Il problema di essere squisita
A Bubbledew Hollow, la bellezza non era considerata una virtù. Era considerata un disturbo della quiete pubblica. Soprattutto perché, a Bubbledew Hollow, la bellezza si faceva raramente gli affari propri. I fiori corteggiavano con aggressività api che stavano chiaramente solo cercando di lavorare. I funghi sfoggiavano pois tanto teatrali da provocare discussioni tra i coleotteri di passaggio. Perfino la foschia mattutina aveva l’abitudine di drappeggiarsi sulla valle come se posasse per la pubblicità di un profumo tragico. Ma nulla reggeva il confronto con la Prismfeather. La Prismfeather sedeva su un viticcio arricciato sopra il sentiero di muschio zuccherino, scintillando come se qualcuno avesse frantumato un arcobaleno, cosparso i pezzi di polvere di caramella e poi dato loro un pessimo carattere.
Era piccola, tonda, luminosa e assolutamente estenuante da guardare. Le sue piume non erano piume nel senso tradizionale. Erano piccole lastre traslucide di colore, sovrapposte come una vetrata: ciascuna catturava la luce e la restituiva con sicurezza teatrale. Rosa, pesca, lavanda, oro miele: ogni sfumatura le attraversava il corpo in lente increspature compiaciute. Aveva enormi occhi d’ambra, lucidi e luminosi, di quelli che inducevano le creature del bosco a confessare cose che non avevano alcuna intenzione di ammettere. Si chiamava Virella. Odiava le mattine, amava l’attenzione in teoria e ultimamente aveva iniziato a sospettare che essere irresistibile fosse meno un dono e più una maledizione con un’ottima immagine pubblicitaria.
«Mi stai fissando», disse. Il viticcio sotto di lei tremò. Un giovane faleno, che era rimasto sospeso lì a mezz’aria con la bocca leggermente aperta, scattò all’indietro tanto bruscamente da rischiare di precipitare. «Non ti stavo fissando», disse. Virella batté lentamente le palpebre. «Tesoro, sei sospeso a mezz’aria da tre minuti con l’espressione di un pisello lesso che ha appena visto Dio». Il faleno arrossì dalle antenne all’addome. «È che… non ho mai visto niente come te». «È un’affermazione corretta e profondamente scomoda». Lui si avvicinò svolazzando. «Posso sedermi accanto a te?»
«No». «Posso ammirarti da laggiù?» «Più lontano». «Quanto più lontano?» «Emotivamente o geograficamente?» Il faleno arretrò, ferito ma ancora abbagliato. Succedeva sempre così. Qualcuno vedeva Virella. Qualcuno smetteva di ragionare. Qualcuno si rendeva ridicolo. Poi Virella doveva essere abbastanza tagliente da spezzare l’incantesimo prima che il povero idiota finisse nel traffico, in un fiore carnivoro o, peggio, nella poesia. La poesia era sempre il momento in cui tutto degenerava. Una volta l’avevano paragonata al «segreto umido dell’alba». Nessuno si era più ripreso. Virella girò la testa e si lisciò un’ala vitrea, anche se tecnicamente non ne aveva bisogno. Le Prismfeather non si sporcavano. La polvere era troppo intimidita per posarsi su di loro.
Sotto di lei, Bubbledew Hollow si risvegliava in tutta la sua ridicola gloria. Gocce di rugiada si aggrappavano ai viticci a spirale come fili di perle. Lanterne di petali si schiudevano con sospiri assonnati. Da qualche parte, un rospo brontolone ruttò nebbia nello stagno e diede la colpa al tempo. Avrebbe dovuto essere un momento tranquillo. Non lo era mai. Perché appena il sole toccava il corpo di Virella, lei brillava. Non in senso metaforico. Davvero. Un morbido bagliore prismatico le scivolò sulle piume e si diffuse nella valle in onde di colore. Il muschio si illuminò. I fiori sollevarono il capo. L’aria stessa parve ansimare e dire: «Però, accidenti».
