Un draghetto con troppo succo
Molto prima che i regni sorgessero e cadessero, e perfino prima che l’umanità imparasse a usare il vino come arma per produrre pessimo karaoke, esisteva un frutteto rigoglioso in cui la frutta regnava sovrana. I manghi brillavano al primo sole come gemme dorate, gli ananas svettavano come fortezze spinose e le angurie giacevano sull’erba come appena raccolte dall’immaginazione di un dio della frutta. Nel mezzo di quel paradiso fin troppo maturo viveva una creatura inattesa, un draghetto così sfacciato e indisciplinato che perfino le banane cercavano di sbucciarsi da sole pur di sfuggire ai suoi discorsi. Era noto, con un titolo assegnatosi dopo esattamente zero voti, come The Juicy Guardian.
Il draghetto era piccolo secondo gli standard draconici, poco più grande di un pallone da spiaggia, ma compensava con il carattere. Le squame brillavano di toni cangianti arancio agrumato e verde foglia, e quando si emozionava le ali tozze battevano come una farfalla ubriaca. Le corna erano minuscole, più simili a coni gelato decorativi che a punte minacciose, ma non diteglielo se non volete essere bersagliati da spicchi di lime a velocità allarmante. La cosa peggiore, o migliore, a seconda di quanto amate il caos, era la lingua. Lunga, sinuosa e perennemente penzolante dalla bocca, faceva chiedere se l’evoluzione non avesse corretto troppo il tiro attorno all’era degli anfibi.
«Ascoltatemi, contadini del frutteto!» dichiarò una mattina, arrampicandosi su un ananas con la solenne dignità di un bambino che prova le scarpe troppo grandi del papà. Gli artigli tozzi afferravano la superficie spinosa come un trono fatto apposta. «Da oggi nessun kiwi verrà rubato, nessun mango ammaccato e nessuna anguria tagliata senza il mio esplicito permesso. Sono il sacro difensore di succo, polpa e onore fruttato!»
Il pubblico di frutti rimase naturalmente in silenzio. Ma gli abitanti che lavoravano nel frutteto si erano radunati a distanza, fingendosi occupati con i cesti e cercando di non soffocare dalle risate. Il Guardiano, imperterrito, credeva fossero rapiti dalla meraviglia. Gonfiò il petto finché le squame scricchiolarono e tirò fuori la lingua in quella che considerava una dimostrazione intimidatoria. Non lo era. Era adorabile in un modo che faceva ridacchiare uomini adulti e borbottare alle donne: «Per tutti gli dèi, ne voglio dieci in cucina».
Ecco il punto sul Guardiano Succoso: non era esattamente uno sputafuoco. Ci aveva provato una volta, e il risultato era stato un rutto modesto che aveva caramellato mezza arancia e bruciacchiato le sue stesse sopracciglia. Da allora aveva abbracciato il vero talento, ciò che chiamava “combattimento a base di frutta”. Se minacciavi il frutteto, ti starnutiva polpa negli occhi con precisione da cecchino. Se osavi insultare gli ananas, ovviamente i suoi preferiti dato che li usava come troni improvvisati, agitava la lingua appiccicosa finché il disgusto non ti faceva andare via volontariamente. E se esageravi davvero, be’, diciamo che l’ultimo procione che lo aveva sottovalutato trovava ancora semi di mandarino in posti scomodi.
«Ehi, draghetto!» gridò un abitante da dietro un cesto di manghi. «Perché dovremmo lasciare che sia tu a sorvegliare la frutta? Non fai che sbavarci sopra!» Il Guardiano non batté ciglio. Inclinò la testa, socchiuse un occhio enorme e rispose con la spavalderia che soltanto una creatura alta meno di un piede può possedere: «Perché nessun altro sa proteggere la frutta con questo livello di stile». Si mise in posa, ali aperte e lingua fieramente penzolante, sbavando nettare sull’ananas sotto le zampe. Gli abitanti gemettero all’unisono. Lui lo prese per un applauso. Ovvio.
