felce. «Vi vedo ancora».
Diverse creature si dispersero, fingendo di dover tutte ispezionare muschio lontano per ragioni indipendenti.
Lady Lumae scosse la testa sorridendo. «La tua baia è pessima con la riservatezza».
«La consideriamo sospetta».
«Si vede».
Si alzarono e proseguirono. Il sentiero curvava verso l’altro lato della laguna, dove le canne crescevano più alte e l’acqua diventava blu e viola. Qui i rumori della festa si attenuarono, sostituiti dal ronzio degli insetti, dallo sciabordio contro le radici e da qualche gracidio lontano di chi già esagerava il crollo del palco.
Il Barone si sentiva più leggero.
Ancora appiccicoso.
Ma più leggero.
Era sopravvissuto all’esibizione. Non aveva vinto gare formali, reclamato premi né sconfitto rivali con antiche regole insensate. Aveva invece difeso una scelta, accettato aiuto per uscire da una ciotola e ricevuto un bacio perché aveva aspettato anziché lanciarsi nel momento come una lingua con le zampe.
Sospettava che fosse crescita.
Fastidiosamente discreta, ma crescita.
Avevano quasi completato il giro quando l’acqua accanto al sentiero si increspò.
Lady Lumae si fermò.
Il Barone si voltò.
Un elegante coleottero argentato emerse da sotto una ninfea, l’acqua che rotolava dal guscio lucido. Portava una minuscola fascia di fibra d’orchidea nera attorno a una zampa anteriore.
Il segno di Vauntleroy.
Il coleottero s’inchinò rigidamente.
«Lady Lumae».
Il Barone si avvicinò. «Attento. Ho avuto un pomeriggio emotivo e non temo di diventare irragionevole».
Il coleottero lo ignorò e tese una foglia piegata sigillata con cera scura.
Lady Lumae non la prese.
«Cos’è?»
«Un messaggio di Lord Vauntleroy».
«Può tenerselo».
Le antenne del coleottero tremarono. «Riguarda Glasspetal Glade».
L’espressione di Lady Lumae si irrigidì.
Il Barone lo vide: la maschera che tentava di tornare. La cauta immobilità. Il vecchio peso che le ricadeva sulle spalle.
Lo odiò subito.
«Leggilo», disse lei.
Il coleottero aprì la foglia e si schiarì la minuscola gola.
«Per dichiarazione di Lord Vauntleroy della stirpe Silverfen, testimoniata dagli attendenti di Glasspetal Glade, Lady Lumae è invitata a tornare prima del sorgere della luna per risolvere la questione del suo obbligo stagionale in conformità alle aspettative familiari e alle tradizionali…»
Il Barone simulò rumorosamente un conato.
Il coleottero si fermò.
La bocca di Lady Lumae fremette suo malgrado.
«Continua», disse.
Il coleottero si accigliò e riprese.
«In caso di rifiuto, Lord Vauntleroy presenterà formale istanza agli Anziani di Glasspetal per revocare i suoi permessi di viaggio indipendente, ritirare i diritti di fioritura familiari e dichiararla inadatta a future unioni diplomatiche».
L’aria si fece fredda.
Il Barone non capiva ogni espressione, ma capiva abbastanza.
Permessi di viaggio.
Diritti di fioritura.
Unioni diplomatiche.
Ogni parola suonava levigata, civile e marcia sotto.
Le pinne di Lady Lumae si spensero quasi fino al perla.
Il Barone guardò il coleottero. «C’è una sezione in cui striscia in una palude e diventa compost?»
Il coleottero ripiegò la foglia. «Non esiste una simile sezione».
«Fallimento editoriale».
Lady Lumae fissava l’acqua. «Lo farebbe».
«Può?» chiese il Barone.
«Non da solo. Ma con abbastanza pressione, abbastanza imbarazzo pubblico, abbastanza accuse di comportamento sconveniente…»
Guardò il palco.
«Oggi gli ha dato materiale».
Qualcosa di pesante cadde nello stomaco del Barone.