E ogni essere vivente in vista si voltò verso di lei. Di nuovo. «Oh, per l’amor delle ghiande storte», borbottò Virella. Uno scoiattolo lasciò cadere tre nocciole. Due coleotteri si scontrarono in pieno. Una rana che stava pensando alla colazione dimenticò come funzionavano le lingue. Dal ramo di un vicino salice di caramelle gommose, l’anziano Plink si sistemò gli occhiali e aggrottò la fronte con quella gravità burocratica che solo le creature anziane prive di qualsiasi autorità reale sanno esibire. «Stai brillando di nuovo», disse. Virella lo guardò. «Grazie, Plink. Non mi ero accorta che l’intera foresta stesse sviluppando un problema collettivo».
«Sta diventando un disturbo». «Anche il tuo respiro, ma io mi sono trattenuta». Plink sbuffò. Era un fringuello color mirtillo secco, con panciotto, portablocco e la flessibilità emotiva della gamba di un tavolo. «Sono arrivate delle lamentele». «Arrivano sempre delle lamentele». «Ieri gli apprendisti del fornaio hanno abbandonato i forni perché sei passata davanti alla finestra». «I loro panini erano comunque troppo lievitati». «Le campanule hanno suonato fino a perdere i sensi». «Piante melodrammatiche. Non è il mio circo». «E tre giovani conigli hanno tentato di fondare una società devozionale in tuo onore». Virella esitò. «C’erano degli spuntini?» «Non è questo il punto».
«Spesso lo è». Plink svolazzò su un rametto più basso. «Virella, non può continuare così. La tua presenza provoca instabilità». Lei gli rivolse uno sguardo tanto affilato da tagliare il vetro, il che, considerata la sua anatomia, sembrava una questione personale. «Il problema non è la mia presenza. Il problema è che tutti si comportano in modo strano in sua presenza». «Ciononostante…» «No. Assolutamente no. Non mi spegnerò perché una rana si è dimenticata della propria lingua». «Il Consiglio ritiene che una modesta riduzione del luccichio…» «Il Consiglio può ridurre modestamente il proprio luccichio. A cominciare da quel ridicolo cappello che indossi durante le cerimonie».
Plink si strinse al portablocco. «Quel cappello rappresenta la tradizione». «Quel cappello rappresenta un fungo che ha perso una scommessa». Il faleno lì vicino emise un piccolo suono che poteva essere una risata o una resa. Plink socchiuse gli occhi. «La prendi alla leggera». Virella distolse lo sguardo. Purtroppo non era vero. Una volta l’aveva presa alla leggera. All’inizio essere ammirata era stato divertente. Era nata sotto un fiore di zucchero filato e chiaro di luna, tanto radiosa che perfino la levatrice era svenuta, sostenendo poi che si fosse trattato di uno «svenimento professionale». Virella era cresciuta tra gli elogi di tutti: gli occhi, il piumaggio, il suo adorabile cipiglio, il modo di sedersi come se il mondo l’avesse delusa personalmente.
Da pulcina aveva imparato presto che la bellezza apriva porte. Apriva anche gabbie. Per primi erano arrivati i collezionisti. Si presentavano con reti di velluto e sorrisi levigati, mormorando di conservazione, rarità, eredità. Uno l’aveva definita «un gioiello vivente». Un altro «una meraviglia da investimento». Allora Virella era giovane, ma non stupida. Non ci si poteva fidare di chi descriveva una creatura che respirava come un cucchiaio ornamentale. Era fuggita riflettendo la luce del sole nei loro occhi e lasciandoli inciampare in un cespuglio di ortiche pettegole. Le ortiche avevano ripetuto ogni frase imbarazzante ascoltata per sei settimane.
Poi erano arrivati i romantici. Era stato peggio. I collezionisti volevano possedere il suo corpo. I romantici volevano possedere il suo significato. Portavano canzoni, giuramenti, dichiarazioni al chiaro di luna, semi incisi e un sonetto profondamente infelice che paragonava le piume della sua coda al «tremulo ventre del destino». Ancora si svegliava furiosa al pensiero. Poi erano arrivati i predatori. Non tutte le ossessioni indossavano pizzi. Alcune avevano denti. La prima volta che qualcosa aveva cercato di mangiarla, si era fermato a metà balzo perché lei aveva girato la testa e catturato il tramonto lungo la guancia. La volpe era rimasta immobile, incantata, con le fauci aperte e un filo di bava come cristallo. Virella era fuggita, ma il ricordo era rimasto.