La verità era che quasi tutti lo tolleravano. A qualcuno piaceva persino. I bambini adoravano le sue buffonate, applaudendo ogni nuova “legge sacra della frutta”, come: Ogni acino d’uva va mangiato in numero pari, affinché gli dèi non abbiano l’indigestione, oppure Il pane alla banana è sacro e accumularlo è punibile con il solletico pubblico. Altri lo trovavano insopportabile e giuravano sottovoce che, se avessero sentito un altro proclama sulla “divina succosità dei meloni”, lo avrebbero messo vivo sottaceto e servito con le cipolle. Ma il draghetto, beatamente ignaro, si pavoneggiava come re del caos tropicale, cosa che, siamo sinceri, un po’ era.
Fu durante un annuncio mattutino particolarmente rumoroso che tutto cambiò. Il Guardiano era a metà discorso, qualcosa sull’imposizione di una tassa sulla frutta pagabile in frullati, quando il frutteto divenne stranamente silenzioso. Perfino le cicale smisero di frinire. Un’ombra enorme attraversò gli alberi, cancellando la luce calda del sole. I frutti stessi parvero rabbrividire e gli abitanti si immobilizzarono coi cesti in mano, guardando in alto. Il Guardiano, con la lingua che si agitava teatralmente, si bloccò. La corona d’ananas gli scivolò di lato come il cappello di un marinaio ubriaco.
«Oh, fantastico», borbottò, mentre il compiacimento si incrinava in vera irritazione. «Se è un’altra limaccia banana gigante che vuole mangiare i miei meloni, giuro che mi trasferisco nel deserto». Le ali tremarono nervose, gli artigli affondarono nel trono d’ananas. Gli abitanti sussultarono mentre l’ombra cresceva, più grande e scura, ricoprendo le angurie e inghiottendo i filari di agrumi. Arrivava qualcosa di enorme, che non si curava di leggi della frutta, tasse sui frullati o lingue appiccicose. Il Guardiano strinse l’unico occhio aperto, salutò l’ombra con un tremolio di lingua e sussurrò: «D’accordo… venite a farvi spremere».
L’ombra sul frutteto
L’ombra scivolò fra gli alberi come un frullato rovesciato, oscurando il succoso bagliore del mattino. Gli abitanti si dispersero, stringendosi al petto cesti di frutta come reliquie sacre. Quelli meno impegnati alzarono le spalle, lasciarono il raccolto e corsero: meglio perdere qualche limone che la testa. Soltanto una minuscola figura non si scompose: il Guardiano Succoso. Appollaiato sull’ananas, inclinò la testa enorme, socchiuse l’occhio da cartone animato e lasciò penzolare la lingua come un guerriero che agita una bandiera di battaglia molto rosa e molto viscida.
«D’accordo, guastafeste fuori misura», chiamò, con la vocina che arrivava più lontano del previsto, «chi osa invadere il mio frutteto? Dichiara le tue intenzioni! Se riguardano i meloni, voglio la mia fetta. Letteralmente. Quella centrale». Gli abitanti trattennero il fiato. Qualcuno borbottò che il draghetto avesse finalmente perso l’ultimo neurone che non aveva mai avuto. Ma poi la fonte dell’ombra si rivelò: un enorme dirigibile, scricchiolante come una balena di legno, in discesa fra corde e vele svolazzanti. Sullo scafo erano dipinti rozzi disegni di spade, uva e, per ragioni inspiegabili, una carota dall’aspetto allusivo. La bandiera recitava a grandi lettere: “L’Ordine dei Banditi della Frutta”.