«Per colpa mia».
«No».
«Perché mi hai scelto pubblicamente dopo che ho attraversato un baldacchino e insultato il suo buco palustre».
«Perché non tollera un rifiuto».
Il coleottero s’inchinò ancora. «Si attende una risposta».
Il Barone si voltò. «Eccola. Di’ a Lord Vauntleroy che il barone Bubblesworth Glimmerpip III dice…»
Lady Lumae gli toccò la spalla.
Lui si fermò.
L’espressione di lei era di nuovo calma, ma non nella vecchia maniera levigata. Era una calma deliberata. Scelta.
«Di’ a Lord Vauntleroy», disse, «che risponderò prima del sorgere della luna».
Il coleottero posò la foglia piegata nella mano tesa di Lumae, s’inchinò e tornò nell’acqua.
Per un momento nessuno parlò.
La festa lontana proseguiva alle loro spalle, ignara che il pomeriggio si fosse inclinato.
Il Barone guardò Lady Lumae. «Non tornerai con lui».
«No».
«Bene».
«Ma potrei dover tornare a Glasspetal Glade».
Il petto gli si strinse. «Per affrontare gli Anziani».
«Sì».
«Da sola?»
Lei lo guardò.
«Li ho sempre affrontati da sola».
Le squame del Barone pizzicarono.
Dall’altra parte della laguna, la festa risuonava di risate, musica e rumori di riparazioni. La sua casa, ridicola, rumorosa e protettiva nel proprio modo caotico, scintillava sotto il sole pomeridiano.
Pensò all’affetto aggressivo di zia Glop.
Al pettegolezzo di Madame Vessa affilato in lealtà.
Alla folla che si indignava quando Vauntleroy insultava uno dei suoi.
Al modo in cui Blushwhistle Bay faceva spazio all’imbarazzo senza trasformarlo in esilio.
E poi pensò a Lady Lumae davanti ad Anziani levigati che vedevano diritti di fioritura, unioni e obblighi anziché una creatura viva che rideva dei disastri di sciroppo e chiedeva prima di baciare.
Il Barone si raddrizzò.
«Non stavolta».
Gli occhi di Lady Lumae cercarono i suoi. «Barone…»
«Bubblesworth».
Lei batté le palpebre.
Lui deglutì. «Puoi chiamarmi Bubblesworth. Se dobbiamo entrare insieme in un nido di tiranni decorativi, i titoli sembrano sciocchi».
Le pinne tornarono a brillare dolcemente.
«Insieme?»
«Se vuoi».
«Non è la tua battaglia».
«Comincio a sospettare che sia così che i bulli continuano a vincere».
Guardò il palco, dove zia Glop li aveva finalmente notati troppo immobili e si stava già avvicinando a salti con sospetta urgenza.
«Inoltre», aggiunse, «ho scoperto di recente di essere eccellente nel rovinare le occasioni formali».
Lady Lumae rise, ma ora sotto c’era emozione.
«Potrebbe servire».
«So anche resistere allo sciroppo».
«Eroico».
«E conosco almeno sei insulti per Vauntleroy che non ho ancora usato».
«Solo sei?»
«Non volevo sembrare troppo impaziente».
Zia Glop arrivò un po’ ansimante. «Perché sembrate entrambi come se qualcuno avesse messo tasse nel punch?»
Il Barone si voltò. «Abbiamo un problema».
«Naturalmente. Ho provato un breve istante di pace».
Lady Lumae spiegò il messaggio.
Mentre parlava, la sacca di zia Glop si gonfiò, ma stavolta non per comica indignazione. Divenne lenta, tonda e pericolosa.
Quando Lady Lumae finì, zia Glop sembrava meno un pallone giudicante e più uno smeraldo trasformato in arma.
«Assolutamente no», disse.
Lady Lumae batté le palpebre. «Come?»
«Assolutamente. No».
«È complicato».
«La maggior parte delle sciocchezze lo diventa, quando i codardi assumono scribi».
Il Barone raggiò. «Bellissimo».