L’ammirazione non era sicurezza. Il desiderio non era amore. Essere voluta da tutti non equivaleva a essere conosciuta da qualcuno. Ma dirlo ad alta voce suonava fastidiosamente vulnerabile, e Virella preferiva sanguinare dentro come una signora. Perciò scosse la testa. «Di’ al Consiglio che cercherò di essere meno magnifica quando il muschio smetterà di essere verde e tu smetterai di essere noioso». Plink sospirò. «Sei impossibile». «Eppure, in qualche modo, ho sempre il tutto esaurito». Lui volò via indignato, borbottando di ordinanze d’emergenza e gestione della lucentezza. Virella lo guardò andare, poi si accomodò meglio sul viticcio.
Il faleno era rimasto lì vicino. «Puoi andartene anche tu», disse lei. «Lo so». «Non era un invito a continuare a fluttuare come lanugine decorativa». «Non sono qui perché sei bella». Virella si voltò molto lentamente. Il faleno deglutì. «Cioè, lo sei. Ovviamente. Dolorosamente. Come una vetrata che si è ubriacata e ha preso delle decisioni». «Attento». «Ma non è per questo che sono rimasto». «E allora perché?» Lui guardò il sentiero. «Perché qualcosa mi ha seguito nella valle». Le piume di Virella si immobilizzarono. L’aria cambiò. Perfino la rugiada parve trattenere il respiro. «Che genere di qualcosa?» chiese.
Le ali del faleno tremarono. «Un collezionista». L’espressione di Virella si fece tagliente. «I collezionisti non si spingono più così in profondità». «Questo sì». «Descrivilo». «Alto. Maschera d’argento. Cappotto di piume nere, ma non piume d’uccello. Qualcos’altro. Qualcosa di antico». A Virella si strinse lo stomaco. Nella valle circolavano molte storie sui collezionisti, ma uno solo portava una maschera d’argento. Marrow Vale. Il curatore delle cose impossibili. Non collezionava arte. Collezionava ciò che l’arte invidiava. Canti rari. Ultimi respiri. Primi rossori. Ombre di alberi estinti. Le risate delle regine prima del tradimento. Cose che nessuno avrebbe dovuto poter trattenere, etichettare o rinchiudere.
E una volta, anni prima, aveva inviato un’offerta a Bubbledew Hollow. Per Virella. Il Consiglio aveva rifiutato. Virella aveva finto indifferenza. Poi si era nascosta per tre giorni dentro un nocciolo di pesca cavo, mordendo chiunque le chiedesse se avesse paura. «Dov’è adesso?» chiese. Il faleno indicò con un’antenna tremante. All’estremità della valle, dove il sentiero di muschio zuccherino s’insinuava tra due antichi alberi dalla corteccia di caramella, le ombre si erano addensate. Qualcosa si mosse al loro interno. Lentamente. Deliberatamente. Poi una figura entrò nella luce del mattino.
Era alto, sottile e indossava un cappotto che si muoveva come uno stormo di uccelli morti intento a fingersi tessuto. La maschera era d’argento liscio, senza lineamenti salvo due scure fessure per gli occhi. In una mano guantata portava una delicata gabbia di vetro non più grande di una lanterna. Ogni creatura di Bubbledew Hollow tacque. Marrow Vale inclinò la testa verso Virella. Anche da lontano lei sentì posarsi su di sé la sua attenzione. Non ammirazione. Valutazione. Era peggio. Il faleno sussurrò: «È lui?» Virella sollevò il mento.