«Oh, ma dai», gemette il Guardiano, passandosi gli artigli sul muso. «Banditi della frutta? Davvero? Questa è la mia vita? Volevo battaglie epiche con cavalieri e tesori, non… furto biologico su un’insalatiera volante». Il dirigibile attraccò goffamente al limitare del frutteto, schiacciando tre limoni e mezzo boschetto di papaye. Ne scese una ciurma sgangherata di banditi, tutti in armature rattoppate e bandane a tema fruttato. Uno aveva una banana dipinta sul petto, un altro semi di kiwi tatuati sulla fronte, e il presunto capo, alto, muscoloso e con una mascella capace di spaccare noci di cocco, avanzò con una mazza di legno racchiusa in una vera anguria. A quanto pare l’intimidazione aveva una data di scadenza.
«Sono il capitano Citrullus!» tuonò, flettendosi come a un provino per un poster molto sudato. «Siamo qui per reclamare questo frutteto in nome dei Banditi della Frutta! Consegnate il raccolto o affrontate le conseguenze!» Il Guardiano inclinò appena il trono d’ananas, agitò la lingua e borbottò abbastanza forte da farsi sentire: «Capitano Citrullus? Con quell’arma? Complimenti, amico, ti chiamerò Capitan Melone. Che minaccia. Mi sento così intimidito. Qualcuno chiami la polizia dell’insalata». Gli abitanti cercarono di non ridere. I banditi si incupirono. Il capitano avanzò pesantemente, puntando la mazza sul draghetto. «E tu chi sei, piccola lucertola? Una mascotte? Ti vestono e ti fanno sfilare come un animaletto?»
«Scusa tanto», sbottò il Guardiano, saltando dall’ananas per pavoneggiarsi sull’erba con la spavalderia esagerata di qualcuno sei volte più grande. «Non sono una mascotte. Non sono un animale domestico. Sono il Guardiano Succoso, nominato dagli dèi, assolutamente favoloso e disgustosamente potente! Protettore della frutta, sovrano della polpa e padrone della lingua più pericolosa da questa parte dei tropici!» Mosse teatralmente la lingua, schiaffeggiando un bandito sulla guancia con un umido slorp. L’uomo guaì e barcollò indietro, odorando vagamente di agrumi per il resto della vita. Gli abitanti scoppiarono a ridere. I banditi, però, non erano divertiti.
«Prendetelo!» ruggì Citrullus, caricando con la mazza-frutto alzata. I banditi lo seguirono, spade scintillanti, reti agitate e cesti pronti a raccogliere meloni. Le ali del Guardiano ronzavano nervose, ma lui non fuggì. No: sorrise. Un sorriso viziato e soddisfatto. Perché se c’era qualcosa che amava, era l’attenzione. Preferibilmente quella pericolosa e drammatica. «D’accordo, ragazzi e ragazze», disse fra sé, ruotando le spalle come un pugile prima del ring, «è ora di fare casino».
Il primo bandito si lanciò agitando una rete. Il Guardiano si abbassò, gli passò fra le gambe e fece schioccare la lingua come una frusta, prendendo un’arancia da un ramo vicino. Con un guizzo gliela scagliò in faccia. Splurt! Succo e polpa esplosero ovunque. L’uomo barcollò accecato, strillando: «Brucia! BRUCIA!» «È vitamina C, tesoro», gli gridò dietro il Guardiano, «la C sta per continua a piangere».
Un altro bandito calò una spada su di lui. La lama colpì il terreno, sprigionando scintille nell’erba. Il Guardiano saltò sul piatto della spada come su un’altalena, rimbalzò in alto e si buttò di pancia sull’elmo dell’aggressore. Aggrappato con gli artigli al suo viso e la lingua contro la visiera, sghignazzò: «Bacione a sorpresa, testa d’elmo!» Poi saltò via, lasciando il bandito stordito e vagamente profumato d’ananas.
Gli abitanti urlavano, esultavano e lanciavano a loro volta frutta contro gli invasori. Non capitava ogni giorno di vedere un minuscolo drago fare la guerra con i prodotti del frutteto, e non avrebbero sprecato l’occasione di tirare qualche pompelmo. Una vecchietta scagliò un mango tanto forte da far saltare un incisivo a un bandito. «Ci so ancora fare!» sghignazzò, battendo il cinque al Guardiano che sfrecciava.