Zia Glop lo indicò. «Non farmi pentire di volerti bene».
«Troppo tardi?»
«Spesso».
Si voltò verso il palco ed emise un gracidio tanto acuto da zittire la festa.
Ogni creatura di Blushwhistle Bay si girò.
Zia Glop salì su una pietra muschiosa.
«Consiglio!» gridò. «Riunione d’emergenza al Glowmoss Garden. Portate pergamena, testimoni e qualcuno abbastanza sobrio da scrivere bene».
Mastro Twindle chiamò dal palco: «Definisci sobrio».
«Non tu!»
La baia esplose di movimento.
In pochi minuti il Glowmoss Garden si riempì: Plume, mastro Twindle, Madame Vessa, Orbin, scinchi, coleotteri, falene, tritoni, rane, lumache e mezza dozzina di ficcanaso che sostenevano di offrire sostegno morale ma avevano chiaramente portato spuntini.
Lady Lumae stava accanto al Barone mentre zia Glop spiegava la minaccia.
La reazione fu immediata.
Indignazione.
Gracidii.
Ronzii d’ali.
Disapprovazione da lumaca, perlopiù simile a un lento battere di palpebre ma dotata di enorme peso.
Orbin, ancora coperto di polline dopo lo scollamento, gonfiò la gola. «Non può semplicemente trascinarla indietro».
Il Barone annuì. «Corretto, borsa bagnata».
Orbin lo fulminò. «Ti sto dando ragione».
«E io sto maturando».
«Male».
Plume avanzò, severa e ancora lucida di sciroppo. «Lady Lumae, la legge di Glasspetal consente davvero un’istanza simile?»
Lady Lumae parve a disagio. «Tecnicamente sì. Se un membro di una stirpe riconosciuta viene giudicato sconsiderato, disonorevole o dannoso per gli accordi diplomatici, gli Anziani possono limitarne i viaggi e sospendere i diritti di fioritura fino a una revisione formale».
«Diritti di fioritura?» chiese Madame Vessa.
«Accesso alle terre di famiglia, rendite stagionali, posizione cerimoniale».
Zia Glop emise un suono di puro disgusto. «Quindi mettono un guinzaglio alla tua vita e lo chiamano eredità».
Lady Lumae abbassò lo sguardo. «Qualcosa del genere».
Mastro Twindle sollevò un peduncolo oculare. «La revisione ammette testimonianze esterne?»
Lady Lumae esitò. «In teoria».
Il Barone spalancò gli occhi. «Oh, bene. Io sono eccellente in teoria».
Zia Glop gemette.
Plume lo ignorò. «Allora Blushwhistle Bay testimonierà».
Lady Lumae guardò le creature radunate. «Mi conoscete appena».
Madame Vessa si avvicinò in volo. «Sappiamo abbastanza».
Orbin annuì. «Hai riso quando il Barone è caduto nelle tortine».
Il Barone si accigliò. «Questa è la tua testimonianza sul carattere?»
«Dimostra buon gusto».
«Accetto».
Un giovane tritone intervenne: «E ha detto a quello cattivo e lucido che sceglie lei la passeggiata».
«Anche quello», disse Plume.
Zia Glop salì su una pietra più alta. «Non possiamo decidere la vita di Lady Lumae per lei. Ci renderebbe Vauntleroy con una postura peggiore».
Diverse creature mormorarono il loro assenso.
«Ma se sceglie di rispondere a quei cervelli di cardo lucidati», continuò zia Glop, «non risponderà da sola. Blushwhistle Bay manderà testimoni».
Mastro Twindle annuì solennemente. «Una delegazione».
Il Barone avanzò. «Mi offro volontario».
«Lo immaginavamo», disse zia Glop.
«Come sostegno romantico».
«Come carico sorvegliato».
«Possono essere vere entrambe le cose».
Plume disse: «Andrò come testimone del Consiglio».
Madame Vessa sollevò una zampa. «Io come osservatrice sociale».
