Il fiore che non sapeva mantenere un segreto
Nel rossore più profondo di Sugarwild Garden, dove i petali crescevano abbastanza larghi da fare da tetti e le gocce di rugiada si aggrappavano a tutto come pettegolezzi dotati di buon equilibrio, viveva un minuscolo acaro luminoso con un problema spettacolare.
Non riusciva ad abbassare la luce.
Non come si deve. Non educatamente. Neppure un pochino.
Si chiamava Razzlebit, anche se quasi tutti a Petal Row lo chiamavano semplicemente «Oh no, non lui»: scortese, esatto e tecnicamente più facile da gridare nelle emergenze. Era abbastanza piccolo da stare nella coppa di un tulipano, morbido come una caramella gommosa riscaldata, coperto di piccole macchioline ingioiellate turchesi, corallo, arancioni e rosa, e dotato di un naso color lampone tanto lucido da sembrare levigato da un comitato di formiche esageratamente zelanti.
I suoi occhi erano enormi. Non grandi. Non espressivi. Enormi. Due occhi lucidi, tremolanti, grandi come piatti da minestra, che riflettevano interi tramonti, api di passaggio e chiunque stesse decidendo se affidargli qualcosa di fragile, segreto o moralmente discutibile.
E poi c’era la pancia.
Tonda, luminosa, dorata e terribilmente teatrale, la luce della pancia di Razzlebit pulsava con ogni sentimento che gli entrava in corpo. Gioia? Luce. Paura? Luce. Fame? Luce. Sospetto? Luce. Lieve confusione? Luce. Qualcuno che usava un tono che non gli piaceva? Luce assolutamente catastrofica.
Gli altri acari luminosi riuscivano ad attenuarsi in morbidi bagliori di perla lunare già quando erano abbastanza grandi da masticare biscotti al polline senza supervisione. Imparavano le tecniche consuete: respirare lentamente, arricciare le antenne, contare all’indietro da sette, immaginare uno stagno tranquillo, fingere di non sentire gli adulti litigare dietro il capanno delle felci.
Razzlebit le aveva provate tutte.
Quando respirava lentamente, la pancia lampeggiava come l’insegna di una taverna all’ora dell’aperitivo.
Quando contava all’indietro da sette, si distraeva a quattro e illuminava l’interno del fiore tanto forte che tre falene volavano contro un petalo e davano la colpa alla religione.
Quando immaginava uno stagno tranquillo, immaginava subito qualcosa di sospetto sotto lo stagno, poi si chiedeva se avesse i denti, poi andava nel panico e diventava visibile da mezzo giardino di distanza.
«Sei un figlio della luce», gli diceva l’Anziana Glimma ogni sera durante le lezioni di attenuazione, con la propria pancia luminosa che brillava della calma disciplina burrosa di chi non esplodeva emotivamente dal terzo ciclo di rugiada primaverile.
«Sono un figlio dell’umiliazione pubblica», borbottava Razzlebit, coprendosi la bocca con le manine.
«Luce», ripeteva l’Anziana Glimma.
«Visibilità usata come arma.»
«Dono.»
«Maledizione con un naso carino.»
L’Anziana Glimma sospirò tanto profondamente che una spolverata di polline le scivolò dalle spalle. «Razzlebit, ogni acaro luminoso deve imparare a controllare la luce interiore.»
«Ci sto provando.»
«Stai brillando attraverso le mani.»
Razzlebit guardò in basso.
Infatti, luce dorata filtrava fra le dita intrecciate e si spargeva sul pavimento di petali come un’alba intenta a commettere un reato.
«Dannazione», sussurrò.
«Il linguaggio.»
«Accidenti.»
«Meglio.»
«Accidenti con danni emotivi.»
L’Anziana Glimma si pizzicò il ponte del naso. «Il progresso non è sempre aggraziato.»
Era il genere di cosa che gli adulti dicevano quando avevano esaurito i consigli utili e speravano in silenzio che la natura finisse il lavoro.
Razzlebit voleva abbassare la luce. Davvero. Voleva rannicchiarsi nelle pieghe vellutate del fiore rosa lampone ed essere misterioso. Voleva scivolare al chiaro di luna come gli acari luminosi più grandi, capaci di accendere e spegnere le pance in schemi segreti, mandare segnali nel giardino e svanire nell’ombra quando passavano coleotteri con problemi d’autorità.
Ma Razzlebit non svaniva.
Razzlebit annunciava.
Annunciava la sua presenza. I suoi sentimenti. Gli errori. Gli spuntini. La posizione esatta a nascondino. Le opinioni sul cardo bollito. Una volta, durante una commemorazione solenne per un lumacone molto anziano morto facendo ciò che amava, cioè bloccare il traffico, Razzlebit si era rattristato e aveva brillato tanto da far vedere a tutti che la scia decorativa di bava del defunto componeva qualcosa di maleducato sulla vedova.
Nessuno si era ripreso socialmente.
Così, quando i disadattati più grandi del giardino cominciarono a progettare la fuga notturna, Razzlebit non fu invitato.
Fu per questo che capì subito che stava succedendo qualcosa d’interessante.
I sospetti bisbigli delle creature più grandi
I guai cominciarono appena dopo il sorgere della luna, quando i petali si chiudevano a metà contro l’aria fresca e le gocce di rugiada si gonfiavano lungo i bordi, tremando come minuscoli testimoni di vetro.
Razzlebit avrebbe dovuto dormire nel cuore del fiore. Era rimboccato sotto una coperta tessuta di seta d’asclepiade, con le antenne penzolanti e la luce della pancia ridotta a quello che l’Anziana Glimma chiamava «bagliore da comodino accettabile» e tutti gli altri «ancora sufficiente per leggere».
Poi sentì bisbigliare.
E non bisbigli normali. Non quelli da «passami il nettare» o «hai sentito cosa ha detto la libellula sulla vedova del lumacone».
Erano bisbigli da cospirazione.
Il tipo di bisbigli che indossava un piccolo mantello e aveva spuntini nascosti nelle tasche.
Razzlebit aprì un occhio.
Oltre la parete di petalo ripiegato, tremolavano ombre. Zampe sottili. Ali. Antenne. Il profilo nervoso di qualcuno che cercava di sembrare innocente e falliva con tutto il corpo.
Si mise seduto.
La pancia si illuminò.
«No», sibilò a se stesso.
La pancia si attenuò leggermente, come offesa.
Razzlebit strisciò verso un varco fra due petali e sbirciò fuori.
Sotto, su un’ampia foglia scivolosa di rugiada lunare, stava la più sospetta compagnia di giovani creature mai radunata senza approvazione dei genitori.
C’era Sprig Tumblethorpe, una cavalletta dalle ginocchia spinose con una sciarpa di cui non aveva assolutamente bisogno e la sicurezza di chi non aveva mai affrontato conseguenze durature. C’era Lolly Peck, una coccinella con un’elitra scheggiata, tre bottoni di madreperla rubati cuciti sul gilet e un sorriso che faceva controllare gli oggetti di valore agli adulti responsabili. C’era Marnie Moth, dalle ali morbide, occhi d’argento e abbastanza teatrale da svenire splendidamente durante discussioni iniziate da lei.
E accanto a loro, intento a lucidare i minuscoli occhiali con una foglia, c’era Nib Coddle, un coleottero con la faccina quadrata di chi sapeva costruire un ponte, scassinare una serratura e lamentarsi della fattura di entrambi.
Il cuore di Razzlebit batté forte.
Una riunione. Una riunione segreta. Di notte.
Si premette più vicino al varco dei petali, appannandolo con il naso.
«Passiamo sotto il recinto di calendule», sussurrò Sprig. «Oltre le guardie bombi addormentate. Attraverso i cappelli dei funghi. Dentro la cantina del polline dell’Ape Regina.»
La pancia di Razzlebit lampeggiò.
La cantina del polline dell’Ape Regina.
Tutti la conoscevano. Tutti mentivano dicendo che non interessava. Interessava a tutti.
Si trovava sotto Honeythorn Court, sigillata da porte di cera e sorvegliata da bombi grandi come noci, con cosce da scaricatori di porto. Dentro c’erano barili di polline reale, perle di nettare candite, linfa di miele fermentata e, se le voci erano vere, i proibiti Bignè di Polline Croccaluna, che si diceva facessero scintillare la lingua e capire brevemente il jazz alle ginocchia.
Nessuno con meno di tre stagioni di muta poteva avvicinarsi.
Naturalmente ogni giovane creatura di Sugarwild Garden voleva entrarci di nascosto.
«Non è un furto», disse Marnie Moth, alzando il mento.
«È assolutamente un furto», rispose Nib.
«È una riappropriazione della gioia da una monarchia oppressiva basata sugli spuntini.»
«Sempre furto.»
«Va bene. Allora è furto con un vocabolario migliore.»
Lolly Peck schioccò le mandibole. «Possiamo smetterla di dare un nome al reato e cominciare a commetterlo?»
Razzlebit sussultò.
Tutte e quattro le teste scattarono verso l’alto.
Lui si schiaffò entrambe le mani sulla bocca.
La pancia esplose come una lanterna caduta in un barile di fuochi d’artificio.
Luce dorata irrompeva dal varco dei petali, attraversava la foglia, la sciarpa di Sprig, le ali di Marnie e finiva dritta negli occhiali di Nib.
«Le mie retine!» abbaiò Nib, inciampando all’indietro.
«Razzlebit?» gemette Sprig.
Razzlebit si bloccò.
Esistono molte strategie quando ti scoprono a spiare una cospirazione criminale di spuntini. Puoi negare. Fuggire. Fingere di essere sonnambulo. Simulare un malore improvviso.
Razzlebit scelse di richiudere lentamente il petalo davanti al viso, come se l’intero giardino potesse dimenticarsi l’aspetto di un bambino luminoso.
«Ti vediamo ancora», disse Lolly.
Il petalo brillava da dietro.
«No, non mi vedete», sussurrò Razzlebit.
«Sembri un’alba colpevole.»
Razzlebit riaprì il petalo. «Non stavo spiando.»
«Sbirciavi attraverso una parete di fiore con tutti e due gli occhi e tutta la tua dannata pancia», disse Nib.
«Stavo osservando.»
«È spiare con le buone maniere scolastiche.»
Sprig saltò sul fiore e atterrò accanto a lui. «Che cosa hai sentito?»
«Niente.»
«Razzle.»
«Forse qualche parola.»
«Quali parole?»
«Ape Regina. Cantina del polline. Furto con vocabolario.»
Marnie si premette un’ala delicata sulla fronte. «Siamo rovinati.»
«Non lo dirò», disse subito Razzlebit.
La pancia pulsò più forte.
Lolly socchiuse gli occhi. «Perché brilli così?»
«Perché sono affidabile.»
«Non è una quantità di luce affidabile.»
«Il mio corpo è entusiasta dell’onestà.»
Nib si chinò verso Sprig. «Dobbiamo annullare.»
«No», disse Sprig.
«Dobbiamo annullare o ucciderlo.»
Razzlebit squittì.
Nib alzò gli occhi al cielo. «Non ucciderlo davvero. Sono irritato, non un mostro. Potremmo legarlo a un fungo.»
«Sempre maleducato», disse Razzlebit.
Sprig lo studiò, picchiettando un piede spinoso sul petalo. «Forse lo portiamo con noi.»
Tutti fissarono.
Perfino Razzlebit, che teneva molto a non essere assassinato dalla logistica dei coleotteri, smise di brillare per mezzo secondo per il puro stupore.
Poi la pancia tornò a esplodere di luce.
«Portarlo?» disse Lolly. «Sprig, tutta la sua personalità è un faro in preda a un attacco di panico.»
«Esatto», disse Sprig. «Sostegno morale.»
Nib gli rivolse lo sguardo vuoto riservato alle idee molto stupide con cappelli costosi. «Il sostegno morale di solito non è visibile dallo spazio.»
«Sa già tutto. Se lo lasciamo qui, va nel panico. Se va nel panico, brilla. Se brilla, l’Anziana Glimma si sveglia. Se l’Anziana Glimma si sveglia, si sveglia mia madre. Se mia madre si sveglia, mi becco di nuovo il sermone sugli antenati delusi, e francamente ne ho sentite abbastanza di cavallette morte con un portamento migliore.»
Razzlebit alzò una manina. «Vorrei dire che so assolutamente mantenere un segreto.»
La pancia lampeggiò tanto forte che un afide addormentato rotolò giù da uno stelo vicino.
«Le prove suggeriscono il contrario», disse Nib.
Sprig indicò Razzlebit. «Vieni con noi. Stai zitto. Stai dietro di me. Non brillare.»
«Ci proverò.»
«No. Non provare. Fallo.»
Razzlebit deglutì. «Che succede se brillo per sbaglio?»
Lolly sorrise. «Ti buttiamo in una felce e scappiamo.»
«Mi sembra poco solidale.»
«Benvenuto nel crimine.»
Regole di mezzanotte per piccoli idioti
Si radunarono sotto il fiore chiuso, dove lo stelo curvava come una torre verde e le gocce di rugiada pendevano sopra di loro, gonfie e vigili.
Sprig tracciò il piano su un petalo piatto con un pezzetto di carbone rubato al vecchio santuario delle lucciole.
«Attraversiamo Petal Row qui», disse disegnando una linea storta. «Evitiamo le lumache addormentate qui. Passiamo sotto il recinto di calendule qui. Poi seguiamo i tunnel delle radici fino alla grata della cantina.»
«La grata è sigillata con la cera», disse Nib rimettendosi a posto gli occhiali.
Sprig lo indicò. «È il tuo compito.»
«Ovviamente. Volevo soltanto che tutti apprezzassero la difficoltà prima che io riuscissi.»
«Debitamente ammirata.»
«Non abbastanza.»
«Nib.»
«Va bene.»
Marnie agitò le ali ansiosa. «E le guardie bombi?»
Lolly estrasse una minuscola sacca da sotto il gilet e ne sciolse il cordoncino con un sorriso malizioso. «Polvere di semi soporiferi.»
Gli occhi di Razzlebit si allargarono. «È legale?»
Tutti lo guardarono.
«Giusto», disse. «Crimine. Scusate. Sto ancora imparando la cultura.»
Sprig si accucciò davanti a lui. «Ora ascolta bene. Niente luce. Niente sussulti. Niente domande sulla legalità. Niente indicare cartelli con scritto NON ENTRARE. Niente leggere avvertimenti ad alta voce.»
«E se l’avvertimento è importante?»
«Soprattutto allora.»
Nib aggiunse: «Non toccare oggetti misteriosi.»
«E se sono luccicanti?»
«È per questo che l’ho detto.»
Lolly si chinò vicino. «E se ci beccano, non dici niente.»
Razzlebit annuì solennemente. «Niente.»
«Non confessi.»
«Niente confessioni.»
«Non ti scusi con le guardie.»
«Sembra maleducato, ma va bene.»
«Non avvii una discussione morale.»
«E se ne sento formare una?»
«Ingoiala.»
Razzlebit annuì di nuovo, anche se ingoiare una discussione morale sembrava scomodo e forse fibroso.
Marnie gli rivolse uno sguardo dolce e preoccupato. «Riesci davvero a tenere bassa la luce così a lungo?»
Razzlebit guardò la pancia. Brillava debolmente, calda e dorata sotto le macchioline scintillanti della pelle.
Pensò alle lezioni dell’Anziana Glimma. Respiro lento. Antenne arricciate. Stagno tranquillo. Non lo stagno sospetto coi denti. Uno stagno normale. Senza crimine e senza denti.
Inspirò.
La pancia si attenuò.
Appena un po’.
Tutti rimasero immobili.
Espirò.
Il bagliore si ridusse a una morbida brace.