Ma la situazione cominciò a cambiare. Citrullus avanzava nel caos, spazzando via frutta con la mazza come fosse aria. Marciò verso il Guardiano col viso rosso di rabbia. «Basta giochi, lucertola. La tua frutta è mia. Il frutteto è mio. E la tua lingua», puntò la mazza verso di lui, «sarà il mio trofeo». Il Guardiano si leccò lentamente un occhio, giusto per sottolineare il punto, e borbottò: «Amico, se vuoi questa lingua preparati alla battaglia più appiccicosa della tua vita».
Gli abitanti tacquero. Perfino la frutta sembrava trattenere il respiro. Il draghetto impertinente, grondante di polpa e insolenza, fronteggiava l’enorme capitano. Uno piccolo, l’altro gigantesco. Uno armato di lingua, l’altro di mazza-melone. E in quell’istante tutti seppero che sarebbe diventato molto, molto sporco.
Pulpocalypse Now
Il frutteto rimase immobile, ogni mango, lime e papaya tremante mentre i campioni si affrontavano. Da un lato Citrullus, un colosso di muscoli e ossessione per i meloni, che brandiva la mazza come fosse forgiata in pura intimidazione. Dall’altro il Guardiano: un draghetto tozzo e viziato, con ali troppo piccole per la dignità, corona d’ananas su un occhio e lingua grondante nettare come un rubinetto da riparare urgentemente. Gli abitanti formarono un ampio cerchio, a occhi spalancati, stringendo cesti come scudi improvvisati. Tutti sapevano che stava per accadere qualcosa di leggendario.
«Ultima possibilità, lucertola», ringhiò Citrullus, avanzando tanto pesantemente da scuotere il terreno e far cadere una pesca. «Consegnami il frutteto o ti riduco in polpa io». Il Guardiano inclinò la testa, lingua penzolante, e scoppiò nella risata più irritante mai sentita: uno sghignazzo acuto e nasale che fece fuggire perfino i pappagalli. «Oh, tesoro», ansimò fra le risate, «tu pensi di ridurre in polpa me? Caro, io sono la polpa. Sono il succo nelle tue vene. Sono la macchia appiccicosa sul piano della cucina che non riesci mai, mai a pulire».
Gli abitanti sussultarono. Un uomo lasciò cadere un intero cesto di fichi. Citrullus diventò viola di rabbia, in parte per la furia e in parte per l’imbarazzo di farsi zittire da ciò che era essenzialmente una lucertola in età da asilo. Con un ruggito calò la mazza in un arco devastante. Il Guardiano scattò di lato appena in tempo, e l’involucro d’anguria si schiantò a terra esplodendo in pezzi. Sotto, la mazza di legno restava ostinatamente intatta, ormai assai meno rinfrescante. Semi schizzarono ovunque, colpendo gli abitanti come schegge fruttate. Un contadino ne prese uno in una narice e starnutì per cinque minuti filati.
«Mancato!» lo provocò il Guardiano, allungando tanto la lingua da colpire Citrullus sulla tibia. «E puah, sai di melone troppo maturo. Schifo. Comprati una crema migliore».
Ciò che seguì si poteva descrivere soltanto come guerra fruttata sotto steroidi. Il Guardiano sfrecciava sul campo come un proiettile arancione appiccicoso, lanciando granate di agrumi, schiaffeggiando con la lingua e starnutendo polpa di mango negli occhi di chiunque si avvicinasse. I banditi si agitavano e scivolavano nelle interiora dei frutti, cadendo l’uno sull’altro come birilli coperti di gelatina di guava. Gli abitanti partecipavano con entusiasmo, trasformando in arma ogni cosa commestibile. Papaye volavano come palle di cannone. Lime come granate. Qualcuno scatenò perfino una raffica di acini con la fionda, meno efficace come arma che come merenda improvvisata per il Guardiano nel mezzo dello scontro.