«Purtroppo». «Che facciamo?» Lei guardò la gabbia di vetro nella sua mano. Era bellissima. Naturalmente. I mostri capivano sempre l’importanza della presentazione. Era così che riuscivano a farsi invitare. Marrow Vale si avviò verso di lei. La valle non si mosse. Virella aprì le ali e la luce si frantumò su ogni goccia di rugiada, ogni petalo, ogni occhio che osservava. «Noi?» disse. «No, tesoro». Gli occhi d’ambra si socchiusero. «È venuto per me». Poi sorrise, un sorriso piccolo e letale. «Il che significa che sceglie malissimo cosa fare della propria vita».
L’arte di non farsi possedere
Marrow Vale non aveva fretta. Raramente l’avevano gli uomini convinti che il mondo appartenesse alle vetrine. Attraversava Bubbledew Hollow come se fosse già etichettata, catalogata e prezzata: ogni passo attento, misurato e irritantemente sicuro. Le creature si scostavano senza accorgersene. L’istinto riconosceva in lui qualcosa di antico. Qualcosa che non chiedeva permesso. Qualcosa che non ne aveva mai avuto bisogno. Virella rimase sul suo posatoio. Non era coraggio. Era strategia. Se fosse fuggita troppo presto, sarebbe diventata una preda. Se fosse rimasta troppo a lungo, sarebbe diventata un trofeo. Ora viveva sul confine sottile tra quelle due possibilità, in equilibrio con la grazia di chi si rifiuta di cadere anche quando il pavimento stesso si mette strane idee in testa.
«Non te ne vai», sussurrò il faleno. «Se me ne vado», disse Virella, «mi segue». «E se resti?» Lei inclinò la testa e la luce le scivolò lungo la guancia in una fiammata silenziosa. «Allora deve avvicinarsi». Avvicinarsi significava rischiare. Avvicinarsi significava sbagliare. E Virella aveva costruito un’intera personalità sull’attesa degli errori altrui. Marrow Vale si fermò alla base del viticcio. Non s’inchinò. Non la salutò. Alzò semplicemente lo sguardo. Virella lo trovò estremamente scortese. «Te la sei presa comoda», disse.
La sua voce uscì liscia e vuota, come se fosse stata lucidata all’interno prima di essere liberata nel mondo. «La perfezione non deperisce». «L’adulazione è moneta da pigri», rispose Virella. «Riprova». Ci fu una pausa. Non esitazione. Un aggiustamento. «Sei diventata… più luminosa», disse. «E tu sei diventato esattamente ciò che mi aspettavo. Una simmetria deludente». Almeno quello lo immobilizzò. Virella si concesse una piccola vittoria interiore. Spezzare il ritmo. Spezzarlo sempre. Quelli come lui facevano affidamento sull’inerzia: la lenta, insinuante inevitabilità di essere la presenza più sicura di sé nella stanza.
La certezza era sopravvalutata. «Sai perché sono qui», disse Marrow Vale. «Sì», disse Virella. «Hai un passatempo profondamente inquietante e nessuno ti ha ancora fermato». Lui sollevò appena la gabbia di vetro. Scintillò. Naturalmente scintillò. Le sbarre non erano sbarre, ma delicati archi di cristallo soffiato, ricurvi verso l’interno come le costole di qualcosa che un tempo aveva tentato di fuggire ed era fallito magnificamente. Dentro, l’aria stessa sembrava… conservata. Quella era una novità. A Virella le novità non piacevano. «Questa non è una gabbia», disse lui.
«Oh, bene», disse lei. «Temevo che fosse esattamente ciò che sembra». «È un santuario». «Per chi?» «Per te». Virella batté lentamente le palpebre. «Tesoro», disse, «se devi spiegare che una cosa non è una gabbia, è assolutamente una gabbia». Il faleno dietro di lei emise un piccolo suono strozzato, forse di paura, forse d’ammirazione. Con i faleni era difficile capirlo. Marrow Vale si avvicinò. La valle si contrasse attorno a lui. I colori si attenuarono appena: non abbastanza da accorgersene subito, ma abbastanza da sentirlo. Come se qualcosa fosse… in esame per essere rimosso.