Le sopracciglia di Sprig si sollevarono. «Be’, dannazione.»
«Il linguaggio», sussurrò automaticamente Razzlebit.
Sprig sorrise. «È pronto.»
Razzlebit sentì l’orgoglio gonfiargli il petto.
La pancia divampò.
«No», sibilarono tutti.
«Scusate!»
«Abbassa quella lanterna da sostegno emotivo!» sbottò Nib.
Razzlebit si strinse la pancia e respirò di nuovo. La luce calò, ma non prima di aver illuminato una coppia di falene accoccolate sotto una foglia, profondamente irritate per essere state trascinate nella stupidità della serata.
Sprig fece cenno a tutti di avanzare. «Muovetevi.»
E così Razzlebit si unì alla sua prima spedizione criminale.
Si era aspettato che fosse elettrizzante.
Era soprattutto umida.
Il mondo oltre il fiore era enorme di notte. I petali incombevano come pareti di cattedrale. I fili d’erba si levavano come coltelli verdi. Le gocce di rugiada rendevano scivolosa ogni superficie e il chiaro di luna vi scorreva in strisce d’argento. Il giardino profumava di linfa zuccherina, foglie bagnate, spezie di polline e del lieve sentore fungino delle cose che prendevano decisioni discutibili dopo il tramonto.
Razzlebit seguiva da vicino Sprig, appoggiando ogni piedino con cautela e premendosi le mani sulla pancia luminosa come se potesse intimidirla fisicamente fino a farla comportare bene.
«Respiri troppo forte», sussurrò Nib dietro di lui.
«È il suono della sopravvivenza.»
«Sopravvivi più piano.»
Attraversarono un ponte fatto di uno stelo di giglio caduto. Sotto, una pozzanghera rifletteva la luna e vari petali galleggianti simili a barche assonnate. Una rana toro gracidò in lontananza, bassa e giudicante.
Razzlebit trasalì.
La pancia tremolò.
Lolly ci schiaffò sopra una mano.
«Ahi», sussurrò lui.
«Smettila di reagire agli anfibi.»
«Sembrava enorme.»
«È enorme. Per questo non ci pubblicizziamo.»
«Non mi sono pubblicizzato. Mi sono promosso leggermente.»
«Razzlebit.»
«Va bene.»
Al margine di Petal Row si fermarono dietro una foglia arricciata e aspettarono.
Una fila di lumache dormiva attraverso il sentiero, coi gusci dipinti di vecchi simboli di polline dell’ultima Parata del Raccolto. Russavano in lenti fischi umidi. Una aveva una minuscola cuffia da notte. Una si era addormentata a metà di una foglia e ne aveva ancora un angolo in bocca. Una borbottò: «Non di nuovo il cucchiaio», sollevando domande che nessuno aveva tempo di esplorare.
Sprig fece cenno di tacere.
Passarono in punta di piedi fra le lumache.
Razzlebit aggirò il primo guscio.
Poi il secondo.
Poi il piede affondò in una striscia fredda di bava.
Tutto il corpo s’irrigidì.
Non urlò.
Non sussultò.
Non disse niente d’inutile come: «Sembra che io sia in piedi in un residuo di lumaca.»
Si limitò a brillare.
All’istante.
Violentemente.
Come un lampadario colpevole.
Gli occhi del lumacone più vicino si spalancarono.
Sprig si lanciò all’indietro e si buttò sulla pancia di Razzlebit.
Lolly spinse una foglia sopra entrambi.
Marnie si immobilizzò in una posa elegante che poteva essere paura o semplicemente il suo marchio.
Il lumacone batté lentamente gli occhi, girando i tentacoli oculari verso il mucchio di foglie sospettosamente luminoso accanto a lui.
«Chi c’è?» borbottò.
Nib, pensando in fretta, si buttò a terra ed emise un lieve frinire.
Il lumacone fissò.
Nib frinì di nuovo.
Il lumacone aggrottò la fronte. «Sei un grillo?»
Nib frinì con profondo risentimento personale.
«Sembri divorziato», borbottò il lumacone, poi richiuse gli occhi.
Nessuno si mosse per dieci secondi interi.
Poi Sprig sollevò la foglia.
Razzlebit sussurrò: «Mi dispiace.»
Lolly gli puntò contro un dito rosso e nero. «Niente luce per la bava.»
«Non sapevo che il mio piede potesse sentirsi tradito.»
«Il tuo piede deve irrobustirsi.»
Nib si tolse la terra dal viso. «Non frinirò mai più.»
«Eri convincente», disse Marnie.
«Ero umiliato.»
Proseguirono.
Il recinto di calendule e altre cattive decisioni
Il recinto di calendule segnava il confine ufficiale dell’Obbedienza Giovanile, come gli adulti chiamavano l’area che i bambini non dovevano oltrepassare dopo il sorgere della luna. Oltre c’erano i sentieri delle radici, le grondaie dei funghi, i mercati del sottobosco, le taverne dei coleotteri, il vecchio cumulo di compost che odorava di rimpianto con un cappotto umido e Honeythorn Court, dove l’Ape Regina teneva la cantina del polline.
Il recinto era fatto di grossi steli di calendula legati con seta di ragno. Cartelli d’avvertimento vistosi pendevano ogni pochi centimetri.
NON OLTREPASSARE.
SOLO ALI AUTORIZZATE.
LE API NON NEGOZIERANNO.
Razzlebit aprì la bocca.
Lolly gliela richiuse con una mano senza guardare.
«Ma il cartello…» borbottò attraverso la mano.
«Lo vediamo.»
«Dice che le api non negozieranno.»
«Nemmeno io», disse lei.
Nib strisciò sotto lo stelo più basso e ispezionò il nodo di seta. «Intreccio vecchio. Tensione pigra. Chi l’ha legato dovrebbe vergognarsi, ma probabilmente lavora nella dirigenza, quindi non lo farà.»
Estrasse dalla cintura un piccolo attrezzo di spina e cominciò a segare con cura la seta.
Sprig faceva la guardia.
Marnie svolazzava accanto a lui, bisbigliando gli scenari peggiori.
«Potrebbero prenderci. Pungerci. Imprigionarci nella cera. Costringerci a chiedere scusa in pubblico. Potremmo diventare un esempio.»
«Marnie», disse Sprig. «Respira.»
«Sto respirando. Teatralmente, ma respiro.»
Razzlebit rimase immobile. L’aria notturna gli solleticava le antenne. Da qualche parte oltre il recinto arrivava una musica lontana dalle taverne dei coleotteri, una melodia rumorosa su tamburi di baccello e un violino di grillo mal accordato. Sembrava eccitante. Pericolosa. Adulta.
Sembrava tutto ciò a cui lui era sempre troppo luminoso per avvicinarsi.
Desiderava tanto appartenere al gruppo che la pancia gli si scaldò.
Ci premette le mani sopra.
Non adesso.
Non adesso.
Nib recise l’ultimo filo. La seta si allentò e Sprig sollevò lo stelo di calendula quanto bastava per far passare tutti sotto.
Lolly passò per prima.
Poi Marnie.
Nib strisciò attraverso all’indietro, ancora borbottando sugli standard dei nodi.
Sprig annuì a Razzlebit. «Tocca a te.»
Razzlebit si accucciò.
Il varco sotto il recinto sembrava molto più piccolo da terra. Il suolo odorava di bagnato e pungente. Lo stelo di calendula incombeva a pochi centimetri dalla sua schiena.
Si dimenò in avanti.
A metà strada, la pancia sfiorò un filo pendente di seta di ragno.
Si appiccicò.
Razzlebit si bloccò.
La seta si tese.
La pancia gli formicolò.
La luce cominciò a crescere.
«No», sussurrò.
«Continua a muoverti», sibilò Sprig.
«Sono incastrato.»
«Disincastrati.»
«Strategia brillante. Hai mai pensato alla politica?»
La seta lo solleticò ancora.
Razzlebit ridacchiò.
Fu un guaio.
La risatina rese la luce più forte.
La luce fece scintillare la seta.
Lo scintillio rivelò che Razzlebit non aveva agganciato soltanto un filo. Si era trascinato sulla pancia scintillante un’intera tenda di seta di ragno e ora sembrava una lanterna da festa avvolta in biancheria intima scandalosa.
Lolly fissò. «Come diavolo hai fatto?»
«Non lo so. Il mio corpo trova opportunità.»
Nib afferrò la seta e tirò. «Stai fermo.»
«Sono fermo.»
«Stai fermo con meno panico.»
«Non ho quell’impostazione.»
Poi arrivò il suono.
Un ronzio basso.
Pesante. Assonnato. Vicino.
Tutti si voltarono.
Dall’altro lato del recinto, appollaiata su un cappello di fungo, una guardia bombo si mosse.
Era enorme, pelosa, nera e dorata, con una lancia di spina di rosa e un elmo scivolato su un occhio. Annusò l’aria.
La pancia di Razzlebit si illuminò di un altro livello.
«Abbassa», sussurrò Sprig.
«Sto tentando di abbassare mentre indosso pantaloni di ragno a sorpresa.»
Nib tagliò più in fretta.
La guardia bombo ronzò di nuovo e alzò la testa.
«Chi va là?» rimbombò.
Tutti si bloccarono.
La guardia scrutò il buio a occhi stretti.
Razzlebit serrò gli occhi. Stagno tranquillo. Stagno tranquillo. Stagno tranquillo. Niente denti. Niente api. Niente crimini. Niente pantaloni di ragno.
Per un secondo miracoloso, la luce si attenuò.
La guardia aggrottò la fronte, incerta.
Poi l’ultimo filo di seta si spezzò libero e scattò dritto nel naso di Razzlebit.
Lui starnutì.
Lo starnuto di un acaro luminoso non è uno starnuto normale. Uno starnuto normale dice: «Ho incontrato del polline.» Quello di un acaro luminoso dice: «Ecco un’esplosione di luce e umidità dal centro della mia anima, godetevi la causa legale.»
Lo starnuto di Razzlebit esplose in uno sbuffo dorato tanto brillante da illuminare il recinto di calendule, il cappello del fungo, la guardia bombo, tre moscerini addormentati e un cartello vicino che diceva ASSOLUTAMENTE VIETATO AI BAMBINI OLTRE QUESTO PUNTO, PICCOLI IDIOTI.
La guardia bombo batté gli occhi.
Sprig sussurrò: «Correte.»
La guardia inspirò.
«CORRETE.»
Scattarono via.
Razzlebit sgusciò sotto il recinto proprio mentre il grido della guardia tuonava alle loro spalle.
«INTRUSI!»
La parola rotolò nella notte come un tamburo caduto.
Luci tremolarono nei fiori lontani.
Qualcosa abbaiò dal cumulo di compost.
Marnie strillò splendidamente.
Lolly afferrò Razzlebit per il polso e lo trascinò lungo il sentiero delle radici. «Congratulazioni!» sbottò. «Siamo criminali da meno di cinque minuti e ci hai già promossi a fuggitivi.»
«Ho starnutito!»
«Hai starnutito come un faro pugnalato!»
Sprig saltò una radice. «Continuate!»
Nib scivolò accanto a loro, con gli occhiali storti. «Ecco perché avevo detto di legarlo a un fungo.»
«Ho sentito», ansimò Razzlebit.
«Bene. Brillaci sopra.»
La pancia di Razzlebit ci brillò davvero sopra, perché a quanto pare il suo corpo rispettava il sarcasmo più degli ordini.
Dietro di loro, le ali della guardia bombo si accesero con un ruggito.
L’inseguimento era cominciato.
Il primo terribile miracolo
Si tuffarono nei tunnel delle radici sotto il giardino, dove steli contorti e radici esposte formavano stretti passaggi nella terra umida. Larve luminose si aggrappavano al soffitto in grappoli assonnati. I funghi si chinavano sul sentiero come vecchi vicini impiccioni. L’aria odorava di muschio, acqua minerale e cattive idee che invecchiavano al buio.
Razzlebit non era mai stato così lontano dal suo fiore.
Non aveva mai corso tanto.
Non era mai stato così sicuro che stessero per mangiarlo, arrestarlo, metterlo in punizione o fare tutte e tre le cose nell’ordine deciso dall’adulto che fosse arrivato per primo.
La luce della pancia rimbalzava furiosa a ogni passo, mandando lampi dorati sulle pareti del tunnel.
«Abbassa!» abbaiò Sprig da davanti.
«Mi insegue un’ape militare!»
«È proprio allora che serve abbassare!»
«Il mio sistema nervoso non è d’accordo!»
Il ronzio della guardia bombo riempiva il tunnel dietro di loro: troppo grossa per entrare, ma abbastanza arrabbiata da provarci. Terra si sbriciolava dal soffitto mentre urtava l’apertura fra le radici.
Lolly deviò a sinistra. «Di qua!»
La seguirono in un passaggio laterale foderato di muschio azzurro. Razzlebit scivolò, slittò, rimbalzò contro Nib e quasi cadde a faccia in giù in una pozzanghera debolmente luminosa di funghi.
Nib lo afferrò per un’antenna.
«Ahi!»
«Prego.»
Si infilarono sotto un arco di radici e rotolarono in una cavità sotto un gruppo di funghi. Per un momento, il ronzio si attenuò.
Tutti crollarono dietro una pietra.
Razzlebit si piegò ansimando. La pancia lampeggiava come un allarme.
Sprig si accucciò accanto a lui, col fiato corto. «Stiamo bene. Stiamo bene.»
«Non stiamo bene», disse Marnie facendosi vento. «Bene è una bugia inventata dagli adulti per impedire ai bambini di accorgersi che la stanza va a fuoco.»
Lolly sbirciò oltre la pietra. «La guardia non passa nel tunnel.»
Nib si pulì il fango dagli occhiali. «Può denunciarci.»
«A chi?» chiese Sprig.
Un corno suonò in lontananza.
Tutti lo fissarono.
Sprig fece una smorfia. «Giusto. A loro.»
Razzlebit deglutì. «Dovremmo tornare indietro.»
Quattro teste si voltarono verso di lui.
«Dovremmo», insistette. «Va già male. Ho rovinato tutto. Mi dispiace. Possiamo tornare, spiegare che c’è stata confusione, magari dire che eravamo sonnambuli in gruppo per via dei funghi…»
«No», disse Sprig.
«Sprig.»
«No. Adesso siamo più vicini di quanto siamo mai stati.»
Il sorriso di Lolly tornò, affilato ed eccitato. «Ha ragione. Il corno significa che le guardie controllano il recinto e i sentieri superiori. Non si aspettano di trovarci più in profondità.»
Nib esitò. «È purtroppo logico.»
Marnie sussurrò: «Odio quando il crimine premia la creatività.»
Sprig guardò Razzlebit. «Non hai rovinato tutto.»
Razzlebit fissò la pancia luminosa.
«Ho rovinato tutto in modo molto visibile.»
«Hai reso tutto più difficile», disse Sprig. «È diverso.»
«Sembra qualcosa che si dice appena prima di morire in un tunnel.»
«Non moriremo.»
Suonò un altro corno. Stavolta più vicino.
Sprig si alzò. «Continuiamo.»
Razzlebit voleva protestare. Voleva rannicchiarsi in una tasca di muschio e aspettare che l’Anziana Glimma lo trovasse, lo sgridasse e lo riportasse a casa sotto una coperta di delusione. Voleva tornare nel fiore, dove la cosa peggiore che poteva fare era rendere troppo luminosa l’ora di dormire.
Ma poi guardò gli altri.
Sprig, che fingeva di non avere paura perché guidare a quanto pare richiedeva mentire con le spalle.
Lolly, che sorrideva come se il pericolo l’avesse invitata personalmente a ballare.