«Per il frutteto!» tuonò un’anziana, brandendo due ananas come clave. Colpì un bandito tanto forte da fargli lasciare la spada, poi gli rubò la bandana e la indossò come fascia della vittoria. Gli abitanti esultarono, come se secoli di rabbia repressa legata alla frutta avessero finalmente trovato sfogo. Ma Citrullus non sarebbe stato sconfitto così facilmente. Caricò di nuovo, facendo roteare la mazza in larghi archi e travolgendo banane e paesani terrorizzati. «Sei soltanto uno spuntino, drago!» ruggì. «Quando avrò finito con te, metterò la tua lingua sottaceto e me la berrò col gin!»
Il Guardiano si bloccò per mezzo secondo. Poi il viso si contrasse in pura offesa capricciosa. «Come, scusa? Farai cosa? Oh, tesoro, NESSUNO mette sottaceto questa lingua. È un tesoro nazionale. Dovrebbe proteggerla l’UNESCO». Gonfiò il petto e aggiunse torvo: «E poi, gin? Davvero? Almeno usa rum. Che sei, un mostro?» Da lì lo scontro passò dall’assurdo al caos mitico. Il Guardiano si lanciò in aria, ali tozze che battevano furiosamente, e avvolse la lingua attorno alla mazza di Citrullus a metà colpo. L’appendice appiccicosa aderì come resina, strappandogli l’arma dalle mani. «Adesso è mia!» strillò, ruotando in aria con la mazza appesa alla lingua. «Guarda, mamma, faccio la giostra!»
Agitò goffamente la mazza, stendendo tre banditi e distruggendo per sbaglio un carretto di meloni. Gli abitanti ridevano a gran voce, scandendo «Juicy! Juicy! Juicy!» mentre il ridicolo protettore cavalcava il caos come un numero da luna park riuscito terribilmente bene. Citrullus gli si lanciò dietro a pugni stretti, ma il Guardiano non aveva finito. Lasciò cadere la mazza in un solco vuoto e inghiottì le ultime arance da un cesto spaccato. Quel trucco richiedeva frutta nella pancia e tutta la forza delle ali: avrebbe avuto un tentativo, poi un lunghissimo riposo. «Abitanti, dietro l’abbeveratoio! Emergenza frutta!» gridò. Quando l’ultimo contadino si mise al riparo, lui ruotò in aria e scatenò l’arma più segreta e temuta: il Ciclone degli Agrumi.
Cominciò con un tirare su col naso. Poi un colpo di tosse. Poi il draghetto starnutì con tanta violenza che dal muso eruppe un uragano di polpa, succo e scorze sminuzzate. Arance turbinavano come comete, lime roteavano come seghe circolari e uno spicchio di limone colpì un bandito tanto forte da fargli riconsiderare tutte le sue scelte di vita. Il frutteto divenne una tempesta di caos acido e appiccicoso. Gli abitanti si abbassarono, i banditi urlarono e perfino Citrullus vacillò sotto l’assalto di vitamina C pura. «Assaggia l’arcobaleno, polpettone al gusto d’insalata!» strillò il Guardiano nella tempesta, occhi folli e lingua svolazzante come una bandiera di guerra.
Quando il ciclone si placò, il frutteto sembrava un campo di battaglia dopo l’esplosione di un frullatore. Frutta schiacciata ovunque, succo in fiumi appiccicosi e abitanti coperti di polpa dalla testa ai piedi. I banditi gemevano a terra, senza armi e ancora più senza dignità. Citrullus barcollò grondando poltiglia di mango, con la mazza abbandonata accanto a un mucchio zuppo di scorze. Gli stivali scivolarono in direzioni opposte e lui atterrò sulla schiena con l’umida definitività di un dolce al cucchiaio caduto.