Zia Glop sbuffò. «Intendi artiglieria del pettegolezzo».
«I nomi sono flessibili».
Orbin saltò avanti. «Vengo anch’io».
Il Barone lo fissò. «Perché?»
«Perché tu non mi piaci, ma lui mi piace ancora meno».
«Forse è la cosa più dolce che mi hai mai detto».
«Non leccare il momento».
«Non lo farò».
Lady Lumae sembrava sopraffatta. Le pinne oscillavano tra perla pallida e rosa caldo.
«Entrereste tutti a Glasspetal Glade per me?»
L’espressione di zia Glop si addolcì in quel modo brusco che suggeriva che la tenerezza le fosse entrata in casa e lei fosse seccata dal disordine.
«Per te», disse. «E per il principio».
«E perché Vauntleroy ci ha definiti rustici», aggiunse Madame Vessa.
«Anche quello», disse Plume gelidamente.
Il Barone guardò Lady Lumae. «Soprattutto per te».
Lei ne incontrò lo sguardo e per un attimo il giardino tacque attorno a loro.
Poi mastro Twindle si schiarì la gola. «Dovremmo partire prima del sorgere della luna per arrivare in tempo allo scontro drammatico».
Zia Glop annuì. «D’accordo».
Il Barone si guardò il corpo appiccicoso. «Dovrei prima fare un bagno?»
Tutti lo fissarono.
«Che c’è?» disse. «Sono disposto ad affrontare la tirannia coperto di sciroppo, ma credo si debba discutere dell’immagine».
Lady Lumae sorrise lentamente.
«In realtà», disse, «non lavarti ancora».
Il Barone batté le palpebre. «Questa frase ha risvegliato diverse domande».
«Glasspetal Glade mette la levigatezza sopra ogni cosa. Si aspetta linee pulite, parole pulite, esibizioni pulite. Si aspetterà che io arrivi vergognosa».
Gli occhi lo percorsero: briciole, ghirlanda, strisce di nettare, macchia di prugna riapparsa vicino alla bocca come un cattivo ricorrente.
«Che vedano esattamente ciò che ho scelto invece».
La bocca del Barone si aprì appena.
Zia Glop sussurrò: «Oh, mi piace».
Madame Vessa sembrava pronta a esplodere di soddisfazione narrativa.
Orbin gracchiò: «È disgustoso e potente».
Il Barone deglutì.
«Lady Lumae», disse, «suggerisci che io partecipi a una revisione formale di Glasspetal come simbolo d’autodeterminazione ricoperto di sciroppo?»
«Sì».
Gli enormi occhi scintillarono.
«Forse è la cosa più romantica che mi abbiano mai detto».
«Di nuovo», disse lei piano, «non renderla strana».
«Sto facendo ogni sforzo».
La delegazione si preparò rapidamente, che a Blushwhistle Bay significava caoticamente ma con spuntini.
Plume raccolse piume ufficiali del Consiglio e un rotolo d’autorizzazione a testimoniare. Zia Glop pretese una borsa piena di pergamene d’emergenza, unguento e quelle che definiva «scorte antisciocchezze». Madame Vessa reclutò due damigelle per riportare messaggi alla baia se la situazione fosse degenerata. Orbin lucidò la sacca perché, a suo dire, «se dobbiamo insultare la nobiltà, portiamo volume».
Il Barone stette fermo mentre tre coleotteri risistemavano la ghirlanda accidentale in qualcosa di quasi intenzionale. Un faleno gli cosparse le spalle di polline dorato secco perché lo sciroppo non colasse troppo. Qualcuno gli legò alla coda un nastrino di canna blu.
Alla fine sembrava meno un incidente dolciario e più un incidente dolciario cerimoniale.
«Come sto?» chiese.
Zia Glop disse: «Come una prova a carico».
«Eccellente».
Lady Lumae gli si affiancò, le pinne ormai di luce stabile. Non brillanti per esibirsi. Non spente dalla paura. Stabili.
Guardò il gruppo attorno a sé.
«Grazie», disse.