Nib, irritato ma saldo, già intento a calcolare il percorso successivo.
Marnie, terrorizzata e ancora in qualche modo tanto aggraziata da sembrare dipinta.
L’avevano portato perché non si fidavano a lasciarlo solo. Perché era un rischio. Perché la sua luce era un problema.
E forse avevano ragione.
Ma ormai era lì.
Brillava, tremava, era appiccicoso e aveva ancora qualche filo di seta di ragno in posti che preferiva non nominare.
Ma era lì.
Razzlebit prese fiato.
La pancia passò da lampeggio frenetico a lanterna calda.
Sprig lo notò e gli fece un piccolo cenno.
Non era esattamente un elogio.
Era meglio.
Era inclusione.
Si inoltrarono nei tunnel delle radici.
Il passaggio si strinse, poi scese. La terra si fece più fresca. I suoni del giardino sopra di loro svanirono in colpi ovattati e ronzii lontani. Davanti, il tunnel si aprì in una vasta camera sotterranea dove radici pendevano dal soffitto e gocce di nettare filtravano dalle crepe del terreno, cadendo in piccole pozze dorate.
In fondo c’era una porta rotonda di cera incassata nella parete di radici.
Nib si fermò tanto in fretta che Razzlebit gli urtò contro.
Sprig sorrise.
Lolly sussurrò: «Ma guarda.»
Marnie si strinse il petto. «Oh no. È vera.»
La pancia di Razzlebit si scaldò suo malgrado.
La cantina del polline dell’Ape Regina.
La porta proibita scintillava di strati di cera sigillata, marchiata con lo stemma reale del favo. Minuscoli amuleti d’avvertimento brillavano d’azzurro lungo i bordi. Accanto, due guardie bombi dormivano accasciate su sedie di corteccia arricciata, con lance di spina sulle ginocchia pelose.
I disadattati si accucciarono dietro una radice.
Lolly estrasse la polvere di semi soporiferi.
Nib ispezionò la serratura da lontano e sussurrò varie parole che Razzlebit era piuttosto certo l’Anziana Glimma non avrebbe approvato.
Sprig si voltò verso il gruppo, con gli occhi luminosi.
«Ci siamo», disse. «Silenziosi. Attenti. Niente errori.»
Tutti guardarono Razzlebit.
«Perché guardiamo tutti me?» sussurrò.
«Nessun motivo», disse Lolly.
«Profondamente doloroso.»
Razzlebit si premette entrambe le mani sulla pancia luminosa e si costrinse a respirare.
Stagno tranquillo.
Niente denti.
Niente api.
Niente pantaloni di ragno.
Niente errori.
Per una volta la luce obbedì.
Si addolcì finché lui divenne poco più di una pulsazione dorata nel buio.
Sprig annuì.
Lolly avanzò furtiva con la polvere di semi soporiferi.
Nib la seguì, attrezzi pronti.
Marnie fluttuava dietro, tremando in un modo che più tardi avrebbe definito atmosferico.
Razzlebit restò vicino alla radice, cercando di non muoversi, non brillare, non pensare a quanto fossero vicini agli spuntini più proibiti di tutta Sugarwild Garden.
Poi una guardia bombo addormentata sbuffò.
La zampa pelosa ebbe uno scatto.
La lancia si mosse.
Lolly si bloccò a pochi centimetri.
La lancia rotolò giù dalle ginocchia della guardia.
Cadde tintinnando verso il pavimento.
Senza pensare, Razzlebit si lanciò.
Afferrò la lancia prima che colpisse terra.
La camera tacque.
Lolly lo fissò.
Nib lo fissò.
Sprig lo fissò.
Perfino Marnie smise di tremare abbastanza a lungo da sembrare impressionata.
Razzlebit teneva la lancia di spina con entrambe le mani, occhi spalancati, pancia attenuata, corpo perfettamente immobile.
Per un respiro splendente non aveva rovinato niente.
Aveva aiutato.
Poi una goccia di nettare cadde dal soffitto e gli atterrò dritta sul naso color lampone.
Solleticava.
Gli occhi s’incrociarono.
La bocca si aprì.
Tutti scossero la testa in silenzio.
Razzlebit lottò.
Lottò con tutta la dignità che una minuscola creatura luminosa poteva raccogliere tenendo attrezzatura rubata a una guardia in una cantina sotto una monarchia.
Ma lo starnuto salì comunque.
La pancia divampò.
L’occhio della guardia bombo addormentata si aprì.
Razzlebit sussurrò, pianissimo: «Oh, cavolo.»
E poi l’intera camera si riempì di luce.
La fuga notturna stava ufficialmente andando dritta all’inferno.
Che, purtroppo, era esattamente il posto in cui tenevano gli spuntini buoni.
Lo starnuto che rese evidente il tradimento
Lo starnuto di Razzlebit detonò nella camera sotterranea in un’esplosione di luce dorata tanto forte da non limitarsi a svegliare le due guardie bombi.
Le interrogò.
Gli elmi lampeggiarono. Le lance brillarono. I volti pelosi s’illuminarono in ogni dettaglio, compresi la confusione assonnata, l’irritazione professionale e la nascente consapevolezza che vari bambini non autorizzati stavano a un metro dalla cantina reale del polline col linguaggio corporeo di criminali che non avevano provato abbastanza.
La guardia a sinistra, un grosso bombo con un’antenna piegata e gli occhi esausti di chi si era visto assegnare il turno notturno da un superiore meschino, sbatté gli occhi verso Razzlebit.
Razzlebit ricambiò, ancora con la lancia di spina rubata in mano.
La guardia guardò la lancia.
Razzlebit guardò la lancia.
Tutti guardarono la lancia.
«L’ho trovata», sussurrò Razzlebit.
La guardia socchiuse gli occhi. «Sulle mie ginocchia?»
«Lì vicino.»
«Era sulle mie ginocchia.»
«Vicino alle tue ginocchia.»
Lolly si schiaffò una mano sul viso. «Moriremo tutti perché ha scelto la voce da servizio clienti.»
La seconda guardia, più tonda e pelosa, si raddrizzò tanto in fretta che l’elmo le girò al contrario. «Intrusi!»
«Quella parte l’abbiamo già fatta», borbottò Sprig.
«Ladri!» abbaiò la prima guardia.
Marnie Moth si librò verso l’alto, stringendosi il petto con squisita disperazione. «Ladri? Signore, sono ferita. Al massimo sono incompresa sul piano estetico.»
«Vi siete introdotti in un deposito reale ad accesso riservato.»
«Mi sembra un modo molto severo di descrivere la curiosità giovanile.»
«Con dei grimaldelli», disse la guardia, indicando Nib.
Nib nascose gli attrezzi dietro la schiena. «Sono didattici.»
«E polvere di semi soporiferi», aggiunse la guardia, indicando Lolly.
Lolly abbassò lo sguardo sul sacchetto aperto che teneva in mano. «Medicinale.»
«E una lancia rubata», concluse, fissando Razzlebit.
Razzlebit gliela porse lentamente. «La rivorrebbe indietro?»
La guardia si raddrizzò in tutta la sua altezza.
Tecnicamente non era enorme rispetto al mondo di sopra, ma nella camera fra le radici sembrava una nuvola temporalesca pelosa, provvista di zampe e di una vertenza sindacale. Fece vibrare le ali una volta, staccando dal soffitto granelli di terra.
«Nessuno si muova.»
Si mossero tutti.
Si mossero magnificamente, disastrosamente e tutti insieme.
Lolly lanciò la polvere di semi soporiferi.
Nib si tuffò verso la serratura di cera.
Sprig balzò verso la radice più vicina.
Marnie strillò con un tono di solito riservato agli specchi infestati e alla cattiva poesia.
Razzlebit cercò di fare un passo indietro, inciampò nella lancia che stava cortesemente restituendo e rotolò sotto una mensola di fungo, brillando come una moneta caduta nella zuppa.
La polvere di semi soporiferi esplose in una scintillante nuvola verde.
Purtroppo Lolly aveva mirato alle guardie e colpito Sprig.
Sprig starnutì una volta, sbatté le palpebre due volte e cadde a faccia in giù nella terra.
«Maledizione», sbottò Lolly.
«Il linguaggio», richiamò Razzlebit da sotto il fungo.
«Guarda la situazione, lumino.»
La prima guardia bombo caricò. Nib si affannò sulla serratura, infilando due strumenti di spina nel sigillo di cera e ruotandoli con frenetica precisione.
«Apriti, tomba di merendine iperprotetta», sibilò.
La serratura di cera scattò.
Poi scattò di nuovo.
Poi emise un ronzio profondo e compiaciuto.
«Questo non va bene», disse Nib.
Intorno alla porta si accese un anello di incantesimi d’allarme blu.
Lo stemma reale a nido d’ape pulsò.
Nella cera apparvero parole, luminose e nitide:
Rilevato accesso non autorizzato. Si prega di rimanere immobili mentre vengono predisposte le conseguenze.
Marnie si fermò a metà del panico. «Vengono predisposte le conseguenze?»
Nib strizzò gli occhi. «È inutilmente teatrale, per una serratura.»
«Le api amano le procedure», disse Lolly. «Dopo fare il miele e giudicare i fiori, è tutta la loro personalità.»
La seconda guardia afferrò Lolly per il retro del gilet. Lei scalciò, si contorse e gli morse il guanto.
«Ahi!» gridò lui.
«Medicinale», ringhiò lei.
Sprig, ancora mezzo intontito dalla polvere, sollevò la testa dalla terra. «Stiamo vincendo?»
«No», disse Razzlebit.
«Ci siamo vicini?»
«Neanche.»
La prima guardia avanzò pesantemente verso Nib. «Allontanati dalla porta reale.»
Nib alzò una mano senza voltarsi. «Non ho finito di insultarla.»
La guardia allungò una zampa verso di lui.
Fu allora che il ventre di Razzlebit lampeggiò di nuovo.
Questa volta non per la paura.
Non esattamente.
La paura c’era, eccome. La paura aveva avvicinato una sedia, ordinato da bere e cominciato a criticare la carta da parati. Ma sotto c’era qualcos’altro: qualcosa di caldo, pungente e stufo marcio.
Era stanco di rovinare tutto.
Stanco di essere coperto, schiaffeggiato, nascosto, trascinato in giro, incolpato e trattato come un’emergenza decorativa.
Era stanco che la sua luce contasse soltanto quando creava guai.
Così, quando la guardia cercò di afferrare Nib, Razzlebit fece l’unica cosa che tutti lo avevano supplicato di non fare per l’intera notte.
Brillò più forte.
La camera esplose d’oro.
Gli incantesimi d’allarme attorno alla porta di cera crepitarono.
Lo stemma reale a nido d’ape tremolò.
Le guardie si ripararono gli occhi.
Nib alzò lo sguardo, e i suoi occhialoni rifletterono la luce di Razzlebit in due lune impazzite.
«Continua così!» gridò.
«Davvero?»
«Per una volta nella tua umidiccia esistenza, sì!»
Razzlebit piantò i piedi sotto la mensola di fungo e spinse fuori luce da ogni centimetro tremante del corpo. Il ventre brillò di più. Le macchioline scintillarono. Il naso color lampone si accese sulla punta, come un minuscolo razzo di segnalazione sparato da un marinaio molto ansioso.
La porta di cera gemette.
Le parole cambiarono.
Rilevata chiave di illuminazione reale.
Tutti si immobilizzarono.
La prima guardia abbassò il braccio. «Cosa?»
A Nib cadde la mascella. «Cosa?»
Razzlebit squittì. «Cosa?»
Il sigillo di cera si sciolse verso l’interno con un sospiro morbido e appiccicoso.
La porta rotonda si sbloccò.
Poi si spalancò.
Per un secondo intero, nessuno si mosse.
Dentro la cantina, scaffali dorati si allungavano nell’oscurità, carichi fino in cima di barattoli, botti, casse, bottiglie, scatole di latta, sacchi, pacchetti, scatole lucidate e cesti sigillati con la cera. Il profumo si riversò fuori in una nuvola calda e inebriante: miele, spezie, polline tostato, linfa zuccherina, menta selvatica, glassa proibita e qualcosa che fece sentire alle ginocchia di Razzlebit di non avere le necessarie qualifiche emotive.
La cantina del polline dell’Ape Regina esisteva davvero.
Era aperta.
E profumava come se tutti gli adulti di Sugarwild Garden avessero mentito sulla moderazione.
Lolly, ancora penzolante nella presa della guardia, sussurrò: «Santo nettare.»
Gli occhi di Marnie si riempirono di lacrime. «Ho visto il paradiso, e ha le etichette d’inventario.»
Sprig si mise a sedere, stordito. «Quelli sono Bignè di Polline Croccaluna?»
Nib fissò Razzlebit. «Sei una chiave.»
Razzlebit si guardò. «Pensavo di essere un rischio.»
«A quanto pare sei un rischio con le autorizzazioni.»
La guardia che teneva Lolly tornò bruscamente alla realtà. «Chiudete quella porta!»
Lolly gli piantò entrambi i piedi in faccia e spinse.
Lui barcollò all’indietro.
«Correte verso le merendine!» urlò lei.
Non era un raffinato grido di battaglia, ma aveva un obiettivo chiaro.
La cantina reale del polline stava decisamente compensando qualcosa
I cinque disadattati si riversarono oltre la porta di cera aperta, con le guardie che ruggivano alle loro spalle.
Razzlebit si aspettava una cantina.
Aveva immaginato botti, ombre, magari un unico scaffale polveroso pieno di cose che gli adulti definivano ostinatamente «non per bambini», perché i bambini le avrebbero apprezzate nel modo giusto.
Non si aspettava una cattedrale sotterranea della corruzione a base di merendine.
La camera oltre la porta si estendeva molto al di sotto di Honeythorn Court, più grande di quanto qualsiasi cavità fra le radici avesse diritto di essere. Archi a nido d’ape si innalzavano sopra le loro teste, illuminati da lampade d’ambra incastonate. Scaffali ricavati da corteccia lucidata rivestivano le pareti dal pavimento al soffitto. Scale di cera si avvolgevano fra le piattaforme. Piccoli canali di linfa mielata dorata scorrevano in solchi nel pavimento, trasportando minuscole etichette galleggianti con scritte come Solo per uso reale, Scorta per banchetti d’emergenza e Sicuramente non accumulato sottraendolo al bilancio delle feste pubbliche.
«È osceno», sussurrò Marnie.
«È bellissimo», disse Sprig.
«Le due cose non si escludono», rispose Lolly.
Nib si fermò accanto a una pila di casse sigillate e lesse l’etichetta. «Dolci confiscati ai minori, trimestre primaverile.»
Il volto di Sprig si rabbuiò. «Avevano detto che erano stati distrutti.»
«Sono stati distrutti», disse Lolly, afferrando il coperchio di una cassa e facendolo leva. «Emotivamente. Rinchiudendoli qui.»
Il coperchio saltò via.
Dentro c’erano decine di piccoli agglomerati di polline candito avvolti in carta di foglia, ciascuno contrassegnato dal nome della giovane creatura che lo aveva perduto per qualche assurdità degli adulti.
Lolly ne prese uno. «Qui c’è scritto Pip Flutterknees. Confiscato per risatine eccessive vicino a un arbusto formale.»
«Quell’arbusto se l’era cercata», disse Sprig.
Marnie ne tirò fuori un altro. «Questo dice confiscato perché “il proprietario sembrava troppo soddisfatto”.»
Le mandibole di Nib si serrarono. «È giuridicamente ripugnante.»
Razzlebit avanzò, e il suo ventre sparse oro tenue sulle etichette.