Il Guardiano tentò di avanzare impettito, ma le ali esauste pendevano come strofinacci bagnati e le zampe traballavano. Si accontentò di un barcollare determinato, trascinando la lingua nell’erba intrisa di succo. Saltò sul petto di Citrullus, gonfiò il proprio e tuonò: «Che ti serva da lezione, ragazzo melone! Nessuno se la prende col Guardiano Succoso. Né tu, né le limacce banana, nemmeno il bar dei frullati di quel ritiro yoga troppo costoso. Questo frutteto è sotto la MIA protezione. Il raccolto è ancora nostro, gli abitanti sono al sicuro e, soprattutto, la mia lingua non è sottaceto.»
Gli abitanti esplosero in acclamazioni, lanciando ananas in aria come fuochi d’artificio. I banditi, sconfitti e imbarazzati, tornarono di corsa al dirigibile, scivolando sulle scorze d’arancia e inciampando nei manghi. Citrullus, umiliato e appiccicoso, giurò vendetta ma era troppo occupato a togliersi semi di papaya dai capelli per sembrare convincente. In pochi minuti la nave decollò, oscillando come un pallone ubriaco e lasciando soltanto polpa, vergogna e un vago odore di melone troppo maturo. Il Guardiano si eresse sul trono d’ananas, succo sulle squame e lingua fieramente ondeggiante. «Un altro giorno, un altro frutto salvato», annunciò teatralmente. «Prego, contadini. Viva il succo!»
«Salvato?» disse la vecchietta, osservando il carretto scheggiato e i limoni abbattuti. La corona del Guardiano si afflosciò. Diversi cesti erano sopravvissuti dietro l’abbeveratoio e gran parte del frutteto era ancora in piedi, ma nessuno avrebbe cenato col suo discorso di vittoria. «Va bene», sospirò. «Domani proteggo gli alberelli nuovi. Oggi aiuto a raccogliere». Trascinò un cesto verso il mucchio recuperabile, fece tre passi eroici e si addormentò dentro. Entro sera gli abitanti avevano salvato la frutta non ammaccata; al mattino lui era accanto a loro, trasportando piantine e annunciando che il compost era sotto protezione reale. Gli lasciarono il titolo. Non gli lasciarono la tassa sui frullati.
Gli abitanti gemettero per la sua arroganza, ma applaudirono, risero e brindarono con noci di cocco fresche. Perché in fondo sapevano tutti che, per quanto viziato, buffo e insopportabile, quel draghetto li aveva difesi con gloria appiccicosa e ridicola. Non era soltanto il loro guardiano. Era la loro leggenda. E in lontananza i pappagalli ripetevano all’unisono: «Juicy! Juicy! Juicy!» facendolo echeggiare fra i tropici come il grido di guerra più sciocco del mondo.
Un po’ di guai tropicali per casa
Per me è quell’occhiolino a rendere speciale questo piccolo guardiano. Fra le corna dalla consistenza d’ananas, le ali arancioni e una lingua senza alcuna intenzione di comportarsi bene, trasforma una ciotola di frutta in un’intera personalità. Una stampa su tela di The Juicy Guardian porta quei colori agrumati e le squame ricche di dettagli in un angolo della cucina, uno studio o uno spazio da lettura. È un’opera allegra con cui convivere, soprattutto nelle mattine in cui la tua autorità arriva appena alla macchina del caffè.
Per un incontro più lento con il suo muso ridicolo, il puzzle permette di esplorare foglie, frutti e piccole squame dorate un pezzo alla volta. Oppure manda un biglietto d’auguri a qualcuno il cui umorismo ha anch’esso polpa extra. Questi articoli riproducono l’opera tropicale originale che ha ispirato il racconto. Esplora la scheda completa dell’opera per scoprire i formati e scegliere quanto carattere draconico possa sostenere comodamente il tuo spazio.


Sir Grumblethorn and the Mushroom That Disagreed
The Wink That Got Away With Everything
The Dewdrop He Swore He Could Handle