Le piume di Virella fremettero. «Tu alteri l’equilibrio di questo luogo», disse lui. «Lo miglioro». «Lo distorci». «Lo accessorio». «Sei sprecata», disse, e la sua voce si fece abbastanza tagliente da mostrare i denti sotto la seta. «Ah», disse Virella. «Eccolo. Il discorso». Si sporse appena in avanti, catturando la luce nelle piume vitree e spargendola direttamente sulla sua maschera. «Continua», disse. «Dimmi quanto potrei essere di più se fossi adeguatamente… contenuta». Lui non trasalì. Peccato. «Sei rara», disse. «Sei unica. Eppure te ne stai qui, dissolvendoti nell’attenzione di esseri inferiori».
Virella seguì il suo sguardo. Lo scoiattolo. I coleotteri. La rana, che finalmente ricordava come funzionasse la lingua ma ora era troppo nervosa per usarla. Il faleno. «Pensi che il mio posto sia su uno scaffale», disse. «Penso che tu meriti di essere preservata». «È la stessa frase con un’illuminazione migliore». Marrow Vale alzò di nuovo la gabbia. «Nella mia collezione», disse, «non svaniresti mai. Il tempo non ti sminuirebbe. Né la familiarità, né le rozze interpretazioni di creature incapaci di comprendere ciò che sei». L’espressione di Virella non cambiò.
Ma dentro di lei qualcosa si torse. Perché quella parte… Quella parte non era del tutto sbagliata. L’aveva già sentito. Come l’ammirazione si smussava quando diventava scontata. Come la bellezza perdeva mordente se consumata senza sosta. Come lei dovesse essere più tagliente, più luminosa, più rumorosa soltanto per restare… visibile. Ma c’era una differenza tra svanire ed essere congelata. Una cosa era la vita. L’altra era la morte con un marketing migliore. «E tu cosa ci guadagni?» chiese. Marrow Vale inclinò la testa. «La custodia». «Il possesso», lo corresse. «La responsabilità».
«Il controllo». «Un’eredità». «Un cimitero molto grazioso». Il colpo andò a segno. Per un istante l’aria tra loro si tese come un filo tirato. Poi lui sorrise. Non con la bocca. Con un lieve mutamento della postura. La quieta sicurezza di chi crede che il finale sia già stato scritto. «Hai frainteso», disse piano. «Non mi serve il tuo consenso». Le piume di Virella si aprirono. «No», disse. «Sei tu ad aver frainteso». La luce le percorse le ali. Stavolta non morbida. Tagliente. Accecante. La valle esplose di colore quando ogni prisma del suo corpo si accese insieme agli altri. Le gocce di rugiada divennero stelle. I petali lampeggiarono come fuochi di segnalazione. L’aria stessa si frantumò in nastri luminosi che piegavano, deformavano e torcevano la percezione.
Marrow Vale non si mosse. Il mondo intorno a lui sì. La sua ombra si allungò, si divise, si moltiplicò, confusa da quell’esplosione di luce. I suoi contorni si sfocarono. La sua sagoma netta e precisa cominciò a singhiozzare. Bene. La confusione era un vantaggio. «Sei entrato nella mia valle», disse Virella, con una voce improvvisamente limpida e gelida. «Con il tuo vasetto di momenti rubati e il tuo museo di cose che un tempo respiravano». Il faleno si aggrappò al viticcio. La rana si appiattì nel muschio. Perfino l’anziano Plink era tornato e aleggiava nervosamente al margine della radura, stringendo il portablocco come se potesse presentare un reclamo per suo conto.
«E pensavi», proseguì Virella, «che mi avrebbe fatto impressione». Balzò dal posatoio. A mezz’aria, il suo corpo divenne tutt’altro. Non soltanto bello. Travolgente. Le piume rifrangevano la luce in angoli impossibili, trasformando la valle in un caleidoscopio di prospettive mobili. L’alto diventava di lato. Le distanze collassavano. Le forme riecheggiavano in strati infiniti e disorientanti. La maschera di Marrow Vale si voltò per seguirla, ma ora più lentamente. Appena una frazione di troppo. «Non sono la tua collezione», disse Virella. Gli sfrecciò accanto. Per un attimo, solo un attimo, la mano di lui si strinse sulla gabbia.