C’erano scaffali di Bignè di Polline Croccaluna impilati in scatole di latta blu. Barattoli di bacche di rugiada candite sospese nello sciroppo. Bottiglie di linfa mielata fermentata sigillate con cera nera e teschi d’avvertimento che sembravano eccessivi per delle bevande, a meno che le bevande non reagissero agli attacchi. Ciotole d’argento colme di perle di nettare rivestite di zucchero. Lastre di favo glassate al muschio di cannella. Un armadietto chiuso a chiave recava l’etichetta Riserva privata: non aprire a meno che la Regina non sia triste, stia festeggiando o stia mentendo.
«È più di una cantina», sussurrò Razzlebit.
Nib si sistemò gli occhialoni. «È un movente.»
Alle loro spalle, le guardie irruppero dalla porta.
«Fermi!» gridò una.
Lolly si lanciò in bocca un agglomerato di polline rubato. «Con rispetto, no.»
«Quella è proprietà reale!»
«C’è scritto sopra il nome di Pip Flutterknees, sacco di peluria.»
«I beni confiscati diventano proprietà reale dopo trenta giorni.»
Lolly lo fissò. «È la frase più dannatamente da ape che abbia mai sentito.»
Le guardie caricarono.
L’inseguimento travolse la prima corsia della cantina.
Sprig, ancora traballante per la polvere di semi soporiferi, saltò su una botte in movimento e finì per cavalcarla lungo un canale di linfa mielata, gridando «Era proprio quello che volevo fare!» con la fiducia disperata di un bugiardo che precipita giù per una discesa.
Marnie volava sopra di lui, strillando indicazioni drammatiche ma inutili.
«A sinistra! No, emotivamente a sinistra! Spiritualmente a sinistra!»
«Usa direzioni vere!» urlò Sprig.
«Non so dove siano!»
Nib guizzò fra le gambe degli scaffali, spargendo dietro di sé piccole targhette di cera. Una guardia ci scivolò sopra e si schiantò contro un’esposizione di cialde reali al polline, riemergendo con le cialde attaccate alla faccia come vergogna commestibile.
Lolly si arrampicò su una pila di casse, sfondò a calci tre coperchi e cominciò a lanciare in aria i dolci confiscati.
«Merendine di liberazione!» urlò.
«Smetti di usare i dolci come armi!» gridò la guardia.
«Smetti di accaparrarti l’infanzia!»
Razzlebit corse dietro di loro, sforzandosi moltissimo di non toccare niente di luccicante.
Era difficile, perché tutto luccicava.
La cantina era una trappola progettata da mostri che conoscevano esattamente le sue debolezze.
Passò accanto a una ciotola di biglie di polline scintillante che ronzavano piano. Passò accanto a un vaso di cristallo pieno di anguille di sciroppo luminose, che potevano sembrare merendine soltanto nel senso che qualcuno molto coraggioso e molto ubriaco avrebbe potuto perdere una scommessa. Passò accanto a una fila di pasticcini etichettati Tartufi della Verità, Macaron del Rimpianto e Frollini Diplomatici.
Si fermò davanti a questi ultimi.
«Perché mai a un frollino servirebbe la diplomazia?» sussurrò.
La lancia di una guardia si conficcò nello scaffale sopra di lui.
Razzlebit guaì e si illuminò.
La luce colpì l’etichetta sulla scatola dei frollini.
La scatola si aprì di scatto.
Ne volò fuori uno sciame di minuscoli uccelli di biscotto, che cinguettavano con vocine croccanti.
«Ah, ecco perché», disse Razzlebit.
Gli uccelli di biscotto assalirono l’elmo della guardia.
Lui indietreggiò barcollando, cercando di scacciarli. «Non gli spuntini dei trattati!»
Razzlebit fissò il proprio ventre luminoso.
La sua luce aveva aperto la porta.
La sua luce aveva aperto la scatola.
Forse non stava soltanto causando guai.
Forse erano i guai ad aspettare di essere illuminati.
Poi un uccello di biscotto esplose in briciole contro la fronte della guardia, e Razzlebit decise che la filosofia poteva aspettare.
Corse.
Il registro che nessuno avrebbe dovuto illuminare
Si raggrupparono dietro una torre di scatole di Bignè di Polline Croccaluna, verso il fondo della cantina.
Sprig arrivò per primo, barcollando, coperto di linfa mielata e sorridente con l’intensità scomposta di chi ha quasi perso la vita ma ha scoperto la velocità.
«Mi avete visto cavalcare quella botte?»
Lolly atterrò accanto a lui. «Ti ho visto perdere una lotta contro la gravità e chiamarla strategia.»
«Vale lo stesso.»
Marnie scese svolazzando, ansimante. «Ho ingoiato il panico in tre gusti diversi.»
Nib strisciò attraverso uno spazio fra le scatole e cominciò subito a contare le uscite. «C’è una presa d’aria sopra lo scaffale in fondo, una grata di scarico vicino al canale della linfa e un cunicolo di manutenzione dietro quell’armadietto con scritto “Bugie stagionali della Regina”.»
Razzlebit si infilò per ultimo, brillando debolmente.
Sprig allungò una mano verso di lui, poi si fermò prima di coprire la luce.
Era importante.
Razzlebit se ne accorse.
«Le guardie bloccano la porta principale», sussurrò Nib. «Ne arriveranno altre quando il suono del corno raggiungerà Honeythorn Court.»
«Allora prendiamo quello che possiamo e ce ne andiamo», disse Lolly.
«No», disse Sprig.
Lo guardarono tutti.
Sprig si asciugò la linfa mielata dal mento. «Non sono soltanto merendine. Questa è roba rubata. Dolci confiscati. Scorte per le feste. Cose che avevano detto a tutti che non c’erano più.»
Le ali di Marnie si afflosciarono. «Stai proponendo la responsabilità morale, vero?»
«Forse.»
«Tempismo ripugnante.»
Lolly incrociò le braccia. «Che vuoi fare, presentare un reclamo?»
Nib sbuffò. «Contro l’Ape Regina? A chi? All’Ufficio di Chi Si Stupisce Che Le Api Siano Maniache Del Controllo?»
Sprig guardò gli scaffali. «Ci servono delle prove.»
«In questo momento siamo in piedi dentro le prove», disse Lolly.
«Nessuno ci crederà.»
Il ventre di Razzlebit pulsò.
«E quello?» chiese.
Indicò un alto leggio di cera nera, sistemato sotto un arco a nido d’ape. Vi poggiava un enorme registro rilegato in foglie pressate, con lo stemma reale impresso sulla copertina. Una catena lo assicurava al leggio. Le pagine erano spesse e ingiallite, e ogni volta che la luce di Razzlebit le sfiorava brillavano debolmente lungo i bordi.
Nib si sporse in avanti. «Quello è un registro contabile.»
«Come lo sai?» chiese Marnie.
«Perché sembra abbastanza noioso da rovinare delle persone potenti.»
Lolly sogghignò. «Ecco, questo sì che sembra commestibile.»
Si avvicinarono di soppiatto al registro mentre le guardie perlustravano le corsie vicine.
«Venite fuori», chiamò una guardia. «State peggiorando la vostra situazione.»
«Gli adulti lo dicono sempre», sussurrò Lolly. «Poi aggiungono le scartoffie.»
Al leggio, Nib esaminò la serratura della catena.
«Fermaglio di cera reale. Sigillo a impronta del pollice. Firma a pungiglione. Fastidioso, ma non impossibile.»
«Riesci ad aprirlo?» chiese Sprig.
Nib parve offeso. «Posso aprire una noce con il sarcasmo.»
Si mise al lavoro.
Razzlebit gli stava accanto, con il ventre che emanava un bagliore basso e costante. Il registro sembrò reagire. Sulla copertina apparvero linee sottili come vene, scintillanti d’oro sotto lo stemma reale.
Marnie inclinò la testa. «Gli piace.»
«Oppure lo sta giudicando», disse Lolly. «Con la cancelleria elegante è difficile capire.»
Gli attrezzi di Nib scattarono. La catena si allentò.
Il registro si aprì.
All’inizio le pagine sembravano bianche.
Poi Razzlebit si chinò più vicino.
La sua luce cadde sulla carta.
Le parole affiorarono.
Colonne. Date. Nomi. Luoghi. Quantità.
Sprig lesse ad alta voce, sussurrando. «Eccedenze della Festa del Raccolto dirottate nelle riserve reali. Spiegazione pubblica: contaminazione da falene.»
Marnie trasalì. «Hanno dato la colpa alle falene?»
Lolly la guardò. «Sei arrabbiata per il furto o per l’immagine pubblica?»
«Per entrambi, ovviamente.»
Nib voltò pagina. Altre scritte apparvero sotto la luce di Razzlebit.
«Riduzione delle razioni di bacche di rugiada. Spiegazione pubblica: siccità.»
La mascella di Sprig si contrasse. «Non c’è stata nessuna siccità.»
«No», disse Nib. «C’è stato un buffet.»
Il bagliore di Razzlebit si fece più intenso e altre righe nascoste emersero in inchiostro rosso e oro.
Proposta di tassa sull’illuminazione degli acari luminosi: in attesa di approvazione.
Razzlebit si immobilizzò.
«Cos’è?» sussurrò.
Nib scorse la pagina. «Il consiglio della Regina voleva tassare gli acari luminosi per “eccessiva luminosità ambientale” durante la stagione delle feste.»
«Tassare la mia pancia?» squittì Razzlebit.
L’espressione di Lolly divenne allegramente omicida. «Oh, adesso li odio in modo creativo.»
Sprig voltò un’altra pagina.
«Raccolta di gioia giovanile non autorizzata.»
Marnie si premette un’ala sulla bocca. «È sotto quella voce che sono registrati i dolci confiscati?»
Nib annuì. «Non si sono nemmeno presi la briga di mascherarla.»
«Questa è malvagità pigra», disse Lolly. «Abbiate un po’ di dannato orgoglio nella vostra corruzione.»
Razzlebit fissò le pagine, con la luce tremante. Tutte le volte che gli adulti avevano detto di no. Tutti i dolci portati via. Tutte le feste ridimensionate. Tutte le regole presentate come sicurezza, disciplina, maturità, tradizione.
In certi casi, la sicurezza non c’era mai entrata.
In certi casi, si era trattato di chi otteneva le cose più dolci e di chi doveva fingere di non desiderarle.
Una rabbia calda e strana gli salì dentro.
Il ventre si fece più luminoso.
L’inchiostro nascosto si accese su ogni pagina aperta.
Nib dispiegò un foglio riepilogativo rilegato in fondo al registro. Sotto il bagliore di Razzlebit, le sue colonne fitte riunivano tutti i piccoli conti marci che avevano appena seguito nelle pagine precedenti: le scorte per le feste dirottate, la penuria inventata, la proposta di tassa sulla luce e i dolci confiscati. A quanto pare, perfino il furto preferiva un riepilogo esecutivo.
Nib afferrò un foglio sciolto dalla borsa degli attrezzi. «Posso farne un calco.»
«Non c’è tempo», disse Sprig.
«Allora strappate la pagina.»
«È incatenato.»
Lolly afferrò il bordo della pagina riepilogativa rilegata e tirò.
Il registro urlò.
Non metaforicamente.
Lanciò uno strillo acuto e offeso che echeggiò nella cantina e probabilmente attraverso diversi livelli vicini dell’amministrazione.
Tutti si tapparono le orecchie con le mani.
Le guardie si voltarono di scatto.
«Là!» gridò una.
«Perché il libro urla?» esclamò Razzlebit.
Nib fece una smorfia. «Misura antifurto.»
«È un registro di furti!»
«Alle api piace l’ironia quando sono loro a crearla.»
Le guardie caricarono lungo la corsia.
Lolly tirò più forte.
La pagina si tese ma non si strappò.
«Forza, bastardo di carta tutto compiaciuto!»
«Il linguaggio», disse debolmente Razzlebit.
«Non adesso!»
Il registro strillò più forte.
La luce di Razzlebit aumentò, inondando il leggio.
La catena di cera nera cominciò ad ammorbidirsi.
Nib lo vide. «Razzlebit, concentrati sul fermaglio!»
«Come?»
«Con rabbia!»
Quello, Razzlebit sapeva farlo.
Pensò all’Anziana Glimma che gli diceva di abbassare la luce.
Pensò a tutti quelli che gli coprivano il ventre come se fosse imbarazzante.
Pensò a quando veniva escluso, trascinato in giro, incolpato e zittito.
Pensò a un consiglio reale seduto su sedie di favo lucidato a discutere se il suo bagliore dovesse costare denaro.
Il suo naso color lampone fremette.
Il ventre divampò.
Il fermaglio si sciolse.
La catena cadde.
Lolly strappò via la pagina proprio mentre le guardie li raggiungevano.
Sprig afferrò la pagina del registro.
Nib rovesciò il leggio con un calcio.
Marnie, in un momento di puro istinto teatrale, si gettò davanti alle guardie e gemette: «Non zittirete mai la verità, api gonfie da cardigan!»
Le guardie si fermarono, soprattutto perché nessuno le aveva mai chiamate api da cardigan.
Sprig sfruttò l’occasione. «Muovetevi!»
Corsero.
La presa d’aria era più piccola della loro fiducia
Nib li guidò verso lo scaffale più lontano, dove uno stretto condotto di ventilazione si apriva sopra una pila di botti della riserva reale.
La presa d’aria aveva una cornice di cera ed era coperta da una rete di erba secca.
Era anche molto piccola.
«Quella?» pretese di sapere Lolly.
«Quella», disse Nib.
«La mia elitra sinistra ha uscite più grandi.»
«La tua elitra sinistra parla troppo.»
Sprig si infilò sotto la sciarpa la pagina del registro rubata e aiutò Nib ad arrampicarsi sulla pila di botti.
Alle loro spalle, le guardie si ripresero dall’insulto di Marnie e ricominciarono a caricare.
Razzlebit guardò la presa d’aria, poi abbassò gli occhi sul proprio corpo morbido e rotondo.
«Non ci passerò.»
Lolly gli lanciò un’occhiata. «Ci passerai.»
«Sembrava una bugia con l’elmo.»
«Allora tira in dentro qualsiasi cosa abbiano gli acari luminosi al posto della dignità.»
Nib raggiunse la presa d’aria e cominciò a tagliare la rete d’erba. «Sbuca nel camino delle radici. Possiamo uscire vicino alle vecchie pietre del trifoglio.»
«Vicino?» disse Marnie.
«Adiacente al vicino.»
«Quello non è vicino.»
«Ha la forma di una fuga. Accetta la benedizione.»
Sprig sollevò per prima Marnie. Lei si infilò nel condotto con un battito d’ali offeso e scomparve nell’oscurità oltre l’apertura.
«Qui dentro puzza di vecchi calzini di scarabeo», gridò da dentro.
«Significa che è sicuro», disse Nib.
«Secondo quale filosofia malata?»
Poi passò Lolly, dimenandosi attraverso l’apertura con esperta grazia criminale.
Sprig la seguì, anche se la sciarpa si impigliò due volte, costringendolo a sussurrare diverse cose sul tradimento della moda.
Nib si voltò verso Razzlebit. «Tocca a te.»
Razzlebit si arrampicò sulle botti.
I dolci rubati, l’inseguimento, il registro, le guardie urlanti, il condotto, l’odore, il fatto che a quanto pare il suo ventre fosse una chiave reale senza che nessuno si fosse preso il disturbo di dirglielo: lo colpì tutto insieme.
La sua luce tremolò.
Sotto il suo bagliore divenne visibile l’etichetta della botte più vicina:
Linfa mielata fermentata: riserva reale. Provoca lingue sciolte, pessimi balli e temporanea fiducia in idee terribili.
Razzlebit la fissò.
«Perché tutta questa cantina è fatta solo di conseguenze in barattolo?»