Nessuno fece battute.
Nemmeno il Barone.
Quello, più di tutto, sembrò commuoverla.
Poi la delegazione partì lungo il sentiero settentrionale delle canne verso Glasspetal Glade.
Il sentiero saliva dalla baia serpeggiando tra pietre muschiose e boschetti di felci pallide. Dietro, la laguna brillava nel sole calante, piena di creature che salutavano, incoraggiavano e subito litigavano su come raccontare la storia se tutti fossero morti di galateo.
Il Barone camminava davanti accanto a Lady Lumae.
Zia Glop saltellava dietro con cupa determinazione.
Plume avanzava come giudizio sui trampoli.
Madame Vessa volava sopra, provando espressioni scandalizzate.
Orbin chiudeva il gruppo borbottando di irritazioni da sfregamento.
Avvicinandosi a Glasspetal Glade, il mondo cambiò.
Il colore selvaggio della baia si attenuò in una simmetria pallida. Le canne lasciarono il posto ad alti fiori dai petali vitrei, con corolle traslucide in file perfette. I canali erano stretti e limpidi, bordati di pietre bianche levigate. Ogni foglia sembrava potata. Ogni viticcio si arricciava col permesso. Perfino gli insetti volavano piano, come se il rumore fosse tassato.
Il Barone si guardò attorno inorridito.
«Dov’è il disordine?»
Lady Lumae sorrise appena. «Nascosto».
«Innaturale».
Zia Glop scrutò una fila di fiori identici. «Questo posto mi dà un’eruzione cutanea alla personalità».
Plume disse: «Mantenete la dignità».
«Ho portato una lucertola sciropposa», rispose la zia. «La dignità sta già improvvisando».
Entrarono nella radura centrale proprio mentre la luna sorgeva pallida sopra la volta di fiori.
Gli Anziani di Glasspetal attendevano su una piattaforma rialzata di radici bianche e pietra levigata. Erano cinque, tutti snelli, eleganti e disposti come se fossero stati dipinti da qualcuno terrorizzato dall’asimmetria. Dietro stava Lord Vauntleroy, immacolato sotto il parasole nero, con l’espressione di chi è certo che l’universo si sia finalmente ricordato delle buone maniere.
Diversi abitanti si radunavano ai margini della radura, sussurrando dietro ventagli delicati.
Lady Lumae rallentò.
Il Barone lo sentì.
La vecchia pressione.
Le mani invisibili delle aspettative tese verso le sue spalle.
Le sfiorò la coda.
«Insieme», sussurrò.
Lei inspirò.
Poi avanzò.
Il più anziano di Glasspetal, una creatura d’argento pallido con occhi di rugiada gelata, guardò dalla piattaforma.
«Lady Lumae. Ti aspettavamo sola».
Lady Lumae alzò il mento. «Ho scelto dei testimoni».
Vauntleroy sorrise. «Hai scelto lo spettacolo».
Il Barone entrò nella luce lunare accanto a lei.
Lo sciroppo brillava sulle squame. Il polline dorato scintillava sulla ghirlanda attorno alla coda. Gli occhi giganteschi riflettevano la radura perfetta in spirali deformate e colorate.
Un’ondata di sorpresa attraversò i presenti.
Qualcuno sussurrò: «È… appiccicoso?»
Il Barone s’inchinò grandiosamente.
«Solo dove conta».
Zia Glop borbottò: «Ci siamo esercitati a non dire cose».
Il volto di Vauntleroy si irrigidì. «È questa la creatura?»
Lady Lumae guardò gli Anziani, poi Vauntleroy, poi il Barone.
«Sì», disse. «È questa la creatura».
E in quella radura perfetta, sotto la luna crescente, con la tradizione levigata che incombeva dalla piattaforma e Blushwhistle Bay alle spalle in tutta la sua ridicola lealtà, Lady Lumae sorrise.
«Ora», disse, «esaminiamo esattamente cosa ognuno ritiene di avere il diritto di decidere per me».