Istinto. Eccola. Una crepa. «Sono ciò che la tua collezione vorrebbe essere ancora». La luce si intensificò. Stavolta non verso l’esterno. Verso l’interno. Concentrata. Diretta. Virella disegnò una curva nell’aria e colpì: non lui, ma la gabbia. L’ala ne sfiorò la superficie e il vetro cantò. Non uno schianto. Una nota. Alta. Pura. Sbagliata. L’aria dentro la gabbia si increspò. Qualcosa premette dall’interno. Qualcosa rimasto prigioniero troppo a lungo. La presa di Marrow Vale si irrigidì. «Attenta», disse. Virella rimase sospesa davanti a lui, le ali una tempesta di luce infranta.
«Oh», disse dolcemente. «Lo sono». Colpì ancora. Stavolta il vetro non cantò. Urlò. Sottilissime crepe si ramificarono sulla superficie, ognuna debolmente luminosa di colori intrappolati: rossi, blu, ori, cose sigillate via che ora ricordavano cosa significasse essere libere. La valle trattenne il respiro. Marrow Vale non si mosse. Ma qualcosa in lui cambiò. Non paura. Interesse. Era peggio. «La romperesti», disse piano. «Sì». «Non sai cosa contiene». «So che non dovrebbe stare lì».
Un’altra crepa attraversò la gabbia. Ora più larga. Più profonda. La luce al suo interno pulsava. Viva. Affamata. In attesa. Virella ne sostenne lo sguardo, occhi contro maschera. «E nemmeno io», disse. E colpì ancora.
Il prezzo di rompere le cose belle
Il terzo colpo non ebbe il suono del vetro. Ebbe il suono di qualcosa che ricordava come esistere. La gabbia si spezzò: non con un’esplosione, ma con un lento, deliberato disfacimento. Le crepe sbocciarono in vene ramificate di luce, ogni frattura più luminosa della precedente, finché l’intera struttura pulsò come un cuore cui fosse stato negato il ritmo troppo a lungo. Poi smise di fingere. Si frantumò. Non in schegge, ma in frammenti di momenti trattenuti: colore, suono, memoria, che si riversarono nella valle come un’inondazione di vita rubata finalmente decisa a non restare catalogata.
Risuonò un’esplosione di risa dorate, incorporee e selvagge. Un frammento di crepuscolo scivolò libero, stirandosi sui viticci come un gatto che si sveglia da un lungo sonno. Un profumo di terra bagnata dalla pioggia attraversò la radura, seguito dall’eco di un battito cardiaco che non apparteneva a nessuno dei presenti. Bubbledew Hollow vacillò sotto quell’urto. Il muschio si illuminò violentemente. I fiori si spalancarono troppo in fretta. L’aria stessa si addensò di sensazioni. E al centro di tutto… Virella restava sospesa, ad ali aperte, tanto luminosa da sembrare meno una creatura e più l’idea di una creatura.
Marrow Vale non trasalì. Naturalmente. Avanzò attraverso la tempesta in disfacimento di cose liberate, il cappotto sussurrante come mille finali silenziosi. «L’hai fatto», disse. «Sì», rispose Virella. «Ho migliorato la tua collezione». «L’hai destabilizzata». «È la stessa cosa, dipende dai punti di vista». Ma ora la sua voce era più tesa. Perché qualcosa non andava. Le cose liberate non se ne stavano semplicemente andando. Giravano in cerchio. Si radunavano. Ed erano attirate da lei. Naturalmente. Lo era tutto. «Oh, questa è nuova», borbottò.
Un nastro di luce azzurra le avvolse per un istante l’ala, poi scivolò tra le piume come se cercasse di ricordare la sensazione del calore. Una scheggia di risata le sfiorò la guancia, lasciando una sensazione tanto acuta da fare quasi male: gioia, senza filtri né confini. Ne seguirono altre. Colori. Suoni. Sensazioni. Tutti protesi. Tutti richiamati dal suo luccichio come falene verso una fiamma che aveva appena sviluppato ambizioni. Il faleno, ancora aggrappato al viticcio, sussurrò: «Ti stanno… scegliendo». «Mi stanno travolgendo», sbottò Virella. Ma mentre lo diceva, lo sentì.