«Arrampicati», scattò Nib.
Razzlebit raggiunse il condotto e cercò di infilarsi dentro.
La testa passò.
Le spalle passarono.
Il ventre no.
Espirò.
Il ventre brillò più forte, come se fosse profondamente insultato dall’architettura.
«Sono incastrato.»
Da dentro il condotto, Lolly gemette. «Di nuovo?»
«Questa volta senza pantaloni di ragno.»
Nib puntò entrambi i piedi contro la botte e spinse il fondoschiena di Razzlebit. «Muoviti.»
«Mi sto muovendo emotivamente.»
«Muoviti fisicamente.»
Le guardie raggiunsero la pila di botti.
Una cominciò ad arrampicarsi.
«Fermi!» urlò.
«Fermati tu!» rispose urlando Nib, il che non era brillante ma aveva volume.
Razzlebit si dimenò. Il condotto scricchiolò. La cera raschiò contro il suo ventre luminoso.
«Odio tutto questo», piagnucolò.
La voce di Sprig echeggiò dall’interno. «Ci sei quasi!»
«Mi vedi?»
«No!»
«Allora perché menti?»
Lolly allungò le braccia all’indietro nel condotto, afferrò entrambe le mani di Razzlebit e tirò. «Perché il sostegno morale funziona in entrambe le direzioni, disastro scintillante.»
Nib spinse da dietro.
Lolly tirò da davanti.
Razzlebit squittì come una bacca sotto interrogatorio.
Poi schizzò attraverso l’apertura.
Purtroppo schizzò con abbastanza forza da urtare Sprig, che urtò Marnie, che urtò Lolly, la quale imprecò così forte da spaventare tre generazioni di acari delle radici.
Nib si tuffò dietro di loro mentre la lancia della guardia penetrava nell’apertura del condotto, mancandogli il guscio per un soffio.
«Andate!» urlò Nib.
Strisciarono nel camino delle radici su mani, ginocchia, artigli e quel che restava dell’orgoglio sopravvissuto alla serata.
Il passaggio saliva, stretto e tortuoso. Il ventre di Razzlebit illuminava la strada, riversando oro sulle radici e sulla terra umida. Questa volta nessuno gli disse di abbassare la luce.
Nessuno lo coprì.
Nessuno lo chiamò faro.
Avevano bisogno della luce.
E quella sensazione era così bella che quasi lo fece piangere, il che lo avrebbe fatto brillare di più, innescando un intero ciclo imbarazzante. Ricacciò giù le lacrime.
Alle loro spalle, le guardie urlavano dentro il condotto, ma i loro corpi più grandi non potevano seguirli.
«Stiamo scappando», sussurrò Sprig.
«Non dirlo ad alta voce», sibilò Marnie. «L’universo sente la sicurezza e gli viene voglia di scoparsi il disastro.»
Razzlebit esitò. «L’universo può…»
«Non chiedere», disse Lolly.
Salirono finché l’aria divenne più fresca e il cunicolo si allargò. Davanti a loro apparve una chiazza pallida di luce lunare.
L’uscita.
Sprig strisciò più in fretta.
Si fece strada attraverso una cortina di radici di trifoglio ed emerse sotto le vecchie pietre del trifoglio, un cerchio dimenticato ai margini del giardino dove le giovani creature raccontavano storie di fantasmi e quelle più anziane fingevano di non aver mai fatto di peggio.
Uno dopo l’altro, rotolarono nell’erba.
Marnie si girò sulla schiena. «Sono sopravvissuta, ma sarò insopportabile al riguardo.»
Nib si mise a sedere e controllò gli attrezzi. «Perdite accettabili. Un grimaldello di spina piegato. Due fratture della dignità. Diverse contusioni emotive.»
Lolly estrasse dal gilet un agglomerato di polline rubato e lo mangiò con uno scricchiolio vittorioso. «Ne valeva la pena.»
Sprig dispiegò la pagina del registro rubata.
L’inchiostro nascosto era svanito alla luce della luna.
«No», sussurrò.
Razzlebit si chinò più vicino.
Sotto il suo bagliore, le parole riapparvero.
Tutte.
Nomi. Quantità. Bugie. Confische. Furti ai danni delle feste. La proposta di tassa sull’illuminazione degli acari luminosi. L’intero piccolo scheletro appiccicoso dell’impero di merendine dell’Ape Regina.
Sprig fissò la pagina, poi Razzlebit.
«Abbiamo bisogno di te per leggerla.»
Lo stomaco di Razzlebit fece una capriola.
La sua luce tremolò.
«Di me?»
«Il tuo bagliore la rivela», disse Nib. «Senza di te è bianca.»
Lolly si pulì lo zucchero dalla bocca. «Congratulazioni, lumino. Sei una prova.»
«Sembra comunque un problema.»
«Lo è», disse piano Marnie. «Ma adesso è un problema importante.»
Da qualche parte, dall’altra parte del giardino, suonarono di nuovo i corni.
Ancora più numerosi.
I fiori cominciarono a illuminarsi uno a uno lungo i sentieri lontani. Le guardie si stavano sparpagliando. Si formavano squadre di ricerca.
Sprig rimise la pagina sotto la sciarpa. «Dobbiamo portarla alla Campana del Raccolto prima dell’alba.»
Gli occhi di Razzlebit si spalancarono. «La Campana del Raccolto?»
Tutti conoscevano la Campana del Raccolto. Pendeva al centro di Sugarwild Garden, intrecciata con nervature di girasole essiccate, e veniva suonata soltanto per emergenze, feste, annunci reali e, una volta, quando un procione era rimasto con la testa incastrata nella ciotola delle benedizioni.
Se l’avessero suonata, ogni creatura del giardino si sarebbe radunata.
Se si fossero radunate, Razzlebit avrebbe potuto illuminare la pagina.
Se avesse illuminato la pagina, tutti avrebbero visto ciò che l’Ape Regina aveva nascosto.
E se tutti lo avessero visto, quella notte avrebbe smesso di essere un’incursione a caccia di merendine, diventando qualcosa di molto peggiore.
Politica.
Razzlebit deglutì. «Non so se riesco a brillare a comando.»
Lolly sbuffò. «È tutta la notte che brilli per sbaglio, come se la tua pancia avesse una vendetta da compiere.»
«È diverso.»
«Come?»
«Gli incidenti non mi chiedono prima di essere coraggioso.»
Per una volta, nessuno aveva una battuta pronta.
Il silenzio si posò fra loro, morbido e scomodo.
Sprig si avvicinò. La sua sciarpa era appiccicosa di linfa mielata. Aveva le ginocchia infangate. La solita spavalderia gli si era storta sotto i colpi della paura, della polvere di semi soporiferi e dello scomodo arrivo di uno scopo.
«Hai afferrato la lancia», disse.
Razzlebit abbassò lo sguardo.
«Era istinto.»
«Hai aperto la porta.»
«Era panico.»
«Hai sciolto la catena.»
«Era rabbia.»
Sprig annuì. «Allora lavoreremo con istinto, panico e rabbia. Francamente, è così che funziona la maggior parte delle rivoluzioni.»
Marnie alzò un’ala delicata. «Vorrei che fosse messo agli atti che preferisco le rivoluzioni con le prove generali.»
Nib scrutò i sentieri bui oltre le pietre del trifoglio. «Possiamo tagliare per gli scoli dei funghi ed evitare le pattuglie principali.»
Lolly sogghignò. «E se non ci riusciamo?»
Nib scrollò le spalle. «Allora torniamo a correre urlando. È poco elegante, ma ha slancio.»
Razzlebit guardò verso il lontano centro del giardino.
La Campana del Raccolto lo aspettava sotto la luna, circondata da sentieri scoperti, posti di vedetta e abbastanza guardie da trasformare una minuscola creatura luminosa in un racconto ammonitore con tanto di note a piè di pagina.
Il suo ventre pulsò.
Piano.
Poi più luminoso.
Poi stabile.
Pensò ai dolci confiscati.
Alle scorte rubate alle feste.
Al registro.
Alla proposta di tassa.
Alla cantina piena di gioia rinchiusa dietro cera reale.
Pensò a tutte le volte in cui gli avevano detto di abbassare la luce perché il suo splendore era scomodo.
Forse era scomodo.
Forse doveva esserlo.
Razzlebit sollevò il mento, con il naso color lampone che brillava.
«Va bene», disse. «Andiamo a rovinare tutta la dannata mattinata dell’Ape Regina.»
Lolly sorrise come un fiammifero che aveva trovato foglie secche.
Sprig sogghignò.
Nib sospirò con il sospiro di chi stava già calcolando la cauzione.
Marnie si levò in volo, mentre la luna argentava le sue ali. «Se ci arrestano, sverrò nella direzione più accusatoria possibile.»
Insieme, si allontanarono dalle pietre del trifoglio e scivolarono nell’oscurità.
Alle loro spalle, i corni reali strombazzavano.
Davanti a loro, la Campana del Raccolto aspettava.
E nel mezzo di tutto questo, piccolo, appiccicoso, terrorizzato e sempre più luminoso a ogni passo, Razzlebit smise finalmente di cercare di scomparire.
Il che era una disgrazia per tutti quelli che avevano contato sul buio per custodire i propri segreti.
Gli scoli dei funghi non erano fatti per l’eroismo
Gli scoli dei funghi si snodavano sotto Sugarwild Garden come l’impianto idraulico di una creatura che aveva mangiato troppi segreti.
Erano umidi, bassi e puzzavano di vecchia pioggia, steli ammaccati e qualcosa che un tempo era stato un ortaggio prima di arrendersi moralmente. Funghi pallidi formavano piccole sporgenze scivolose lungo le pareti. Tracce di scarabei attraversavano il fango in ogni direzione. Ogni tanto, una goccia di nettare cadeva da una radice invisibile sopra di loro e atterrava con un piccolo plop appiccicoso che faceva fremere le antenne di Razzlebit.
Li odiò immediatamente.
«Questo posto puzza come un calzino che ha fatto una pessima scelta di vita», sussurrò.
Nib, che strisciava davanti con gli occhialoni sollevati sulla fronte, disse: «Significa che siamo sotto il quartiere delle taverne.»
«Perché il quartiere delle taverne puzza di più da sotto?»
Lolly sbuffò. «Perché in superficie fanno pagare un supplemento per l’atmosfera.»
Marnie svolazzava appena sopra il fango, con le ali strette. «Io questo pavimento non lo tocco. Non m’importa se arriva l’Ape Regina in persona con un mandato e una paletta.»
Sprig li guidava avanti, tenendo una mano premuta sulla pagina del registro rubata, infilata sotto la sciarpa. Al buio la pagina sembrava bianca, ma ogni volta che la luce del ventre di Razzlebit vi pulsava sopra, l’inchiostro nascosto prendeva vita: nomi, bugie, quantità e quel genere di formulazioni ufficiali che facevano sembrare il crimine educato in una scuola di buone maniere.
Razzlebit gli stava vicino.
Non perché avesse paura.
Aveva assolutamente paura.
Ma anche perché la sua luce rivelava cose che gli altri non potevano vedere. Fili sottili di seta d’allarme attraverso il percorso dello scolo. Minuscoli sigilli di cera impressi sulle porte nelle radici. Glifi d’avvertimento blu nascosti sotto chiazze di muschio. Almeno tre cartelli con scritto ACCESSO RISERVATO ALLA MANUTENZIONE, che non lesse ad alta voce perché stava crescendo come persona e anche perché Lolly aveva minacciato di ficcargli un bignè di polline in bocca.
Alle loro spalle, i corni reali continuavano a strombazzare.
Il suono echeggiava nei cunicoli a ondate aspre, e ogni nota diceva: La gioia non autorizzata è sfuggita al contenimento. Si prega di andare nel panico in modo ordinato.
«Quanto manca alla Campana del Raccolto?» chiese Sprig.
Nib si fermò a una biforcazione dello scolo e annusò. «Se prendiamo il percorso asciutto, troppo. Se prendiamo il canale di drenaggio, facciamo prima ma fa schifo. Se tagliamo per la cantina della taverna degli scarabei, facciamo prima e probabilmente ci sarà violenza.»
Gli occhi di Lolly si illuminarono. «Cantina della taverna.»
Marnie parve inorridita. «Perché sembri entusiasta?»
«Perché violento è meglio di schifoso. Almeno violento ha personalità.»
Nib rifletté. «La cantina della taverna sbuca vicino ai gradini del trifoglio. Da lì, la Campana del Raccolto è a un solo cortile di distanza.»
«Allora cantina della taverna», disse Sprig.
Razzlebit alzò una manina. «Le taverne degli scarabei sono pericolose?»
Lo fissarono tutti.
«Giusto», disse. «Era una domanda con i pantaloni in testa.»
Strisciarono sotto un arco basso ed entrarono in un cunicolo più ampio, dove la musica da sopra si fece più forte. Tamburi di baccello rimbombavano sulle loro teste. Corde di grillo stridevano con entusiastica incompetenza. Diversi scarabei cantavano male all’unisono: sembrava meno intrattenimento e più una situazione con ostaggi dotata di ritmo.
Il gruppo salì lungo una scala di radici e si infilò attraverso una fessura fra le assi del pavimento della cantina della taverna.
La cantina era stipata di botti di linfa mielata fermentata, vasi di punte di cardo sottaceto, casse di patatine di nettare stantie e un sacco sospetto con l’etichetta NON PUNZECCHIARE, che si contorceva.
Razzlebit lo guardò.
Nib gli afferrò una spalla. «No.»
«Non ho detto niente.»
«I tuoi occhi stavano facendo una domanda.»
«Lo fanno.»
«Di’ loro di no.»
Sopra di loro, pesanti piedi di scarabeo pestavano sulle assi. Le voci rimbombavano. Qualcuno gridò di portare altra linfa. Qualcun altro gridò che il violinista andava arrestato per crimini contro il ritmo. Una sedia si schiantò. Seguirono applausi, il che diceva cose preoccupanti sul pubblico.
Sprig indicò una piccola botola in fondo alla cantina. «Dovrebbe portare fuori.»
Si mossero fra le botti, cercando di non fare rumore.
Il bagliore di Razzlebit si rifletteva nei vasi di vetro curvi, creando una dozzina di minuscole versioni dorate di lui che tremavano sugli scaffali. Deglutì e attenuò la luce quanto poté.
Poi il sacco con scritto NON PUNZECCHIARE starnutì.
Razzlebit squittì.
Il suo ventre lampeggiò.
Il lampo attraversò le fessure del soffitto.
Al piano di sopra, la taverna ammutolì.
Una voce di scarabeo ringhiò: «Che diavolo lucidato era quello?»
Lolly chiuse gli occhi. «Lo giuro su ogni bacca marcia di questo giardino.»
«Ha starnutito prima lui», sussurrò Razzlebit.
La porta della cantina sopra di loro si spalancò con un colpo.
Un enorme scarabeo rinoceronte scese pesantemente i gradini con una lanterna, indossando l’espressione di un buttafuori che aveva già cacciato sei idioti e sperava in un settimo.
«Chi c’è laggiù?» abbaiò.
Sprig spinse la pagina del registro più in fondo sotto la sciarpa.
Nib sussurrò: «Nessuno si muova.»
Lo scarabeo sollevò la lanterna.
Razzlebit trattenne il respiro.
Il suo ventre tremolò.
Lo scarabeo strizzò gli occhi. «Quello è un acaro luminoso?»
Razzlebit sussurrò: «Forse.»
«Perché c’è un forse acaro luminoso nella mia cantina?»
Marnie avanzò fluttuando prima che qualcuno potesse fermarla, stringendo le ali al petto. «Signore, perdoni l’intrusione. Siamo umili artisti in fuga da una prova generale profondamente sottofinanziata.»