La questione di chi appartenesse a chi
Il più anziano di Glasspetal la osservò a lungo.
«La tua famiglia ha degli obblighi».
«Allora nominateli», disse Lumae. «Chiaramente. Senza usare tradizione come un panno per coprire ciò che c’è sotto».
Dietro di lei mastro Twindle srotolò con cura la pergamena. Attraversò due pietre levigate e si fermò contro la zampa di Orbin.
«Quanta testimonianza hai portato?» sussurrò la rana.
«Non sono ancora arrivato alla data».
Vauntleroy avanzò. «Questa esibizione dimostra esattamente perché serva supervisione».
Lumae si voltò. «Perché ti ho rifiutato?»
«Perché ti sei lasciata influenzare».
«Sono stata influenzata quando hai minacciato casa mia. Quando hai mandato un messaggero a interrompere una passeggiata che avevo scelto. Sono qui perché voglio che quell’influenza sia messa agli atti».
Tese la foglia dal sigillo scuro.
Per una volta qualcosa arrivava a Glasspetal Glade con un aspetto esattamente sgradevole quanto la sua natura.
Il più anziano lesse. Un altro si chinò accanto a lui. Le espressioni restarono composte, ma il silenzio cambiò. Non era più quello di creature importanti che aspettavano obbedienza. Era quello di creature importanti che scoprivano testimoni a ciò che speravano di chiamare un malinteso.
«Lord Vauntleroy può presentare istanza», disse infine il più anziano. «Non può imporre personalmente simili restrizioni».
«Lo so», disse Lumae. «Per questo sono venuta a sentire se intendete imporle per lui».
Il Barone sentì un magnifico insulto salire verso la bocca.
Riguardava parasoli, stirpi ancestrali e una sfortunata scarsità di posti in cui inserire entrambi.
Lo inghiottì.
Era la domanda di Lumae. Non l’avrebbe coperta col proprio rumore.
Plume avanzò quando Lumae si voltò e annuì.
«Ho assistito al suo rifiuto», disse l’uccello. «Ho anche visto Lord Vauntleroy proporre una gara abolita dopo che lei aveva già scelto il compagno. Blushwhistle Bay ha rifiutato di partecipare».
«Un’interpretazione sentimentale», disse Vauntleroy.
«Una testimonianza oculare», disse Plume. «Il testimone può non piacerti. La testimonianza sopravvivrà».
Mastro Twindle cominciò a registrare con notevole soddisfazione.
Vauntleroy guardò il Barone. «E vi aspettate che crediamo che questa creatura le offra un futuro adeguato?»
Il Barone aprì la bocca.
Poi guardò Lumae.
Lei sollevò un sopracciglio.
Non un ordine. Non un permesso. Un piccolo invito familiare a provare la sincerità.
«Le ho offerto una passeggiata», disse. «Spero ne desideri un’altra. Non ho acquistato il suo futuro».
Zia Glop espirò tanto forte da far svolazzare un ventaglio vicino.
«Ecco», borbottò. «Una frase completa senza emergenza pubblica».
Lumae gli sorrise prima di rivolgersi di nuovo alla piattaforma.
«Non vi chiedo di approvare Bubblesworth al posto di Vauntleroy. Vi chiedo di smettere di fare dell’approvazione il prezzo della libertà di scegliere. Le mie terre familiari non sono un premio per aver compiaciuto un pretendente. I miei viaggi non sono il suo premio di consolazione».
La radura rimase silenziosa.
Al margine, un’abitante abbassò il ventaglio. Un’altra fece lo stesso. Nessuno esultò. Glasspetal non era ancora quel tipo di posto. Ma ascoltavano senza nascondere il viso, un inizio piccolo e pericoloso.
Gli Anziani si allontanarono di qualche passo per consultarsi.
Vauntleroy li seguì.
«L’istanza riguarda anche la tua condotta», gli disse il più anziano. «Aspetterai».
Non fu un’umiliazione spettacolare. Nessuno cadde in una torta.
Il Barone la trovò comunque sorprendentemente nutriente.