L’attrazione. Il modo in cui la sua luce non si limitava ad attirare: amplificava. Non era soltanto irresistibile. Era… catalitica. E ora tutto ciò che era stato intrappolato voleva tornare a essere qualcosa. Attraverso di lei. «Affascinante», disse Marrow Vale. «Non ti azzardare», ribatté Virella. Lui inclinò la testa. «Hai infranto il contenimento», disse. «Ora il contenitore sei tu». «Io non sono assolutamente…» Un’ondata di colore la investì. Non fisica. Emotiva. Un ricordo non suo: qualcuno che rideva in sfida a qualcosa di terribile. Le invase i sensi, luminoso e crudo, prima di sciogliersi nelle piume come zucchero nel tè.
Ansimò. Il suo bagliore impennò. La valle rispose. Le piante crebbero di diversi centimetri in pochi secondi. Le gocce di rugiada esplosero in una nebbia prismatica. La rana urlò e subito dimenticò perché. «Oh, questa è brutta», disse. «Questo», rispose Marrow Vale, «è inevitabile». «È colpa tua». «È la tua natura». La colpì più di quanto si aspettasse. Perché sembrava vero. Virella aveva sempre attirato tutto a sé. Attenzione. Emozione. Ossessione. Solo, non aveva capito quanto in profondità arrivasse quel potere. O quanto potesse diventare pericoloso quando c’era troppo da trattenere. «Ora capisci», continuò lui avvicinandosi, con voce bassa e sicura, «perché qualcosa come te debba essere… curato da un collezionista».
«No», disse Virella. Ma le ali tremavano. Un’altra ondata la colpì. Dolore, stavolta. Acuto. Improvviso. Schiacciante. La luce tremolò. La valle si oscurò in risposta. Le creature inciamparono mentre l’ambiente cambiava seguendo la sua instabilità. «Non puoi portarle tutte», disse Marrow Vale. «Stai a vedere», sbottò lei. «Ti spezzerai». «Sono letteralmente fatta di fratture». «Allora comprendi il rischio». Virella strinse ancora di più le ali. Altri frammenti le turbinavano attorno, più rapidi, più luminosi, disperatamente desiderosi di appartenere di nuovo a qualcosa. Li sentiva cercare di posarsi. Di ancorarsi. Di esistere.
E ogni suo istinto, ogni sua parte ostinata, ribelle e tagliente, rifiutava di lasciarli rinchiudere di nuovo. Ma non poteva trattenerli così. Non tutti. Non per sempre. «Allora non portarli», disse all’improvviso il faleno. Virella scattò a guardarlo. «Cosa?» Sembrava terrorizzato. E molto, molto sicuro. «Non devi trattenerli», disse. «Devi solo… lasciarli muovere». «Si stanno muovendo», disse lei. «Dentro di me». «Allora smetti di essere il punto d’arrivo». Lei batté le palpebre. Quello… Quello era fastidiosamente perspicace per uno che si era presentato svolazzando male.
«Spiegati», ordinò. «Non sei una gabbia», disse lui. «L’hai detto tu». «Sì, conosco le mie eccellenti argomentazioni». «Allora non comportarti come una gabbia». Un’altra ondata la colpì: stavolta calore, morbido e fugace. Invece di trattenerlo, esitò. Solo un secondo. Quanto bastava per considerare… E se non l’avesse tenuto? E se l’avesse lasciato passare? Virella inspirò. Tecnicamente non ne aveva bisogno, ma aiutava la drammaticità del momento. Poi aprì ancora di più le ali. Non per contenere. Per indirizzare. Il frammento successivo a toccarla, un guizzo di tramonto, scivolò sulle sue piume…
E proseguì. Fluì verso l’esterno, riversandosi nella valle, posandosi nelle foglie, nei petali, nell’aria stessa. La foresta lo assorbì. Si stabilizzò. Respirò. Virella rimase immobile. «…oh». Il faleno sorrise. «Già». Arrivò un altro frammento. E un altro. Stavolta Virella non cercò di trattenerli. Li lasciò passare attraverso di sé: guidati dalla sua luce, modellati dalla sua presenza, ma mai posseduti. La valle cominciò a cambiare. Non in modo caotico. In armonia. I colori si fecero più intensi. La luce più morbida. Tutto si assestò in una versione più ricca e piena di sé, come se al mondo fossero mancati dei pezzi e ora ricordasse finalmente come essere intero.