Lo scarabeo aggrottò la fronte. «Artisti?»
Lolly borbottò: «Oh, ci si butta.»
Marnie sollevò il mento, e le sue ali pallide come la luna scintillarono nel bagliore di Razzlebit. «Sì. Una tragica compagnia itinerante. Siamo specializzati in spettacoli morali, panico interpretativo e canzoni su monarchi corrotti che accumulano merendine mentre i bambini soffrono in decorativo silenzio.»
Lo scarabeo la fissò.
Sprig la fissò.
Nib sussurrò: «È pericolosamente specifico.»
Lo scarabeo si chinò più vicino. «State prendendo in giro la Regina?»
Marnie esitò.
Il ventre di Razzlebit si illuminò per il terrore.
Lolly allungò lentamente una mano verso una patatina di nettare, pronta a usarla come arma.
Poi lo scarabeo rinoceronte sogghignò.
«Era dannatamente ora.»
Tutti sbatterono le palpebre.
Lo scarabeo guardò il soffitto, poi abbassò la voce. «Siete voi i ragazzi a cui stanno dando la caccia?»
Sprig si irrigidì. «Dipende da chi lo chiede.»
«Brunkle. Proprietario di questo raffinato locale e nemico temporaneo delle eccessive assurdità reali.» Si grattò il corno. «E nemico permanente di chi continua a richiedere quella canzone col violino da grillo. Ma questa è una faccenda personale.»
Nib socchiuse gli occhi. «Perché dovresti aiutarci?»
Brunkle sbuffò. «Perché il mese scorso gli ispettori della Regina hanno confiscato sei botti della mia linfa mielata per “verifica della qualità”. Poi li ho visti berla al picnic reale sotto un cartello con scritto Iniziativa Comunitaria per la Temperanza.»
Il ghigno di Lolly tornò. «Mi piace.»
«Evita», disse Brunkle. «Ho le tasse da pagare.»
Sprig tirò fuori la pagina del registro quel tanto che bastava perché la luce di Razzlebit rivelasse il testo nascosto.
L’espressione di Brunkle cambiò.
L’umorismo gli svanì dal volto, lasciando sotto qualcosa di più duro.
«Be’», disse piano. «Questo è più brutto di una limaccia in panciotto.»
«Dobbiamo raggiungere la Campana del Raccolto», disse Sprig.
Brunkle accennò con il capo alla botola. «Là fuori, oltre i gradini del trifoglio, poi dritti attraverso Bellflower Court. Sarà pieno di guardie. Hanno già chiuso i sentieri principali.»
Il bagliore di Razzlebit tremolò.
«Possiamo aggirarle?» chiese.
Brunkle lo squadrò. «Aggirarle? Forse. Passarci attraverso? Decisamente no. A meno che quella pancia non faccia altro oltre a pubblicizzare l’ansia.»
Il naso color lampone di Razzlebit si arricciò. «Rivela anche le frodi del governo, a quanto pare.»
Brunkle rise una volta, con un suono secco e divertito. «Ragazzo, è il miglior uso di una pancia di cui abbia sentito parlare in tutta la settimana.»
Afferrò il tappo di una botte, lo tirò via coi denti e riempì cinque minuscole tazze-ditale di linfa mielata ambrata.
Sprig alzò entrambe le mani. «Siamo minorenni.»
Brunkle spinse da parte le tazze e prese un’altra brocca. «Rilassati, Sciarpa. Questa è rugiada allo zenzero. Brucia scendendo, schiarisce la testa e ti fa sentire come se i tuoi denti avessero delle opinioni.»
Lolly prese una tazza. «Finalmente una medicina che rispetto.»
Razzlebit annusò la propria. Il profumo gli diede un pugno gentile nei seni nasali.
«Mi farà brillare?»
Brunkle scrollò le spalle. «Respirare ti fa brillare?»
«Giusto.»
Bevvero. La rugiada allo zenzero colpì la lingua di Razzlebit come un piccolo stivale pieno di fulmini. Gli occhi gli lacrimarono. Il ventre lampeggiò una volta, poi si stabilizzò.
Brunkle aprì la botola e sbirciò fuori.
«Due guardie vicino ai gradini del trifoglio. Altre tre presso il sentiero della campana. Un’ape impiegata con una cartellina, che è peggio.»
Nib fece una smorfia. «Le api con la cartellina non promettono mai niente di buono.»
«Ti pungono coi moduli», disse Brunkle.
Marnie inspirò teatralmente. «Un destino al di sotto della dignità.»
«No», disse Lolly. «È proprio lì che mira la burocrazia.»
Brunkle guardò di nuovo Razzlebit. «Piccolo insetto luminoso, hai mai accecato una folla apposta?»
Razzlebit deglutì. «L’ho fatto soprattutto nelle occasioni sociali.»
«Può bastare.»
Spalancò la botola. «Quando urlo, brilla.»
«Che cosa urlerai?»
Brunkle sorrise. «Qualcosa di stupido.»
L’incidente di Bellflower Court, con la partecipazione della stupidità finalizzata
Brunkle irruppe dalla botola della cantina nel cortile della taverna illuminato dalla luna, tenendo una botte vuota di linfa mielata sopra la testa.
«LA MIA BOTTE È POSSEDUTA DALLE TASSE REALI!» ruggì.
Come promesso, era stupido.
Era anche efficace.
Le due guardie bombo ai gradini del trifoglio si voltarono di scatto. Un’ape impiegata che svolazzava vicino al sentiero trasalì e si strinse la cartellina. Tre clienti scarabei uscirono dalla taverna, videro Brunkle correre in cerchio sotto una botte e cominciarono subito a fare il tifo, perché il pubblico delle taverne non è esigente in materia di struttura narrativa.
«Brilla!» ruggì Brunkle.
Razzlebit saltò fuori dalla botola e lasciò divampare il ventre.
La luce dorata inondò il cortile.
Le guardie si ripararono gli occhi. All’ape impiegata cadde la cartellina. I clienti della taverna gridarono più forte, presumendo che si trattasse di teatro o di una scappatoia legale.
«Muovetevi!» gridò Sprig.
I cinque disadattati scattarono attraverso il cortile.
Razzlebit correva con entrambe le braccia allargate per tenersi in equilibrio, il ventre in fiamme, il naso luminoso e i piedini che battevano sul terreno umido. Per la prima volta in tutta la notte, la luce non gli sembrò un tradimento. Gli sembrò un rullo di tamburo. Un segnale. Un piccolo sole maleducato che annunciava: Sì, sono qui, e no, non potete archiviarmi.
L’ape impiegata si riprese per prima.
«Illuminazione non autorizzata!» strillò. «Assembramento giovanile senza licenza! Possibile frode a mezzo botte!»
Lolly afferrò la cartellina caduta mentre passava e la scagliò in una pozzanghera.
«Battesimo delle scartoffie!»
L’ape impiegata emise un suono come se le avessero spillato l’anima.
Raggiunsero i gradini del trifoglio e si arrampicarono. Davanti a loro, Bellflower Court si aprì ampia sotto la luna.
Al centro si ergeva la Campana del Raccolto.
Era più alta di ciascuno di loro, intrecciata con nervature di girasole essiccate, gusci di semi lucidati e fasce di vecchia vite. Pendeva sotto un arco di steli ricurvi, con la superficie dipinta di simboli per banchetto, pericolo, raduno e imbarazzo pubblico. Una spessa corda di erba intrecciata penzolava dal battaglio.
Oltre la campana, i sentieri centrali del giardino si estendevano in ogni direzione.
E ognuno si stava riempiendo di api.
Guardie bombo. Impiegati del miele. Funzionari della cera. Messaggeri reali. Un intero sciame di autorità nera e oro, che si schierava ronzando con lance, lanterne, custodie per pergamene e l’aria generale di chi riteneva che il volume potesse sostituire l’etica.
Sprig si fermò scivolando.
«Sono più guardie del previsto.»
Nib si sistemò gli occhialoni. «Le mie aspettative erano brutte. Questo è peggio.»
Marnie svolazzava accanto a loro. «Vorrei svenire adesso, ma temo che il terreno abbia dei germi.»
Lolly fissò la corda della campana. «Ci basta una bella tirata.»
Una lancia si piantò nel terreno fra loro e la campana.
La prima guardia bombo della cantina atterrò davanti a loro, con l’elmo ammaccato e il viso ancora decorato da una briciola ostinata di cialda al polline.
«Basta», ringhiò.
Altre guardie atterrarono alle sue spalle.
I cinque disadattati arretrarono stringendosi insieme.
Il bagliore di Razzlebit tremolò.
Sprig tirò fuori la pagina del registro. «Tutti devono vederla.»
«Tutti devono vederti in un baccello di detenzione», disse la guardia.
Lolly gli indicò il viso. «Hai una merendina-prova sulla guancia, Capitan Ipocrisia.»
La guardia la spazzò via, imbarazzata e furiosa. «Vi siete introdotti in un magazzino reale ad accesso riservato.»
«Tu sorvegliavi scorte rubate alle feste.»
«Quelle scorte sono state legalmente riassegnate.»
Nib si fece avanti. «A una cantina privata, fornendo false spiegazioni pubbliche.»
«È una questione di governo.»
«È crimine con il cappello.»
Le guardie strinsero il cerchio.
Razzlebit si strinse il ventre.
La luce vacillò.
Adesso aveva addosso tanti occhi. Guardie. Impiegati. Scarabei della taverna. Abitanti assonnati dei fiori che sbirciavano dalle finestre. Vermi luminosi appesi agli steli. Lumache che avanzavano verso il trambusto con l’emozionante velocità di mobili umidi.
Si sentì rimpicciolire sotto tutta quell’attenzione.
Il problema era che continuava a brillare mentre lo faceva.
Era difficile sembrare piccolo quando il tuo ventre teneva una conferenza stampa visiva.
Poi un nuovo suono si propagò attraverso la piazza.
Non un corno.
Non un grido.
Un ronzio profondo e imperioso.
Le guardie si fecero da parte.
Arrivò l’Ape Regina.
Discese da Honeythorn Court su una carrozza laccata tirata da quattro libellule esauste, le cui espressioni lasciavano intendere che stessero pensando di sindacalizzarsi per dispetto. Le sue ali scintillavano di polvere reale. La corona era fatta di ambra lucidata e spine. Il corpo nero e oro era avvolto in una fascia di velluto ricamata con le parole UNITÀ, ORDINE, DOLCEZZA: proprio il genere di slogan che la gente usava un attimo prima di confiscarti il pranzo.
Atterrò davanti a loro con studiata eleganza.
La piazza ammutolì.
Il bagliore di Razzlebit si ridusse a un palpito nervoso.
L’Ape Regina sorrise.
Non era un sorriso gentile.
Era il genere di sorriso dietro cui si nascondevano degli avvocati.
«Bambini», disse, con voce liscia come miele versato su un coltello. «Che piccolo, increscioso spettacolo.»
Marnie sussurrò: «Odio la sua dizione.»
Lolly sussurrò di rimando: «Io odio tutta la sua politica facciale.»
Gli occhi della Regina si posarono su Razzlebit.
«E tu devi essere l’acaro luminoso.»
Razzlebit deglutì. «Devo?»
«Quello che causa tutta questa luminosità superflua.»
Il suo ventre tremolò.
Lei inclinò la testa con dolce crudeltà. «Poverino. Nessuna disciplina. Nessun controllo. Nessuna idea di quando una piccola creatura dovrebbe abbassare la luce.»
Le parole colpirono esattamente dove lei aveva mirato.
Razzlebit abbassò lo sguardo.
Sprig gli si mise davanti. «Ha rivelato il tuo registro.»
«Una pagina falsificata e rubata durante un’effrazione infantile.»
Nib scattò: «Non è falsificata.»
Il sorriso della Regina si allargò. «E immagino che vi aspettiate che l’intero giardino creda alla parola di uno scarabeo scassinatore, una falena melodrammatica, una coccinella delinquente, una cavalletta con problemi di leadership basati sulla sciarpa e un acaro luminoso incapace di gestire il proprio addome?»
L’insulto rimase sospeso nell’aria.
Diverse guardie ridacchiarono.
Le guance di Razzlebit bruciavano.
Il suo bagliore quasi si spense.
Poi, da dietro la folla, una voce anziana disse: «Attenta, Vostra Maestà. Ad alcuni di noi piace il suo addome.»
La folla si mosse.
L’Anziana Glimma si fece strada dentro Bellflower Court, avvolta nel suo scialle di asclepiade, con la luce del ventre stabile e calda come una perla. Il viso era severo, ma i suoi occhi andarono dritti a Razzlebit.
Dietro di lei arrivò mezza Petal Row, fra cui diversi acari luminosi, due lumache offese, uno sciame di afidi curiosi e la coppia di falene che Razzlebit aveva accidentalmente illuminato prima, ancora irritate ma chiaramente coinvolte.
Razzlebit la fissò. «Anziana Glimma?»
«È molto difficile dormire con te in giro», disse lei.
«Scusa.»
«Non scusarti ancora. Non ho deciso se sono furiosa o orgogliosa.»
Lolly si chinò verso Sprig. «È entrambe le cose. Gli adulti adorano il multitasking.»
Il sorriso dell’Ape Regina si irrigidì. «Anziana Glimma, questa faccenda riguarda la sicurezza reale.»
«Allora suonate la campana», disse l’Anziana Glimma.
La piazza mormorò.
Le ali della Regina vibrarono una volta. «Prego?»
«Se si tratta soltanto di una pagina falsificata e di sciocchezze infantili, suonate la Campana del Raccolto. Lasciate che tutti si radunino. Lasciate brillare l’acaro luminoso. Lasciate che la pagina sia vista.»
Gli occhi della Regina si indurirono.
«Sarebbe premiare il disordine.»
«No», disse l’Anziana Glimma. «Rivelerebbe se il disordine è cominciato con bambini usciti di nascosto o con adulti che rubano merendine e lo chiamano politica.»
Un fremito attraversò la folla.
Gli scarabei della taverna applaudirono dal fondo.
La voce di Brunkle tuonò: «CHIEDETELE DELLA LINFA MIELATA!»
La Regina lo ignorò con la grazia allenata di chi aveva ignorato molti popolani che avevano ragione.
Si voltò verso le guardie. «Prendete la pagina.»
Sprig se la strinse al petto.
Le guardie si mossero.
E Razzlebit sentì finalmente qualcosa assestarsi dentro di sé.
Non la calma.
Non il coraggio nel senso pulito e scintillante dei libri di fiabe.
Qualcosa di più disordinato.
Rabbia con radici.
Paura con denti.
Una minuscola, furiosa certezza: aveva finito di farsi trattare come un fastidio mentre cose peggiori si nascondevano dietro cera lucidata.
Il suo ventre si scaldò.
Poi brillò.
Poi divampò.
Le guardie si fermarono.
La Regina si riparò gli occhi.
Razzlebit si fece avanti.
«Mi sono dimenticato di abbassare la luce», disse.
La voce gli tremava, ma si sentiva.
«Per tutta la notte, me ne sono dimenticato. Oppure non ci sono riuscito. Oppure ho starnutito. Oppure sono andato nel panico. Oppure sono rimasto incastrato nella seta di ragno in un modo che vorrei tutti smettessero di immaginare.»
Qualche creatura sbuffò divertita.
«Ma ogni volta che brillavo, qualcosa di nascosto si mostrava. La recinzione. La porta. Il registro. Le bugie.»
Si voltò verso la folla, col cuore che batteva tanto forte da far pulsare la luce al suo ritmo.