La coda di Lumae gli sfiorò la sua.
«Grazie», sussurrò.
«Per la frase?»
«Per aver lasciato spazio alla mia».
Lui annuì. Apparentemente era un’altra forma di contegno che nessuno aveva pensato di inserire nella liberatoria.
Quando gli Anziani tornarono, la loro dignità si era riordinata attorno alle prove disponibili.
«L’istanza è respinta», annunciò il più anziano. «I diritti di viaggio e di fioritura di Lady Lumae restano invariati. Nessuna unione è stata accettata per suo conto. Lord Vauntleroy non ha autorità per esigere la sua presenza o prometterne la collaborazione».
«Per iscritto», disse Lumae.
Il più anziano esitò.
Zia Glop aprì la borsa.
«Abbiamo portato pergamena».
Aspettarono che la decisione fosse scritta, letta ad alta voce e attestata. Lumae chiese una correzione dove lo scriba aveva scritto che le era consentito rifiutare. La versione finale registrò che aveva rifiutato.
Mastro Twindle ne ottenne una copia. Plume la attestò. Madame Vessa seguì ogni tratto con l’espressione di chi riceve un sontuoso regalo personale.
Vauntleroy non disse niente.
Per una creatura arrivata con tante aspettative, se ne andò con un pubblico straordinariamente piccolo.
Glasspetal Glade non divenne un altro posto quella notte. I fiori restarono in file obbedienti. Agli Anziani continuava a non piacere essere messi in discussione. Ci sarebbero state altre conversazioni e Lumae sapeva che alcune sarebbero state difficili.
Ma se ne andò coi diritti intatti, il rifiuto registrato e nessun obbligo di trasformare la serata nell’annuncio di nozze di qualcun altro.
Bastava per un sorgere di luna.
Sul sentiero settentrionale, la delegazione si sparse gradualmente. Plume e Twindle discutevano su dove conservare il duplicato. Orbin si lamentava che la solidarietà di principio avesse comportato troppo camminare. Zia Glop gli diede uno spuntino e gli disse di soffrire con la bocca occupata.
Lumae si fermò accanto a Bubblesworth sotto una felce storta.
«Vorrei un’altra passeggiata», disse.
Il Barone si illuminò.
«Domani?»
«Domani. Dopo il bagno».
«Una condizione ragionevole».
«E da qualche parte senza pubblico».
Dietro la felce Madame Vessa emise un piccolo suono deluso.
Lumae guardò dritta verso di lei.
«Soprattutto quel pubblico».
La felce se ne andò in fretta.
Bubblesworth offrì la coda accanto alla sua e insieme proseguirono verso le luci disordinate di casa.
All’ora di colazione, zia Glop aveva affisso un nuovo avviso accanto al palco riparato.
Le canne saranno ispezionate prima dell’uso. Le passeggiate richiedono accordo. Gli applausi non costituiscono né l’una né l’altro.
Il Barone lo lesse due volte.
«Mi sento rappresentato», disse.
Poi andò a incontrare Lumae.
Pulito, stavolta.
Quasi.
Porta a casa un po’ di Sugarwild
Porta a casa The Bubble-Eyed Baron of Blushwhistle Bay, la piccola leggenda gloriosamente appiccicosa il cui sguardo ingioiellato, le squame pastello e la discutibile sicurezza nel corteggiamento reclamano spazio sulla parete. Questa opera fantastica è disponibile come stampa su tela, stampa su metallo, arazzo, cuscino decorativo, puzzle e biglietto d’auguri, perfetti per chi apprezza creature fantasy con scintillio, sfacciataggine e la stabilità emotiva di una libellula zuccherata. Esposto sulla parete o regalato a chi ha bisogno di più magia ridicola, il Barone è pronto a portare nel mondo reale la migliore energia romantico-disastrosa di Blushwhistle Bay.


The Wink That Got Away With Everything
The Dewdrop He Swore He Could Handle
Sir Petalgrip and the Fold He Should’ve Respected