Marrow Vale osservava. Immobile. Silenzioso. Ma la certezza era cambiata. Appena un poco. «Non li stai contenendo», disse. «No», rispose Virella, con voce ormai ferma, luminosa, tagliente e interamente sua. «Non lo sto facendo». «Li stai… disperdendo». «Li sto lasciando esistere». Un altro frammento l’attraversò e si dissolse nella valle come un segreto finalmente raccontato. Lei sorrise. Stavolta non un sorriso piccolo. Non prudente. Ampio. Senza scuse. «A quanto pare», disse, «il problema non era che fossi irresistibile». Le ali scintillarono. La luce si diffuse in onde controllate e deliberate.
«Era che tutti, te compreso, continuavano a voler far coincidere quella qualità con il possesso». Marrow Vale strinse i resti vuoti della gabbia. «Svanirai», disse. «Prima o poi», disse lei. «Si chiama vivere». «E quando smetteranno di guardarti?» Virella inclinò la testa. «Allora avrò finalmente un po’ di pace e silenzio». Quella… Quella forse era la prima cosa del tutto sincera che avesse detto in tutta la giornata. Gli ultimi frammenti del contenuto della gabbia si dispersero nella valle, posandosi su tutto ciò che toccavano. L’aria si schiarì. La luce si addolcì. Il mondo ritrovò stabilità.
Virella rimase sospesa ancora un momento. Poi, lentamente, tornò al viticcio. Stavolta la foresta non si immobilizzò. Non rimase senza fiato. Si limitò a… notarla. E continuò. Virella espirò. «Finalmente», disse. Marrow Vale stava nella radura, in silenzio. Poi, senza una parola, si voltò. E se ne andò. Nessuna uscita teatrale. Nessuna minaccia. Solo la ritirata silenziosa di chi aveva incontrato qualcosa che non poteva possedere. Il che, sospettava Virella, gli avrebbe dato molto più fastidio di una sconfitta. Il faleno si avvicinò svolazzando. Stavolta con cautela. Con rispetto.
«Allora», disse. «E adesso?» Virella guardò lui. Poi la valle. Poi se stessa. Ancora radiosa. Ancora impossibile. Ma non più… sopraffatta. «Adesso?» disse. Sul volto le tornò un piccolo sorriso pericoloso. «Adesso continuo a essere assolutamente irragionevole». Il faleno rise. E per una volta, una volta soltanto, a Virella quell’attenzione non dispiacque.
Porta a casa un po’ di Sugarwild
Se The Prismfeather Perch of Bubbledew Hollow ti è entrato sotto pelle, in modo affascinante e non parassitario, puoi portare un pezzetto del mondo pericolosamente irresistibile di Virella nel tuo. Che tu voglia il suo atteggiamento scintillante a guardarti da una stampa incorniciata, a brillare dolcemente su una tela o a sfoggiare tutto il suo dramma vitreo attraverso una stampa su acrilico, c’è una sua versione adatta alla tua particolare sfumatura di ossessione. Preferisci qualcosa di più interattivo? Prova a ricomporla in un puzzle, oppure tienila vicina nei momenti più tranquilli con un quaderno o un biglietto d’auguri. Non sorprenderti se ruba un po’ d’attenzione ovunque si posi: certe cose non sono mai state fatte per passare inosservate.

The Wink That Got Away With Everything
The Dewdrop He Swore He Could Handle
Sir Petalgrip and the Fold He Should’ve Respected