«Forse sono troppo luminoso. Forse sono scomodo. Forse rovino le uscite di nascosto, i funerali, i sonnellini e probabilmente diversi momenti romantici sotto le foglie che rimpiango profondamente di aver visto.»
La coppia di falene guardò altrove.
«Ma non ho compilato io quel registro. Non ho rubato il cibo delle feste. Non ho confiscato dolci ai bambini chiamandolo raccolta di gioia giovanile, una frase talmente inquietante che andrebbe affogata in una pozzanghera.»
Lolly sussurrò: «Questo è il mio ragazzo.»
Razzlebit puntò il ventre luminoso verso la sciarpa di Sprig. «Aprila.»
Sprig dispiegò la pagina.
Sotto la luce dorata di Razzlebit, l’inchiostro divampò abbastanza luminoso da essere letto dalle prime file.
I sussulti di sorpresa si diffusero.
«Eccedenze della Festa del Raccolto dirottate…» sussurrò qualcuno.
«Riduzione delle razioni di bacche di rugiada…» disse un altro.
«Dolci confiscati ai minori?» esclamò un piccolo scarabeo fra la folla. «È lì che sono finiti i miei bottoni di zucchero?»
Una lumaca strizzò gli occhi. «Proposta di tassa sull’illuminazione degli acari luminosi?»
La comunità degli acari luminosi sibilò all’unisono: meno intimidatorio del sibilo di un serpente, ma molto più giudicante.
L’Ape Regina sollevò il mento. «Le bozze amministrative vengono spesso fraintese dal pubblico.»
Brunkle gridò: «Anche il furto, quando lo scrivi in corsivo!»
La folla esplose.
Le guardie si guardarono fra loro. Gli impiegati ronzarono ansiosi. Qualcuno lanciò una patatina di nettare stantia. Mancò la Regina e colpì l’ape impiegata, migliorando notevolmente il morale.
La voce della Regina schioccò tagliente. «Silenzio!»
La piazza si quietò, ma non del tutto.
Non obbedientemente.
Era una novità.
Razzlebit lo sentì. Il cambiamento. La prima crepa nel guscio lucido.
La Regina gli si avvicinò. «Piccolo acaro luminoso, non hai idea di dove stai mettendo il naso.»
La luce di Razzlebit tremò.
Lei abbassò la voce. «Abbassa la luce adesso, e potrei dimenticare il tuo ruolo in questa faccenda.»
Lui guardò la corona. L’ambra. Le spine. La fascia ricamata di belle parole sopra un brutto comportamento.
Poi guardò l’Anziana Glimma.
Lei gli rivolse un cenno minuscolo.
Non abbassa la luce.
Non controllati.
Solo resisti.
Razzlebit inspirò.
Il suo ventre brillò più forte.
«No», disse.
Era una parola minuscola.
Eppure risuonò come una campana.
La Campana del Raccolto aveva delle opinioni
Lolly si mosse per prima.
Lo faceva sempre.
Mentre l’Ape Regina fissava Razzlebit, Lolly guizzò sotto la lancia di una guardia, rotolò sul terreno e balzò verso la corda della Campana del Raccolto.
«Fermatela!» gridò la Regina.
Due guardie si lanciarono avanti.
Sprig saltò addosso a una di loro, rimbalzando sul suo petto peloso senza ottenere alcun effetto, tranne dolore personale.
«Ne valeva la pena!» ansimò da terra.
Marnie si gettò davanti all’altra guardia, ali spalancate e voce che si innalzava in un magnifico lamento. «Non calpesterete il delicato corpo della responsabilità pubblica!»
La guardia esitò.
«Spostati», disse.
«Sono arte in protesta!»
«Sei d’intralcio.»
«Anche la corruzione, eppure eccoci tutti qui!»
Nib si arrampicò sul telaio della campana, tagliando una vite decorativa che cadde precisa sull’elmo di una guardia. «Questo era per la serratura, schedario col cervello di cera!»
Razzlebit continuò a illuminare la pagina del registro mentre le creature si avvicinavano per leggere.
L’inchiostro nascosto si diffuse sulla carta come fuoco nell’erba secca.
Si levarono altre voci.
«Hanno dato la colpa alla siccità!»
«Hanno preso le scatole di Croccaluna!»
«La mia marmellata per la festa!»
«Mio figlio è stato messo in punizione per aver ridacchiato vicino a quell’arbusto!»
«L’arbusto se lo meritava!» urlò qualcuno, il che sembrò chiudere una discussione più vecchia.
Lolly raggiunse la corda.
La afferrò con entrambe le mani.
Una guardia la prese per una caviglia.
Lei gli diede un calcio in faccia.
«Non toccare la rivoluzione, pantaloni pelosi!»
Tirò.
La Campana del Raccolto non suonò.
Emise un piccolo tonfo sordo.
Lolly guardò in alto. «Oh, andiamo.»
Nib gridò dal telaio: «È bloccata in modalità annuncio reale!»
«Perché è tutto chiuso a chiave?»
«Api!»
Il volto della Regina si affilò di trionfo. «La campana non può essere suonata senza autorizzazione reale.»
Razzlebit guardò la campana.
Le vecchie nervature di girasole erano ricoperte di simboli incisi. Sotto il suo bagliore, qualcosa scintillò vicino al battaglio: un sigillo di cera nascosto sotto la fascia decorativa. Magia reale di chiusura.
Sapeva che cosa gli avrebbero chiesto tutti prima ancora che lo chiedessero.
Lo vide anche Nib. «Razzlebit.»
«Lo so.»
«Puoi sciogliere quel sigillo?»
«Probabilmente.»
«Puoi farlo in fretta?»
«In questo momento sono minacciato da una monarca e osservato da tutte le persone che abbia mai messo in imbarazzo.»
Lolly, ancora appesa alla corda, gridò: «Quindi sì?»
Razzlebit guardò la Regina.
Lei ricambiò lo sguardo con tutta la fredda pazienza di una sovrana certa che le piccole creature prima o poi si stancassero.
Forse era vero.
Ma Razzlebit era stanco da molto tempo.
Stanco di abbassare la luce.
Stanco di scusarsi perché era visibile.
Stanco che la sua luce fosse trattata come un problema finché qualcuno non aveva bisogno di vedere.
Si avvicinò alla campana.
Le guardie si mossero per sbarrargli la strada.
Il bagliore dell’Anziana Glimma si intensificò dietro di lui.
Poi si accese un altro acaro luminoso.
E un altro.
E un altro.
Uno dopo l’altro, gli acari luminosi di Petal Row cominciarono a brillare.
Perla tenue. Ambra calda. Verde pallido. Luce lunare bianco-azzurra. Guizzi d’oro rosa. Piccoli ventri accesi nella folla come stelle che avevano deciso di aver già pagato abbastanza tasse.
Le guardie si fermarono, circondate dalla luce.
L’Anziana Glimma si mise accanto a Razzlebit.
«Ci hanno insegnato ad abbassare la luce per sicurezza», disse piano. «Non era sempre sbagliato.»
Razzlebit annuì.
«Ma forse abbiamo dimenticato che la luce serve anche ad avvertire.»
Gli si strinse la gola.
«E a trovare merendine?»
La bocca di lei ebbe un guizzo. «E a trovare merendine.»
Insieme, illuminarono la campana.
Il sigillo di cera nascosto si ammorbidì.
Nib scese e infilò uno strumento di spina nella giuntura. «Ancora un po’.»
La Regina gridò: «Guardie!»
Brunkle e diversi scarabei della taverna si fecero avanti, bloccando i bombi più vicini con quella sicurezza dalle spalle larghe che nasce dai danni alla taverna mai risarciti e da anni passati a vedere l’autorità andarsene senza lasciare la mancia.
«Niente da fare», disse Brunkle. «Il pubblico sta guardando.»
La Regina ronzò furiosa. «Questa è insurrezione.»
Lolly sogghignò dalla corda della campana. «No, Vostra Maestà. Questo è riscontro della clientela.»
Il sigillo di cera si sciolse.
Nib lo staccò.
«Adesso!» gridò.
Lolly tirò la corda con tutta la forza che aveva.
La Campana del Raccolto suonò.
Il suono attraversò Sugarwild Garden come un tuono fatto di legno, semi e vecchie promesse. Scosse la rugiada dai petali. Fece tremare i cappelli dei funghi. Svegliò gli uccelli nella siepe e gli anziani brontoloni nei loro letti di fiori. Echeggiò attraverso Honeythorn Court, lungo Petal Row, giù nei cunicoli delle radici e dritto nella cantina del polline dell’Ape Regina, dove diversi uccelli di biscotto si svegliarono cinguettando e ripresero immediatamente la violenza diplomatica.
La campana suonò di nuovo.
E ancora.
Le creature si riversarono a Bellflower Court da ogni sentiero.
Scarabei, falene, formiche, lumache, api, vermi luminosi, cavallette, tingidi, rane, grilli e un riccio molto confuso che dormiva dentro un cesto e sembrava disposto a giudicare qualsiasi cosa stesse succedendo.
Sprig si arrampicò sulla base della campana, con la sciarpa appiccicosa che svolazzava.
«Ascoltate tutti!» gridò.
Nessuno ascoltò.
La folla era troppo rumorosa, troppo confusa, troppo mezza addormentata e troppo impegnata a urlare lamentele personali sulle merendine confiscate.
Marnie si alzò in aria, inspirò e liberò una nota teatrale e penetrante che tagliò il rumore come un coltello d’argento.
La folla ammutolì.
Marnie sorrise appena. «Grazie. Accetto applausi dopo la giustizia.»
Sprig sollevò la pagina del registro.
«L’Ape Regina ha nascosto scorte per le feste, dolci confiscati e razioni pubbliche in una cantina reale. Ha dato la colpa alla siccità, alla contaminazione, alla disciplina e probabilmente alle falene per cose che ha rubato.»
Marnie puntò un’ala elegante. «Soprattutto alle falene.»
Sprig continuò. «La pagina sembra bianca finché un acaro luminoso non la illumina.»
Razzlebit salì sulla base della campana accanto a lui.
La folla si sporse più vicina.
Il suo ventre tremava.
Anche le ginocchia.
Adesso c’erano centinaia di occhi. Più di quanti ne avesse mai affrontati. Più di quanti ne avesse mai accidentalmente accecati tutti insieme, il che era tutto dire.
Per un terribile istante, il suo bagliore vacillò.
La pagina si oscurò.
La Regina se ne accorse.
Sorrise.
«Vedete?» disse, lasciando che la voce si diffondesse sulla folla. «Il bambino non riesce nemmeno a sostenere la propria accusa.»
Lo stomaco di Razzlebit precipitò.
La luce si affievolì ancora.
Sprig sussurrò: «Razzle.»
«Non ce la faccio.»
«Sì che ce la fai.»
«E se starnutisco?»
Lolly gridò dalla corda: «Allora starnutiscile il tradimento in faccia.»
Qualche creatura rise.
Razzlebit le guardò.
Non ridevano di lui.
Ridevano con lui. Dell’assurdità. Della paura. Della Regina. Di tutto quel pasticcio stupido e glorioso.
Guardò l’Anziana Glimma. Brillava stabile fra la folla.
Guardò Nib, infangato e furioso. Marnie, sospesa come un raggio di luna scandalizzato. Lolly, aggrappata alla corda della campana con una caviglia avvolta intorno, come se fosse nata commettendo vandalismo. Sprig, in piedi accanto a lui con la pagina in mano, che si fidava di lui davanti a tutti.
Razzlebit smise di cercare di calmarsi.
Era sempre stato quello il trucco, no?
Aveva passato tutta la vita cercando di diventare abbastanza silenzioso, abbastanza piccolo, abbastanza fioco, abbastanza accettabile. Ma la sua luce non aveva mai ascoltato il silenzio. Aveva ascoltato le emozioni.
Così le sentì.
Tutte.
La paura.
La rabbia.
L’imbarazzo.
Il trauma della seta di ragno appiccicosa.
L’emozione della porta della cantina che si apriva.
Il calore di essere necessario.
L’ingiustizia della gioia rubata.
La ridicola speranza che forse una minuscola creatura luminosa col naso color lampone potesse rovinare qualcosa che meritava di essere rovinato.
Il suo ventre si accese.
Non selvaggio.
Non frenetico.
Non accidentale.
Luminoso.
Stabile.
La sua luce si riversò sulla pagina del registro, e ogni riga nascosta brillò chiara per tutta la piazza.
La folla lesse.
Poi il giardino esplose.
La pessima mattinata dell’Ape Regina
Una volta visibile, la verità divenne fastidiosamente difficile da ricacciare nella cera.
È questo il punto dei segreti. Amano il buio, le cerimonie e le porte chiuse a chiave. Non se la cavano bene sotto un acaro luminoso che vive una svolta interiore in pubblico.
L’Ape Regina provò di tutto.
Per prima cosa, sostenne che la pagina fosse stata estrapolata dal contesto.
Nib chiese subito quale contesto facesse suonare «Raccolta di gioia giovanile non autorizzata» meno come un malvagio passatempo di tassidermia.
Poi sostenne che le scorte fossero state conservate per le emergenze.
Brunkle chiese se i picnic reali contassero come emergenze o se lei fosse semplicemente allergica alla condivisione.
Poi diede la colpa a un errore d’ufficio.
L’ape impiegata, ancora in lutto per la cartellina infangata, svenne in una chiazza di trifoglio.
Infine provò con la dignità.
Non le stava più bene.
La folla si agitò fra domande, accuse e lamentele specifiche sulle merendine. Un grillo pretese la restituzione di ventisette treccine al miele confiscate durante le prove della banda. Un tingide voleva un risarcimento per «razionamento emotivo». Tre acari luminosi cominciarono a scandire «Tassa questa pancia», poco elegante ma contagioso più in fretta del previsto.
L’Anziana Glimma aumentò il proprio bagliore finché la piazza si quietò.
«La Campana del Raccolto è stata suonata», disse. «Il giardino si è radunato. Il registro è stato rivelato. Secondo l’antica usanza, il consiglio deve rispondere davanti al pubblico.»
Le ali della Regina tremarono di rabbia. «L’antica usanza è cerimoniale.»
Una lumaca vicina alle prime file sollevò la testa. «Le cerimonie contano quando le usi per incoronarti.»
«Grazie, Morton», disse l’Anziana Glimma.
Morton parve soddisfatto, e anche come se potessero servirgli sei ore per avanzare di un altro centimetro.
Da Honeythorn Court arrivarono altri funzionari, ronzando nel panico. Alcuni cercarono di sequestrare la pagina del registro. Altri tentarono di prendere le distanze dalla Regina con il frenetico linguaggio corporeo dei codardi che fiutano la responsabilità. Un ministro della cera annunciò di aver sempre sostenuto la trasparenza, facendo ridere diverse creature così forte che il cappello di un fungo crollò.
Sprig consegnò la pagina all’Anziana Glimma.
Lei la tenne alta mentre Razzlebit brillava.
«Apriremo la cantina», disse. «Tutti i beni confiscati verranno restituiti ai proprietari indicati per nome, dove possibile. Le scorte per le feste torneranno ai magazzini pubblici. La proposta di tassa sull’illuminazione degli acari luminosi sarà bruciata in un piccolo, soddisfacente fuoco.»
Gli acari luminosi esultarono.
Lolly gridò: «Fatelo accendere alla Regina in persona!»
L’Anziana Glimma finse di non sentire, che nel linguaggio degli adulti significava: Ho sentito e mi è piaciuto, ma non posso approvare ufficialmente un simbolismo vicino all’incendio doloso.
L’Ape Regina rimase rigida, circondata da guardie che all’improvviso sembravano molto interessate a non incrociare il suo sguardo.
Razzlebit la osservò.
Si aspettava di sentirsi vittorioso in un modo semplice. Come mordere una perla di zucchero. Come finire una gara. Come riuscire finalmente ad abbassare la luce a comando.
Invece si sentì tremante, enorme e piccolissimo nello stesso momento.
La Regina era stata potente perché tutti credevano che le porte restassero chiuse, i registri nascosti e le piccole creature zitte.
Ma le porte si aprivano.
I registri brillavano.
E le piccole creature, a quanto pareva, potevano fare un casino d’inferno senza nemmeno alzare la voce.
Un capitano dei bombi reali si fece avanti e si tolse l’elmo.
Era la prima guardia della cantina, quella che Razzlebit aveva accecato, a cui aveva mentito male e a cui, tecnicamente, aveva rubato qualcosa.
«Anziana Glimma», disse con voce roca. «La guardia deporrà le armi finché il consiglio non avrà esaminato il registro.»
La Regina scattò: «Tu rispondi a me.»
Il capitano guardò lei, poi la folla, poi la pagina rivelata.
«Non davanti alla Campana del Raccolto.»
La piazza trattenne il fiato.
Lolly sussurrò: «Oh, questa ha colpito duro.»
Marnie si fece vento. «Forse svengo davvero, ma con rispetto.»
Il volto dell’Ape Regina si immobilizzò.
Per la prima volta in tutta la notte, sembrò meno una monarca e più qualcuno che aveva riposto tutta la fiducia nelle serrature, dimenticandosi delle chiavi.
Il bagliore del ventre di Razzlebit si addolcì.
La pagina rimase visibile sotto la luce di tutti gli acari luminosi radunati intorno a lui.
Non doveva più reggere tutto da solo.
La colazione dopo una rivoluzione è fatta soprattutto di briciole
Al sorgere del sole, la cantina reale del polline era diventata il posto più affollato di Sugarwild Garden.
Non perché qualcuno avesse il permesso.
Perché il permesso aveva subito un problema di credibilità.
Sotto la supervisione dell’Anziana Glimma, le porte della cantina furono spalancate. Brunkle e tre clienti scarabei della taverna fecero rotolare le botti di linfa mielata verso il magazzino pubblico, cantando una canzone sconcia sulle verifiche contabili reali che diventava più volgare a ogni strofa. Nib si occupò di aprire le casse, lamentandosi continuamente della lavorazione della cera mentre sotto sotto si divertiva. Marnie organizzò la restituzione dei beni confiscati con solennità teatrale, annunciando ogni nome come se consegnasse premi al funerale della burocrazia.
«Pip Flutterknees», dichiarò, sollevando un agglomerato di caramelle incartato. «Confiscato per risatine eccessive vicino a un arbusto formale.»
Una piccola cavalletta saltellò avanti e lo ritirò.
La folla fischiò l’arbusto retroattivamente.
«Tilly Wingwhistle», proseguì Marnie. «Confiscato per aver canticchiato durante un’ora di silenzio.»
«Ero intonata!» gridò Tilly.
«La giustizia riconosce la tua intonazione», disse gravemente Marnie.
Lolly trovò l’armadietto con la scritta Riserva privata: non aprire a meno che la Regina non sia triste, stia festeggiando o stia mentendo e lo aprì immediatamente.
Dentro c’erano trenta barattoli di bacche lunari candite, sei tortine al miele a forma di corona e una bottiglia con l’etichetta Sciroppo reale d’emergenza per l’autocommiserazione.
«Voglio incorniciarla», disse Lolly.
Sprig si appoggiò a una botte, esausto e appiccicoso. La sua sciarpa era irrimediabilmente rovinata, anche se lui insisteva che adesso possedesse una «trama storica». Porse a Razzlebit un Bignè di Polline Croccaluna.
«Ti sei meritato il primo morso.»
Razzlebit tenne il bignè con cura. Era rotondo, blu, scintillante e profumava come se lo zucchero avesse fatto una promessa che non aveva alcuna intenzione di mantenere.
«Sono sicuri?» chiese.
Nib, passando con una cassa, disse: «No.»
Lolly aggiunse: «Mangialo lo stesso.»
Razzlebit addentò.
Il bignè si spezzò fra i denti.
La lingua gli scintillò.
Le ginocchia, in effetti, compresero brevemente il jazz.
Barcollò.
Sprig lo afferrò per una spalla. «Buono?»
Gli occhi di Razzlebit si spalancarono. «Sento il sapore dei tamburi.»
«Vuol dire che funziona.»
Si sedettero insieme su una cassa rovesciata mentre la cantina si svuotava intorno a loro. La luce del mattino entrava dalle aperture fra le radici sopra di loro, mescolandosi alla luce degli acari, a quella delle lanterne e allo scintillio dorato delle pareti di favo esposte.
L’Anziana Glimma si avvicinò, portando in un piattino i resti sciolti della proposta di tassa sull’illuminazione degli acari luminosi.
Fumavano piacevolmente.
«Un fuoco soddisfacente?» chiese Razzlebit.
«Profondamente.»
Si sedette accanto a lui.
Per un momento, nessuno dei due parlò.
Razzlebit abbassò lo sguardo sul ventre. Ora brillava dolcemente, non perché fosse nel panico, non perché qualcuno lo avesse spaventato, non perché non fosse riuscito ad abbassare la luce.
Solo perché era suo.
«Sono nei guai?» chiese.
L’Anziana Glimma sospirò. «Sì.»
Lui fece una smorfia.
«Sei uscito di nascosto, hai attraversato la recinzione dei tageti, ti sei introdotto in una cantina reale, sei fuggito dalle guardie, hai suonato la Campana del Raccolto, hai smascherato la corruzione, hai contribuito a far convocare una revisione d’emergenza del consiglio e, a quanto pare, hai strisciato negli scarichi di una taverna.»
«Gli scarichi erano strategici.»
«Ne sono certa.»
«Anche disgustosi.»
«La maggior parte delle strategie lo è.»
Razzlebit fissò il pavimento. «Quindi, quanto sono nei guai?»
Il bagliore dell’Anziana Glimma si scaldò.
«Abbastanza da imparare. Non abbastanza da spegnerti.»
Gli si strinse la gola.
Lei allungò una mano e gli tolse con delicatezza una briciola di Croccaluna dalla guancia.
«Ho passato troppo tempo a insegnarti a controllare la luce come se controllarla significasse renderla più piccola», disse. «Quello è stato il mio errore.»
Razzlebit alzò lo sguardo.
«Controllo significa sapere quando abbassare la luce», continuò lei, «e quando non farlo.»
Il suo ventre si illuminò di più.
Lei sorrise. «Sì. Proprio così.»
Dall’altra parte della cantina, Lolly discuteva con un funzionario della cera se il «premio di ritrovamento» si applicasse alle torte reali sequestrate. Nib smontava il meccanismo antifurto del registro urlante con gioia allarmante. Marnie si era procurata un piccolo pubblico e recitava una ricostruzione drammatica del suo confronto con le api da cardigan. Sprig raccontava a tre cavallette più giovani di aver cavalcato apposta una botte, e Razzlebit decise di non correggerlo perché le rivoluzioni richiedono misericordia.
L’Ape Regina era stata scortata a Honeythorn Court in attesa dell’esame pubblico del consiglio, cosa che sembrava molto formale e noiosa finché Lolly non propose di aggiungere dei testimoni-merendina.
La proposta stava ottenendo consensi.
A metà mattina, Petal Row era cambiata.
Non completamente. I giardini non si trasformano tutti insieme solo perché suona una campana e una monarca fa una pessima colazione. C’erano ancora regole. Ancora anziani. Ancora api con le cartelline, anche se adesso tutti le guardavano con il dovuto sospetto. Ancora cartelli d’avvertimento, anche se qualcuno aveva già aggiunto sotto LE API NON NEGOZIANO la scritta ALLORA PERCHÉ CONTINUANO A PARLARE?
Ma qualcosa era cambiato.
Al margine della recinzione dei tageti, il varco tagliato da Nib rimase aperto in attesa di discutere percorsi pubblici adeguati. L’arbusto formale ricevette un reclamo scritto e un disegno volgare. I dolci confiscati furono restituiti, tranne alcuni mangiati come prove. La corda della Campana del Raccolto fu abbassata, così le creature più piccole poterono raggiungerla senza bisogno di una coccinella acrobata moralmente flessibile.
E al centro del fiore di Razzlebit, l’Anziana Glimma appese un nuovo cartello.
Non diceva ORE DI SILENZIO.
Non diceva ABBASSARE LA LUCE PRIMA DEL SORGERE DELLA LUNA.
Diceva:
Brilla responsabilmente. Brilla forte quando serve.
Razzlebit lo fissò a lungo.
Lolly atterrò accanto a lui, masticando qualcosa che non era stata assolutamente autorizzata a tenere.
«Servono più parolacce», disse.
Sprig annuì. «Magari: Brilla responsabilmente, a meno che qualcuno non sia pieno di stronzate.»
Nib, da sotto, chiamò: «Troppo lungo.»
Marnie arrivò svolazzando. «Brilla responsabilmente, ma fai strizzare gli occhi ai tiranni.»
Tutti esitarono.
Razzlebit sorrise.
«Quella.»
Così la aggiunsero sotto.
Non ufficialmente.
Meglio che ufficialmente.
Con inchiostro di bacche.
L’acaro luminoso che smise di scusarsi con le ombre
Quella sera, quando i petali si ripiegarono morbidi intorno al giardino e la rugiada si raccolse come piccole lanterne di vetro, Razzlebit salì sul bordo del suo fiore rosa e guardò Sugarwild Garden.
Il mondo sembrava diverso al sorgere della luna.
Non proprio più sicuro.
Non più semplice.
Decisamente non meno strano.
Un uccello di frollino diplomatico passò in volo portando quello che sembrava un pezzo del laccio di una scarpa da guardia. Da qualche parte in lontananza, Brunkle insegnava ai clienti della taverna la quarta strofa della canzone sulle verifiche contabili, facendo tappare le orecchie a tre anziani e spingendone uno a chiedere il testo. L’arbusto formale era stato avvolto, come in uno scherzo con la carta igienica, nella seta di asclepiade. Una piccola acarina luminosa si esercitava a lampeggiare con il ventre insieme alla nonna, senza nascondere la luce ma modellandola in piccoli segnali attraverso una foglia.
Il ventre di Razzlebit brillava caldo e stabile.
Sprig saltò accanto a lui, con la sciarpa sostituita da una striscia di nastro blu rubata a una cassa restituita delle feste.
«Vieni?»
Razzlebit socchiuse gli occhi. «Vengo dove?»
Lolly si arrampicò oltre il bordo del petalo dietro Sprig. «Da nessuna parte di illegale.»
Poi apparve Nib, con gli occhialoni già indossati. «Moderatamente illegale.»
Marnie scese per ultima, con le ali argentate scintillanti. «Ricreativamente discutibile.»
Razzlebit incrociò le braccia. «Abbiamo appena smascherato uno scandalo reale.»
«Appunto», disse Sprig. «Adesso siamo esperti.»
«È una conclusione terribile.»
Lolly sogghignò. «Si dice che il vecchio mucchio del compost nasconda una crostatina alla marmellata dello scorso inverno.»
Il ventre di Razzlebit si illuminò.
«No», disse.
Tutti parvero delusi.
Alzò un dito. «Prima diciamo all’Anziana Glimma dove andiamo.»
Lolly gemette. «Ugh. Crescita personale.»
«Secondo, niente polvere di semi soporiferi.»
«Vigliaccheria.»
«Terzo, se ci sono cartelli d’avvertimento, li leggo.»
Sprig sospirò. «Va bene.»
Nib borbottò: «Certi avvertimenti hanno schemi utili.»
«E quarto», disse Razzlebit, sollevando il naso color lampone, «se il mio ventre brilla, nessuno lo copre a meno che non lo chieda io.»
Gli altri tacquero.
Sprig annuì per primo. «Affare fatto.»
Marnie si posò un’ala sul cuore. «Sul mio onore drammatico.»
Nib scrollò le spalle. «La tua luce è utile.»
Lolly alzò gli occhi al cielo, ma il suo sorriso si addolcì. «Va bene, lumino. Brilla con tutte le tue piccole budella.»
Razzlebit sorrise.
Il suo ventre brillò più forte, riversando luce dorata sui petali, cogliendo ogni goccia di rugiada, ogni macchiolina di colore, ogni minuscolo filo del giardino che si risvegliava nella notte.
Per una volta, non andò nel panico.
Per una volta, nessuno gli disse di abbassare la luce.
E per una volta, quando il bagliore si diffuse oltre il fiore e nei sentieri bui davanti a loro, non sembrò un errore.
Sembrò un invito.
Scesero insieme, cinque piccole figure ridicole che scivolavano nel giardino illuminato dalla luna con un po’ più di cautela di prima, anche se neppure lontanamente sufficiente a soddisfare una persona assennata.
Alle loro spalle, il fiore rosa brillava dolcemente dall’interno: non più il nascondiglio di una creatura incapace di controllarsi, ma un faro per chiunque si fosse mai sentito dire di essere troppo, troppo rumoroso, troppo luminoso, troppo scomodo o troppo propenso a smascherare i crimini merendinieri degli insetti potenti.
Razzlebit si fermò alla recinzione dei tageti e guardò indietro.
L’Anziana Glimma osservava dal bordo del fiore, braccia incrociate ed espressione severa.
«Di ritorno prima dell’alba», chiamò.
«Lo saremo», rispose Razzlebit.
Lolly sussurrò: «Probabilmente.»
Razzlebit la guardò.
«Sicuramente», si corresse lei.
La luce del ventre dell’Anziana Glimma pulsò una volta, divertita suo malgrado.
Razzlebit si voltò verso il giardino buio.
I suoi amici avanzarono, già intenti a discutere se la marmellata del compost contasse come cibo, tesoro o problema di salute pubblica.
Lui li seguì, brillando quanto bastava a illuminare il sentiero.
E se alle ombre dava fastidio, potevano presentare un reclamo all’Ape Regina.
Ammesso che il suo impiegato avesse ancora una cartellina utilizzabile.
Il che, grazie a Lolly, era assolutamente escluso.
Così le ombre tacquero.
E l’acaro luminoso dal naso color lampone, che un tempo si era dimenticato di abbassare la luce, continuò a camminare.
Luminoso dove contava.
Tenue dove aiutava.
E impossibile da ignorare quando al giardino serviva qualcuno abbastanza piccolo da infilarsi sotto la recinzione, abbastanza sciocco da seguire un piano terribile e abbastanza luminoso da far strizzare gli occhi a ogni bastardo nascosto.
Il che, in fatto di eredità da lasciare, non era male per una minuscola creatura con un naso lucido e una pancia piena di guai.
Niente male davvero.
Porta a casa un po’ di Sugarwild
Porta la luminosa monelleria di The Raspberry-Nosed Glowmite Who Forgot to Dim nel tuo piccolo angolo di caos con un’opera dolce, scintillante e abbastanza sospetta da poter nascondere crimini reali a base di merendine. Questa vivace creatura di Sugarwild Garden è disponibile come stampa su tela, stampa incorniciata e arazzo per chi desidera pareti che brillino di minuscola energia ribelle. Puoi anche goderti il panico dal naso color lampone di Razzlebit su una morbida coperta in pile, inviare un po’ di sospetta dolcezza con un biglietto d’auguri oppure ricomporre lo scandalo luminoso un piccolo frammento alla volta con il puzzle. Perché, sinceramente, se il tuo arredamento non sembra capace di smascherare una monarchia corrotta di api prima di colazione, che cosa stiamo facendo?


Sir Grumblethorn and the Mushroom That Disagreed
The Wink That Got Away With Everything
The Dewdrop He Swore He Could Handle